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lunedì 19 maggio 2014

Politiche d’immagine e contrasto dell’immigrazione”illegale”. Cosa si nasconde dietro la caccia agli scafisti.





In memoria di  Mouhamed Ahmed Mokhar, presunto "scafista", suicidatosi lo scorso anno nel carcere di Caltanissetta .

Politiche d’immagine e contrasto dell’immigrazione”illegale”. Cosa si nasconde dietro la caccia agli scafisti.



Le politiche dell’Unione Europea e le operazioni contro l’immigrazione irregolare alle frontiere sono generalmente presentate, sui pochi media che ancora trattano queste materie, come un necessario compromesso tra l’esigenza di salvaguardare la sicurezza e dunque i confini europei, e il rispetto dei diritti umani dei migranti, a partire dal diritto alla vita fino al diritto di chiedere asilo, un diritto fondamentale riconosciuto nelle Costituzioni e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Gli arresti dei sospetti scafisti, spesso subito dopo lo sbarco a terra, si accompagnano alla conta dei sopravvissuti ed in questi ultimi mesi hanno costituito la legittimazione sicuritaria dell’operazione militare-umanitaria Mare Nostrum, che ha permesso il salvataggio di migliaia di migranti e, fino al mese di aprile 2014, ha impedito quelle tragedie tra le coste libiche e quelle siciliane, che avevano costellato tutto il 2013 e che sono immediatamente riprese non appena le navi sono state posizionate più a nord dell’isola di Lampedusa. Con le statistiche sul numero degli scafisti arrestati il ministro dell’interno Alfano ha difeso in parlamento la funzione di difesa delle frontiere pure attribuita alla missione, oltre ai compiti di ricerca e di salvataggio dei naufraghi, che alcune parti politiche hanno contestato ad evidenti fini elettorali. Complessivamente, dall'inizio dell'Operazione Mare Nostrum, il 13 ottobre 2013, gli scafisti consegnati alla Giustizia sono stati in totale oltre 200, di cui 137 direttamente dal personale della Marina Militare. E’ bene ricordare in proposito che su alcune navi dell’ Operazione Mare Nostrum sono stati imbarcati funzionari di polizia del ministero dell’interno con compiti di prima identificazione dei migranti subito dopo il salvataggio in mare.  In totale, dall’inizio dell’operazione nel mese di ottobre dello scorso anno sono stati 43.422 i migranti portati finora in salvo, e fino al 30 aprile 2014 non si erano più verificate stragi in mare. Nelle ultime settimane si sono invece verificate diverse tragedie, con decine di morti, davanti alle coste libiche e nel Canale di Sicilia. Piuttosto che notizie sulla dinamica di capovolgimenti ed annegamenti si diffondono subito le immagini dei presunti scafisti, seguite quindi dalla cronaca delle prime fasi processuali, mentre la dinamica degli eventi che si sono verificati in acque internazionali se ne va a fondo con le imbarcazioni che, dopo il trasbordo dei naufraghi, generalmente sono affondate proprio dai militari che intervengono in soccorso. Una pratica antica, che in passato ha portato anche alla condanna in Cassazione di un carabiniere che aveva imbarcato e “trattenuto” i motori a bordo del mezzo militare sul quale era imbarcato, cedendoli in un secondo momento al titolare di un rimessaggio nautico. Affondare i mezzi dei trafficanti è ritenuto infatti l’unico modo per impedire che quegli stessi mezzi vengano ripresi dagli scafisti e riutilizzati in altre traversate. Come si era verificato proprio lo scorso 11 maggio con una imbarcazione gemella di quella affondata nei pressi della piattaforma petrolifera ENI di Bouri Field, a 75 miglia dalle coste libiche. Una imbarcazione che era stata ripresa dai trafficanti dopo un intervento di salvataggio delle unità di Mare Nostrum, che è stata immediatamente riutilizzata per un altro viaggio, conclusosi con un salvataggio, nella stessa giornata in cui si consumava la strage vicino alla piattaforma ENI sulla rotta tra la Libia e Lampedusa.

Sui giornali si alternano così i numeri delle persone raccolte in mare, come se cadessero dal cielo, senza alcun riferimento a quanto hanno subito nei paesi di transito, se non nelle loro patrie, in preda a guerre civili e dittature, e quindi i nomi dei presunti scafisti, la loro nazionalità, talvolta anche la fotografia. Come se le partenze fossero state una libera scelta di persone che, in fondo, sarebbero proprio andate a cercarsela. Come se in Libia, da mesi, ormai le condizioni dei migranti, cristiani e musulmani, lavoratori e profughi, non fossero tanto tremende da costringere tutti alla fuga.  E come se gli scafisti fossero tutti organici alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti in Libia ed in altri paesi africani. Neanche un cenno alla circostanza che si tratta di partenze forzate, come numerosi testimoni hanno riferito, al punto che si è infierito anche con i bastoni su chi ha rifiutato, o solo esitato, di imbarcarsi. Così come è noto, da tempo, che molti scafisti sono scelti tra gli stessi migranti tra coloro che sono in grado di condurre una imbarcazione, magari senza pagare per la traversata.

Sono sempre più rare invece le notizie sulla sorte dei processi che vengono poi effettivamente celebrati a carico delle persone che sono state indicate, magari  a bordo delle navi militari, come “scafisti”, come se i processi si fossero già celebrati a livello mediatico con la condanna anticipata delle persone indicate dagli altri migranti come timonieri o aiutanti, come riferiscono i titoli dei giornali. In alcuni casi si tratta anche di equipaggi di scafisti numerosi, fino a 15 persone, addirittura intere famiglie, e non mancano tra loro i minori. 
Dietro questi processi lampo che si celebrano sulle prime pagine dei giornali, prima che nelle aule giudiziarie, rimangono sullo sfondo questioni giuridiche assai complesse. Nel 2011 la Corte di Cassazione ha sollevato una questione di legittimità costituzionale delle norme che prevedono obbligatoriamente la custodia cautelare in carcere di tutti coloro che sono sospettati di essere scafisti, una norma contenuta nel pacchetto sicurezza del 2009, fortemente voluta dalla Lega Nord e da Maroni allora ministro dell’interno.  Questa norma è stata ritenuta di dubbia legittimità costituzionale, perché persino i giudici della Corte hanno ritenuto che gli scafisti non hanno tutti lo stesso ruolo e vi sono anche gli scafisti occasionali ( non organici ad una organizzazione ma reclutati tra gli stessi migranti prima della partenza). Questa sentenza della Corte di Cassazione arrivava dopo un'indagine condotta dalla polizia giudiziaria e la decisione del Tribunale della libertà di Roma, che nel 2010 aveva confermato la custodia cautelare in carcere di quattro scafisti egiziani che avevano sbarcato dei clandestini sulle spiagge nei pressi di Latina. La Cassazione, in quella occasione, ha annullato le precedenti decisioni dei giudici di merito e ha rinviato gli atti alla Corte costituzionale rilevando come fosse “non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 12 comma 4-bis, essendo stato sottoposto il delitto di atti diretti a procurare illegalmente a stranieri l'ingresso nel territorio dello Stato - delitto che, pure nelle ipotesi aggravate, può essere compiuto anche occasionalmente, con condotte individuali che possono presentare forti differenze, e al di fuori di una struttura criminale organizzata - al medesimo regime dei delitti compiuti nell'ambito di un'organizzazione di tipo mafioso”. La questione processuale successivamente è stata superata, rimane però la importante considerazione che gli scafisti e le loro responsabilità non sono tutti uguali e non possono essere liquidati con giudizi sommari.
Si deve anche considerare che, se la legge punisce l’agevolazione dell’ingresso “illegale”, si deve verificare se si può considerare illegale l’ingresso per ragioni di soccorso nei casi in cui si verifichi per persone che, dopo essere state raccolte in acque internazionali, hanno fatto ingresso e si trovano in territorio italiano, come a bordo delle navi militari dopo un intervento di salvataggio in alto mare. Persone in favore delle quali, non appena entrate nel territorio dello stato, scatta un divieto di espulsione corrispondente al divieto di refoulement o ai divieti di espulsione sanciti dall’art. 19 del Testo Unico sull’immigrazione. E nel caso del salvataggio in acque internazionali si pone una delicata questione di giurisdizione che non si può certo risolvere nel giro di qualche ora o con una motivazione superficiale.

Nel settembre 2010, la Corte di Cassazione ha annullato, per difetto di giurisdizione, una sentenza di condanna della Corte d'Appello di Reggio Calabria, che aveva condannato a otto anni di reclusione due turchi colpevoli di aver procurato l'ingresso illegale di 63 clandestini. La Cassazione ha sostenuto che la condotta contestata agli imputati turchi è stata consumata in aree sottratte alla giurisdizione italiana e che, pertanto, bisognava annullare la sentenza di condanna della Corte d'appello di Reggio Calabria. Anche questa rimane una questione aperta, si possono prospettare soluzioni contrastanti, è nella dialettica del processo penale, ma questo problema aperto consiglierebbe almeno una maggiore cautela nell’affermazione della responsabilità penale da parte dei mezzi di informazione. Con buona pace della presunzione di non colpevolezza che in questo tipo di processi sembra quasi capovolta, anche a fronte della genericità della previsione sanzionatoria, l’art. 12 del T.U. 286 del 1998, ai limiti della violazione della riserva di legge.

Ma non tutti gli imputati per il reato di agevolazione dell’immigrazione irregolare, i cd. scafisti, riescono ad avere il tempo per fare valere i diritti di difesa fino ai gradi più alti della giurisdizione. A ridosso delle prime fasi di indagine, con il trasferimento dai centri di accoglienza, o direttamente dalle navi al carcere, non sono mancati episodi tragici sui quali nessuno ha fatto ancora chiarezza, sepolti nell’oblio della nostra burocrazia.

Lo scorso anno, dopo qualche settimana dall’arresto, avvenuto il 19 agosto, si è ucciso nel carcere di Caltanissetta il presunto scafista Mouhamed Ahmed Mokhar, di 24 anni, arrestato dalla Squadra Mobile di Ragusa nel CPSA di Pozzallo. L’immigrato è stato successivamente trovato dalla Polizia Penitenziaria nella sua cella, con un cappio al collo. Il giovane era accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della morte di due uomini che sarebbero caduti in mare senza ricevere alcun soccorso, con l’aggravante di aver messo a rischio la vita di oltre 100 migranti, su un gommone in pessime condizioni rimasto in avaria in alto mare. Anche in questo caso erano risultate decisive le testimonianze raccolte tra i migranti che si trovavano a bordo del barcone.

In altri casi invece i processi le condanne si basano su una serie di riscontri oggettivi, come ad esempio precedenti espulsioni dopo condanne per agevolazione di ingresso di clandestini, e colpiscono persone che risultano effettivamente avere svolto da tempo ed in modo organico la funzione di scafista all’interno di una organizzazione criminale basata nei paesi di partenza o di transito. Persone già identificate e condannate, ma espulse per effetto delle norme che consentono la commutazione della pena o di parte della pena con l’espulsione e l’accompagnamento forzato in frontiera. Una previsione che sembra favorire proprioi veri scafisti, che si avvalgono di riti abbreviati per la riduzione della pena.

Di certo non mancano le condanne, e in molti casi sono basate su prove inattaccabili. Il 2 aprile 2014, dopo un processo con rito abbreviato, il Tribunale di Palermo in composizione monocratica ha condannato a 13 anni e 4 mesi di carcere e 4 milioni di multa Attour Abdalmenem, palestinese, per associazione a delinquere e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ritenuto scafista di una imbarcazione che era affondata nelle acque del Canale di Sicilia nel mese di ottobre dello scorso anno. In quel caso erano stati proprio alcuni dei sopravvissuti alla strage, trattenuti nel centro di Lampedusa, che lo avevano riconosciuto quando era arrivato sulla stessa isola a seguito di un altro sbarco. Come riferito dalla stampa, tutti i testimoni  dichiaravano  che per partire verso le coste italiane si erano rivolti a un mediatore “che era a capo di un organizzazione in Libia il quale aveva il controllo del traffico di clandestini avvalendosi di uomini libici armati di fucili e mitragliatori”.

Alle notizie di alcune condanne seguono anche altre notizie, di segno contrario, che danno conto di assoluzioni, soprattutto quando le ipotesi di reato contestate consistono nel reato di tratta o in altri reati, come l’associazione per delinquere, l’omicidio o la violenza, perpetrati a danno dei migranti.

Il 12 febbraio 2012 la Prima Sezione della Corte di Cassazione ha annullato la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo nei confronti di un cittadino eritreo, Rosom Abraham di anni  52. L’imputato era stato accusato e poi condannato dal Tribunale di Agrigento Sezione a due anni di reclusione con l’accusa di avere guidato un’ imbarcazione con a bordo 62 migranti fino alle coste di Lampedusa. I fatti si sarebbero svolti nell’agosto del 2008. Per questa accusa l’imputato aveva scontato quasi un anno di custodia cautelare in carcere, nonostante si fosse sempre proclamato innocente. Alla condanna di primo grado era seguita nel 2011 quella della Corte di Appello che aveva confermato la sentenza dei giudici del Tribunale di Agrigento.Dopo quasi quattro anni di processi la Corte di Cassazione ha accolto le tesi difensive che evidenziavano la mancanza di riscontri alle dichiarazioni dei testimoni sentiti nel corso delle indagini preliminari, testimonianze utilizzate dai Giudici, malgrado l’opposizione del difensore, al fine di condannare l’imputato nei due precedenti gradi di giudizio.

Nel mese di marzo del 2013 due “presunti scafisti” erano stati assolti per insufficienza di prove, con la loro immediata scarcerazione ed espulsione dal territorio italiano entro trenta giorni. dopo un anno di carcerazione preventiva passato fra gli istituti penitenziari di Lucera e Trani.  Rasel Farouk 22 anni e Raza Mosarf 27 anni, entrambi del Bangladesh erano accusati di aver organizzato l’ingresso nel territorio italiano di circa mille "clandestini" provenienti dal Nord Africa e di averli fatti sbarcare nel porto di Pozzallo il 30 maggio del 2011.  Dagli atti del processo è emerso che il viaggio era stato organizzato da trafficanti libici ai quali ciascun migrante avrebbe dato circa 1.800 dinari, l’equivalente di mille euro. E che Farouk e Mosarf, erano due migranti tra gli altri ,che avevano pagato in questo modo, con oltre un anno di carcere, il loro viaggio verso le coste siciliane.

Il 18 ottobre 2013 è stato assolto Hichem Ben Chalbi, tunisino, di 21 anni per un anno rinchiuso nel carcere di Agrigento. Era stato individuato come uno degli scafisti del barcone naufragato a settembre del 2012 vicino l'isolotto di Lampione, settanta le vittime di quel viaggio naufragato a dodici miglia da Lampedusa, e tra loro ancora una volta donne e bambine, quella volta quasi tutti nordafricani. Erano sei le testimonianze dei superstiti che individuavano in questo tunisino 21enne il motorista di quell'imbarcazione, quattro in modo incerto, due in modo deciso. Ma, come sempre accade in questi casi, i due testimoni principali dell'accusa non si erano presentati in aula a confermare le loro dichiarazioni che, per altro, erano state assunte subito dopo il naufragio senza la presenza di un difensore. Dunque inutilizzabili. Nei suoi confronti il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 15 anni per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, ma il giudice lo assolveva. Ed adesso potrebbe persino chiedere allo Stato italiano i danni per ingiusta detenzione.

Un numero consistente di testimoni ottiene intanto un permesso di soggiorno per la collaborazione prestata nelle indagini, in alcuni casi un permesso di soggiorno per protezione sociale, ex articolo 18 del testo unico 286 del 1998 in materia di immigrazione, in altri casi per “motivi umanitari” ai sensi dell’art. 5.6 dello stesso testo unico, una norma che consente alle questure una elevata discrezionalità nel rilascio di questo titolo di soggiorno. In ogni caso chi collabora con le indagini ed assume la qualità di testimone non corre rischi di subire un respingimento differito, anche se si profila generalmente un periodo di attesa, fino a tre mesi nel caso dei migranti trattenuti nel CPSA di Lampedusa dal 3 ottobre 2013 al 7 gennaio 2014, prima di potere partecipare all’incidente probatorio che rende utilizzabile la testimonianza nel corso del successivo processo, anche in caso di allontanamento, che spesso corrisponde alla definitiva irreperibilità.

In qualche caso sorge il dubbio che la testimonianza possa essere utilizzata per acquisire più rapidamente un permesso di soggiorno, nella convinzione magari che in questo modo ci si possa sottrarre all’estenuante attesa ( oltre un anno e mezzo) che caratterizza in Italia le procedure amministrative per il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Oppure anche in casi nei quali non si avrebbe nessuna possibilità di ottenere il riconoscimento di uno status di protezione internazionale e si rischia il respingimento con accompagnamento forzato in frontiera.


Non si tratta di una ipotesi meramente teorica. Come riporta il Corriere del Mezzogiorno dell’11 ottobre 2013, la prima sezione collegiale del Tribunale di Bari ha assolto «per non aver commesso il fatto» cinque cittadini di nazionalità egiziana, immediatamente scarcerati e subito raggiunti da decreto di espulsione (accompagnati quindi nel Cie), accusati di essere tra gli scafisti che il 16 luglio 2012 organizzarono e realizzarono il trasporto di 127 connazionali a bordo di un motopeschereccio bloccato dalla Polizia di frontiere al largo di Bari. Gli imputati, di età compresa fra 28 e 38 anni, furono arrestati dopo lo sbarco perché identificati da alcuni connazionali. In aula, tuttavia, gli stessi accusatori, hanno dichiarato di aver collaborato all'identificazione soltanto per ottenere un permesso di soggiorno. Dei 127 migranti, dopo lo sbarco, infatti, 8 furono arrestati (tre di loro processati con rito abbreviato e condannati nei mesi scorsi), 4 portati al Cie (Centro Identificazione ed Espulsione) ma ben presto trasferiti in un Cara (Centro di Accoglienza per richiedenti Asilo) come richiedenti lo stato di protezione sussidiaria perché avevano collaborato, i restanti 115 immediatamente rimpatriati per effetto degli accordi di riammissione che consentono rimpatri “con procedure semplificate” verso l’Egitto. Gli stessi imputati, con l’assistenza del loro difensore, hanno dichiarato di essere «semplici passeggeri», «di aver pagato 5mila euro a persone diverse conosciute come dedite al trasporto di migranti» e di essere rimasti in mare per oltre 10 giorni, mentre i veri scafisti avevano abbandonato il peschereccio una volta in acque territoriali. Stesso epilogo ha avuto un altro processo per un precedente sbarco di migranti egiziani del 19 novembre 2011. Anche in quel caso 8 presunti scafisti egiziani furono assolti perchè, secondo il giudice «le dichiarazioni etero-accusatorie rese dalle persone offese alla polizia giudiziaria (come in questo caso, ndr) sono state certamente condizionate dalla prospettiva fatta loro di poter facilmente ottenere il permesso di soggiorno, a condizione di una immediata collaborazione».

Se è del tutto normale che i procedimenti penali si possano concludere con la condanna o con l’assoluzione degli imputati, sempre che questi siano stati informati correttamente dei fatti contestati ed abbiano potuto esercitare effettivamente i diritti di difesa, oltre che di conoscenza a mezzo di un interprete degli atti rivolti nei loro confronti,viene a chiedersi a cosa possa giovare questa utilizzazione mediatica delle accuse rivolte ai presunti scafisti e quanto incida sull’attendibilità dei testimoni, e dunque sulla reale possibilità di smantellare le organizzazioni criminali, la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno e dunque uno status legale, altrimenti impossibile da raggiungere.

Per un effettivo contrasto delle organizzazioni criminali che lucrano sulla domanda di passaggio di molti migranti, ormai in prevalenza richiedenti asilo, ai quali l’Unione Europea e l’Italia impediscono qualunque possibilità di ingresso legale attraverso canali umanitari e visti agevolati, sarebbe infatti importante colpire gli snodi strategici delle organizzazioni nei diversi paesi nei quali operano, e coloro che a tali snodi siano direttamente collegati. Si può dubitare che gli arresti di scafisti sin qui effettuati, ed i procedimenti penali che ne sono scaturiti, abbiano avuto questo risultato, considerando l’aumento esponenziale, e sembra ad oggi inarrestabile, delle partenze dai paesi di transito come la Libia e l’Egitto. Le organizzazioni criminali che hanno base nei paesi di transito non sembrano affatto scalfite dalle condanne degli scafisti in Italia, come è confermato dall’aumento esponenziale degli sbarchi in questi ultimi mesi. Il mantenimento delle condizioni di sostanziale sbarramento delle frontiere europee, anche nei confronti dei potenziali richiedenti asilo, alimenta continuamente una domanda di salvezza che solo gli scafisti sembrano in grado di offrire.

Sempre più spesso gli scafisti arrestati appartengono alla stessa nazionalità dei migranti che sono trasportati. Oppure sono arrestate le persone che sono riprese al timone o vicino al timoniere. Nel mese di maggio di quest’anno, a Catania, è stato arrestato uno scafista individuato anche per il possesso di un telefono satellitare, Omar Bah 28 anni, cittadino del Gambia. Secondo l’accusa, avrebbe pilotato il barcone soccorso dalla fregata della Marina militare “Scirocco”, che ha poi sbarcato 76 persone di origine sub sahariana, a Catania. Altri due degli immigrati sbarcati a Pozzallo (Ragusa), nello stesso periodo, sono stati arrestati dalla polizia con l’accusa di essere gli scafisti del gruppo. Sono stati individuati in base alle immagini riprese con il telefonino, durante la traversata, da un ragazzo di nazionalità siriana.

Anche dopo l’ultima strage del 12 maggio 2014 abbiamo assistito al consueto corollario di scafisti arrestati dopo gli interrogatori effettuati a bordo delle navi militari che li conducevano nel porto di Catania. Quattro scafisti di nazionalità magrebina, un tunisino e un marocchino sono stati arrestati dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Catania. Sono indiziati del reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, omicidio plurimo e naufragio ''Dalle prime indagini -si legge in una nota- è emerso che i responsabili della tragedia avrebbero causato un'avaria all'imbarcazione su cui viaggiavano oltre 200 migranti, causando il naufragio e il decesso di 17 persone, comprese due bambine e alcune donne”.

Nei giorni precedenti la strategia di contrasto ai trafficanti di esseri umani portata avanti dall'operazione Mare Nostrum ''ha condotto all'arresto da parte della Squadra Mobile di Palermo di altri due scafisti di nazionalità egiziana, in relazione allo sbarco di migranti effettuato dal pattugliatore Sirio della Marina Militare lo scorso 2 maggio a Palermo''. Ne ha dato notizia la Marina militare. Per i due uomini l'accusa è quella di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. ''Entrambi avevano cercato di nascondersi tra i clandestini ma, in base ai racconti dei migranti, è emerso che erano proprio i due ad aver pilotato il barcone durante la traversata”.

 Il 17 maggio, il Gip di Catania, ha convalidato i fermi dei due presunti scafisti indagati per il naufragio di lunedì 12 maggio. Sono il tunisino Haj Hammouda Radouan e il marocchino Hamid Bouchab, entrambi di 23 anni, ai quali la Procura di Catania ha contestato il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il naufragio e l'omicidio volontario plurimo. Nei loro confronti, il Gip ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare che ne dispone la permanenza in carcere.
Il Giudice per le indagini preliminari, inoltre, ha accolto la richiesta di incidente probatorio avanzata dalla procura fissandolo per martedì 20 maggio.  Intanto il legale dell'indagato marocchino ha presentato al Gip e al Pubblico ministero  un'istanza di incidente probatorio per ascoltare quattro connazionali del suo assistito che potrebbero scagionarlo dalle accuse contestate dalla Procura. Su questa richiesta il Gip non si è ancora pronunciato. 

Quanto sta succedendo in queste ultime settimane impone di considerare lo stato di necessità nel quale avvengono le ultime partenze dalla Libia, vere e proprie fughe, nelle quali i presunti scafisti sono scelti ed istruiti spesso tra gli stessi migranti, e risultano della loro stessa nazionalità, ad esempio gambiani o nigeriani.

Soltanto l’apertura di canali legali di ingresso, tanto per i potenziali richiedenti asilo che per la più ridotta componente di migranti cd. economici ( ammesso che tale distinzione sia ancora oggi possibile), e la immediata creazione di possibilità di ingresso protetto nella legalità, possono salvaguardare il diritto degli stati alla sicurezza ed i diritti fondamentali delle persone migranti, a partire dal diritto alla vita. Una revisione del Regolamento Dublino 604 del 26 giugno 2013, potrebbe restituire serenità ai richiedenti asilo che intendono trasferirsi in altri paesi e consentire una maggiore genuinità e consistenza delle denunce. Attraverso la possibilità concreta di un ingresso protetto e garantito in Europa, sempre che nei paesi di transito si ristabiliscono autorità legali di controllo e un sistema di garanzie dei diritti fondamentali e di libertà delle persone, cittadini o migranti che siano, sarà possibile assestare veri colpi alle organizzazioni transnazionali che gestiscono l’immigrazione irregolare, nascondendosi spesso dietro le crisi politiche ed i conflitti interni. Dovrebbe fare riflettere il deterioramento della situazione interna in Libia e l’aumento esponenziale degli sbarchi di profughi ( perché di questo si tratta) provenienti da quel paese, riscontrato nei primi mesi del 2014. Senza la possibilità di rogatorie all'estero e senza la collaborazione dei paesi di transito nelle indagini contro le organizzazioni criminali che vi sono stabilmente insediate non c'è prospettiva alcuna di porre fine al traffico di esseri umani favorito dalla mancanza di canali legali di ingresso in Europa.

Il rafforzamento delle misure di contrasto, la esternalizzazione dei controlli e dello stesso diritto di asilo, invece, non possono che tradursi in un immediato vantaggio per le organizzazioni che lucrano sulla mobilità richiesta dalle persone che fuggono da guerre e dittature. Una mobilità che può essere ricondotta a canali legali, con un efficace contrasto delle organizzazioni criminali, solo con l’abbandono delle politiche proibizionistiche in materia di immigrazione e di protezione internazionale, oltre che con un ruolo effettivo di mediazione dell’Europa nelle aree di crisi che si stanno incendiando ai suoi confini.


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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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