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venerdì 16 maggio 2014

Le immagini della tragedia ad ovest della piattaforma Bouri Field e la ricerca della verità sugli interventi di soccorso.





Per impedire che queste stragi si ripetano ancora è importante che la verità venga a galla.


Per cominciare a capire come sono andate le cose. Partiamo dalle foto e dai dati certi. Ed evitiamo i teoremi.
"Il natante carico di migranti naufragato nel canale di Sicilia si è capovolto ed è affondato rapidamente. I soccorsi sono stati immediati ed è stata una fortuna, anche se il termine non è quello adeguato. Cosa è successo a bordo non lo posso dire perché c'è un'inchiesta della magistratura". Lo ha affermato il comandante della nave Grecale, Stefano Frumento, parlando con i giornalisti nel porto di Catania subito dopo l’arrivo. Secondo lo stesso comandante Frumento, il naufragio «è avvenuto in acque internazionali, in una zona dove era previsto l’intervento delle autorità libiche che però non c’è stato». Previsto da chi, da quali regole di intervento, dopo mesi che le navi di Mare Nostrum presidiavano proprio quel tratto di mare ? Una domanda che lascia aperti numerosi interrogativi.  Dal mese di aprile, comunque, diverse imbarcazioni partite dalle coste libiche erano state intercettate dalla guardia costiera Libica proprio dopo la fine dei corsi  di addestramento curati dall’agenzia europea EUBAM Libia.




In ogni caso, come emerge dalle foto pubblicate da Repubblica, se sono veramente quelle del barcone della tragedia, questo barcone, partito dalla Libia domenica 11 maggio, non è affondato tanto rapidamente. Secondo altre testimonianze si sarebbe trattato di una imbarcazione più grande, andata a fondo nella stessa zona, con un carico di migranti superiore a quello comunicato finora dalle autorità. Centinaia di migranti dovrebbero essere ancora a fondo, nella zona della piattaforma di Bouri Field, intrappolati nella imbarcazione nella quale hanno trovato la morte.
 

Le indagini, scattate immediatamente dopo l’arrivo dei naufraghi a Catania, hanno condotto all’arresto di due giovani tunisini, in un primo momento ritenuti egiziani, sospettati di essere scafisti, ma accusati anche di omicidio plurimo volontario in quanto avrebbero deliberatamente scelto di fermare il motore dell’imbarcazione ed aprire una falla nel barcone, ormai giunto in prossimità delle piattaforme di Bouri Field. Gli imputati sono stati richiusi in una camera di sicurezza del carcere di Piazza Lanza a Catania e prima dell’udienza preliminare, non hanno avuto modo di incontrare i loro avvocati. Intanto il grande rilievo mediatico attribuito agli arresti dei due scafisti ha prodotto l’eclissi di qualunque riferimento alla dinamica dell’affondamento e degli interventi di soccorso ed alla presenza della missione militare-umanitaria Mare Nostrum.
Rimangono intanto gravi dubbi sui tempi e sulle cause dell’affondamento,  anche a seguito delle dichiarazioni rese dai presunti scafisti in occasione dell’udienza davanti al giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Catania, nella quale i due accusati, nell’evidente tentativo di articolare una prima difesa, hanno fatto riferimento, oltre che allo stato di necessità, ad un progressivo allagamento dell’imbarcazione per la rottura di un tubo che conduceva acqua al motore, ed hanno anche indicato altri naufraghi come testimoni a loro favore. Testimonianze che potrebbe essere piuttosto difficile raccogliere se questi superstiti sono stati trasferiti in altre regione italiane, ma che comunque andrebbero valutate per attribuire la responsabilità penale per la morte di 17 persone, tra le quali in maggior parte donne e due bambini. Testimonianze che potrebbero essere utili anche per comprendere i tempi dell’intervento delle unità di salvataggio italiane ed il loro dispiegamento nelle acque del Canale di Sicilia. 


L’accertamento della verità risulta essenziale, oltre che in sede penale, non per alimentare altre polemiche sulla missione Mare Nostrum, polemiche che in queste ore stanno montando pericolosamente per evidenti finalità elettorali di alcuni partiti, ma soprattutto per predisporre in futuro un dispositivo di sicurezza ancora più efficace, senza contare troppo sull’intervento della guardia costiera libica, ritornando magari ad utilizzare Lampedusa ed il suo aeroporto per trasferimenti rapidi dei migranti in centri di accoglienza in Italia ed in Europa.
 
Dalle notizie giornalistiche sembrava che il primo avvistamento del barcone in procinto di naufragare fosse stato effettuato da un aereo ATR 42 della Marina militare nella mattinata del 12 maggio. L'ordine di "ombreggiare" il barcone era stato dato dalla Marina militare ai rimorchiatori Kehoe Tide battente bandiera dello stato di Vanuatu e alla nave francese Bourbon Arcadien. Secondo altre fonti giornalistiche, l'allarme è stato lanciato proprio da queste imbarcazioni alle 12 di lunedì 12 maggio. Le motovedette della Guardia costiera ed alcune unità della Guardia di finanza sono quindi partite da Lampedusa pochi minuti dopo e hanno impiegato poco più di 3 ore per giungere sul luogo della strage, dunque attorno alle ore 16 di lunedì 12 maggio. In quelle ore, evidentemente, nessuna nave della missione MARE NOSTRUM si trovava a sud di Lampedusa, altrimenti sarebbe intervenuta in anticipo rispetto ai mezzi partiti da Lampedusa.


http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/05/12

Sappiamo comunque dove è avvenuta la tragedia. Quasi a vista della piattaforma ENI di Bouri Field settanta miglia a nord della costa libica, un punto raggiunto dal barcone nella notte di domenica, al limite delle acque di competenza SAR ( ricerca e soccorso) delle autorità libiche. Dove fino a poche settimana fa erano presenti le navi della missione Mare Nostrum, come è documentato dalle cronache di questi ultimi mesi nei quali sono state salvate più di 24.000 persone, per la maggior parte proprio in quel tratto di mare. Secondo tutte le cronache giornalistiche dal 18 ottobre 2013 fino alla fine di aprile di quest’anno, gli interventi di salvataggio operati dalle navi di Mare Nostrum erano stati effettuati proprio attorno alla zona tra 50 e 70 miglia dalla costa libica. Dunque anche a ridosso delle 2 piattaforme petrolifere ENI di Bouri Field.
 
Dalle foto della tragedia pubblicate il 13 maggio da Repubblica si può verificare dunque con assoluta certezza dove è avvenuto l’affondamento. Sullo sfondo della foto 3 infatti si vede proprio una delle due piattaforme petrolifere ENI di Bouri Field che di notte, con la loro fiamma, costituiscono un faro visibile, dopo l’allontanamento dalle dalle coste libiche, per orientare la rotta dei barconi verso la Sicilia. Le piattaforme si trovano a ben 75 miglia (120 chilometri), e non 40 miglia come erroneamente comunicato in un primo momento da alcuni giornalisti, dalla costa libica. Dalla stessa foto 3 pubblicata da Repubblica, scattata attorno alle 16 del 12 maggio, con il sole ancora ben alto sull’orizzonte, si nota anche la presenza di uno o due mezzi della Guardia Costiera e di un mezzo più grande della Guardia di Finanza, si tratta di imbarcazioni che solitamente fanno base a Lampedusa, uno di questi mezzi è a ridosso del barcone, semi-affondato ma perfettamente orizzontale, dal quale evidentemente sono stati già tratti in salvo i superstiti. Difficile credere che dopo un doppio rovesciamento un imbarcazione piena d’acqua possa riprendere questa posizione,e restare a galla tanto tempo, comunque tutto è possibile. Di certo, al momento delle foto, tutte le persone ancora in vita si trovavano già a bordo dei mezzi di soccorso, non si comprende se a bordo del rimorchiatore Asso 25, ben visibile nella fotografia a ridosso della piattaforma o di imbarcazioni inviate dalla marina italiana per il primo intervento. 

Questo comunicato è stato diffuso dopo il naufragio

 ENI platform Bouri staff report on social media their efforts to help migrants in the sea.
From August 2012 to December 2013
Number of operations performed: 16
Number of migrants and asylum seekers rescued: 1416
Full cost for the period mentioned = USD 385 276
Cost from 2000 to 2013 = USD 1.489.601

Le piattaforme petrolifere ENI del campo di ricerca subacqueo di idrocarburi ( Bouri Field) sono facilmente accessibili in rete, anche con foto che documentano la presenza di immigrati”illegali” come vengono definiti in Libia a bordo della piattaforma o di mezzi attraccati alla stessa. In questo momento anche migranti che si trovavano in Libia come lavoratori sono fatti oggetto di una sistematica operazione di rastrellamento e vengono internati in centri di detenzione. Per loro ogni prospettiva di restare a lavorare in Libia svanisce con l’arresto da parte della polizia, più spesso da parte delle milizie paramilitari, e l’unica speranza rimane la fuga verso l’Europa, se non il ritorno in patria.



Per alcuni di loro il viaggio si interrompe già nei pressi delle piattaforme di Bouri Field, raggiunti dalle unità navali libiche e di nuovo ricondotti in un centro di detenzione. Per altri il viaggio prosegue, qualche volta verso la morte. Non si sa che sorte hanno avuto le persone salvate dai mezzi di servizio della piattaforma, tra cui il rimorchiatore Asso 25, qualcuno dovrebbe chiarirlo, se fossero state riconsegnate alla polizia di frontiera libica sarebbe gravissimo.



Altre tragedie si sono verificate in passato nelle acque vicine alle piattaforme di Bouri Field, o poco più a nord, al limite tra le acque  ricadenti nella zona SAR libica e quelle che rientrano nella zona SAR maltese, come l’affondamento dell’11 ottobre 2013, quando, malgrado una chiamata di soccorso, gli interventi di salvataggio arrivarono troppo tardi, dopo un iniziale conflitto di competenze tra Malta e le autorità italiane. Una tragedia dell’immigrazione sulla quale, malgrado denunce giornalistiche, nessuna autorità ha finora fatto luce. Non vorremmo che adesso, con il ritiro più a nord delle navi della missione Mare Nostrum, si ripetano il ritardo negli interventi di ricerca e soccorso per effetto del difettoso coordinamento tra le autorità italiane, libiche e maltesi.

http://www.watchthemed.net/reports/view/32 


"Basta morti in mare! Si abbia il coraggio e la dignità di salvare le vite di quanti scappano da guerre e regimi dittatoriali – ha affermato padre La Manna del Centro Astalli di Roma - oggi è impossibile per i migranti giungere in Europa senza essere sfruttati dai trafficanti e rischiare la vita sui barconi. Salvare vite umane è un dovere, oltre che una questione di giustizia". Il Centro Astalli ribadisce ancora una volta l'urgenza di creare canali umanitari per permettere a chi fugge da conflitti e persecuzioni di chiedere asilo in Europa. E ancora una volta si sottolinea come l'operazione Mare Nostrum, nonostante continui a salvare molte vite, da sola non basta a fermare i trafficanti di esseri umani che ad oggi rappresentano l'unica possibilità per migliaia di uomini, donne e bambini di riuscire ad ottenere protezione all'interno dell'Ue.

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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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