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mercoledì 24 settembre 2014

Scene di un naufragio. La strage dell'11 ottobre 2013 tra Malta e Lampedusa. Una strage sulla quale si deve ancora indagare.


Scene da un naufragio, prima che lo scorso anno scattasse l'operazione Mare Nostrum. L'angoscia dei soccorritori. Forse un ritardo da parte dei mezzi di soccorso. Scene che non si dovevano più ripetere, tragedie che ancora proseguono sempre più distanti dagli occhi di una opinione pubblica assuefatta e costretta dalla crisi a ripiegare su una dimensione egoistica ed individuale che sfocia spesso nel razzismo e nella xenofobia. Nove milioni di euro al mese sono troppi per tentare di salvare qualche vita in più, contro le decine di miliardi di euro spesi per gli armamenti militari ? Ed a novembre, se mai entrerà in attività Frontex Plus con le missioni Triton, cosa succederà ?

Già oggi le navi di Mare nostrum sono impiegate per lunghi trasferimenti e non si spingono più tanto vicino alle coste libiche (30-40 miglia), come fino ad aprile 2014, da garantire salvezza ai profughi. Inoltre sono spesso impegnate in lunghi trasferimenti, fino a Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Taranto e Brindisi. Quando rientrano tanto a nord, chi rimane a garantire attività di ricerca e salvataggio nel Canale di Sicilia adesso che le imbarcazioni partono anche dall'Egitto oltre che dalla Libia? Oggi una nave militare della Guardia costiera sta impiegando una intera giornata a Palermo per sbarcare 700 persone che non trovano ancora sistemazione da parte della Prefettura e del Ministero dell'interno. Quando ripartirà per le missioni di salvataggio nel Canale di Sicilia?



Giusto... le navi dell'operazione Mare Nostrum non devono diventare un "fattore di attrazione",  come dice adesso l'Unione Europea. Gli argomenti leghisti e delle destre europee hanno colpito ancora una volta ed hanno influenzato decisioni politiche che stanno già comportando una impennata delle tragedie in mare. Le navi commerciali non sono attrezzate per effettuare interventi di salvataggio come quelli che vedete nel video che segue. Un video che dice una parte soltanto della verità, perchè oltre alla capacità di intervento degli equipaggi, fuori discussione, c'è una sfera politico-militare, che da Roma può decidere sulla vita e sulla morte delle persone.

http://www.corriere.it/inchieste/scelta-catia-naufraghi-salvare/4213bf52-4356-11e4-9734-3f5cd619d2f5.shtml

Vorremmo tanto che dopo questa esperienza gli elicotteri e gli aerei ricognitori della Guardia costiera, e gli stessi mezzi di soccorso in mare, fossero dotati di un congruo numero di zattere autogonfiabili da lanciare subito ai gruppi di migranti che in alto mare rischiano di annegare, in modo che ciascuno riesca a salvarsi anche salendo da solo, o aiutando gli altri a salire sui mezzi di salvataggio. In questo campo è difficile non sbagliare e chi opera in condizioni di emergenza fa sempre il massimo. Sappiamo che stando in un ufficio tutto sembra più facile, però i lanci di autogonfiabili dagli aerei e dagli elicotteri hanno già permesso di salvare vite umane che altrimenti, se si fossero attesi altri soccorsi dal mare, sarebbero sicuramente andate perse.

Le verità sulla strage dell'11 ottobre 2013 sono davvero tante . Ed alcune molto scomode. Scriveva Fabrizio Gatti lo scorso anno

"Tre chiamate di soccorso via satellite ignorate. Due ore di attesa in mare. Per poi scoprire che l’Italia non aveva mobilitato nessun aereo, nessuna nave della Marina, nessuna vedetta della Guardia costiera. Anzi, dopo due ore, la centrale operativa italiana ha detto ai profughi alla deriva a 100 chilometri da Lampedusa che avrebbero dovuto telefonare loro a Malta, lontana almeno 230 chilometri. Due ore perse: dalle 11 alle 13 di venerdì 11 ottobre. Se gli italiani si fossero mobilitati subito o avessero immediatamente passato l’allarme ai colleghi alla Valletta, la strage non ci sarebbe stata".

 http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/11/07/news/la-verita-sul-naufragio-di-lampedusa-quella-strage-si-poteva-evitare-1.140363

Un naufrago, superstite della strage dell'11 ottobre, racconta

 Il 23 ottobre 2013 abbiamo incontrato alcuni profughi siriani (A., M., H.) che ci hanno raccontato di essere arrivati in Italia con l’imbarcazione che aveva fatto naufragio l’11 ottobre 2013 nella zona Sar di Malta. Abbiamo chiesto loro se volevano fare una video intervista e si sono detti disponibili nel caso in cui avessimo trovato il modo di non renderli riconoscibili, per la paura di ritorsioni nei confronti dei loro famigliari o amici rimasti in Libia e in Siria. Li abbiamo dunque rincontrati il giorno dopo e abbiamo girato queste immagini, che poi abbiamo montato inserendo nel racconto di “Said”, nome inventato, altre immagini e informazioni facilmente reperibili su internet e inerenti alla sua narrazione.
Nel frattempo, è stata pubblicata la video intervista che Fabrizio Gatti ha realizzato a Malta con Mohanad Jammo, il dottore siriano che dalla stessa imbarcazione aveva fatto le telefonate di soccorso alle autorità italiane a partire dalle 11 del mattino. Se i soccorsi fossero partiti subito, il naufragio, avvenuto verso le 17, sarebbe stato evitato e non sarebbero morte più di 250 persone, tra cui moltissimi bambini.
Quel naufragio, però, è avvenuto e dal racconto che ne danno ora i sopravvissuti affiorano le cause e le responsabilità. Innanzitutto, gli spari dell’imbarcazione libica che voleva fermare la nave con a bordo più di 450 persone, in prevalenza profughi siriani. Guardie costiere libiche? Non è dato saperlo: forse no, forse sì. “Forze illegali” afferma Mohanad Jammo nell’intervista di Fabrizio Gatti, ma non è certo facile individuare nella Libia in decomposizione quali siano tutti i possibili attori, “legali” e “illegali”, dei controlli “anti-immigrazione”, mentre tanto l’Unione europea nell’ambito della missione EUBAM (EU Border Assistance Mission), quanto l’Italia, addestrano poliziotti libici per tali operazioni, tra cui quelle di blocco delle imbarcazioni dei migranti lungo le coste libiche. La seconda causa: un’assoluta indifferenza da parte delle autorità italiane dopo le numerose telefonate di SOS. “Chiamate Malta” hanno risposto alle seconda telefonata che giungeva dall’imbarcazione, la quale si trovava infatti nella zona Sar di Malta ma molto più vicina all’isola di Lampedusa.
Che da anni ci sia un contenzioso tanto su chi debba operare nella zona Sar (Search and Rescue, Ricerca e soccorso) di Malta quanto sull’estensione della zona che Malta vuole mantenere e che l’Italia le vorrebbe in parte sottrarre per interessi che nulla hanno a che fare con il “soccorso” dei migranti quanto piuttosto con ragioni economiche, doganali e di petrolio, è cosa nota. Meno noto, forse, è il modo in cui effettivamente si opera o non si opera in quella zona e l’indifferenza rispetto a una chiamata di soccorso che in questo caso, ma in quanti altri?, avrebbe potuto evitare il naufragio. A monte, un’ulteriore responsabilità, quella delle politiche migratorie attraverso cui l’Ue e alcuni dei suoi stati membri, vertice dopo vertice e naufragio dopo naufragio, si appropriano sempre più di un mare e dei territori che stanno sull’altra sponda frapponendo infinite frontiere, tra cui anche quella dell’omissione di soccorso, ai viaggi dei migranti.
Il racconto di “Said”, però, ci lascia intravedere anche dell’altro. Dopo il mare, dopo il naufragio. Due giorni trascorsi sulla nave militare italiana che aveva soccorso lui e altri 55 naufraghi, poi l’arrivo a Porto Empedocle e la permanenza in una struttura chiusa qualche giorno fa e più volte denunciata per l’ammasso in cui venivano lasciati uomini e donne lì provvisoriamente parcheggiati, nessuna informazione sugli altri sopravvissuti sparpagliati tra Malta e Lampedusa, nessuna informazione sul luogo in cui fossero stati portati i bambini che durante l’operazione di soccorso erano stati recuperati dalla stessa nave della Marina militare italiana e che solo dopo tre settimane sono stati ricongiunti con i loro genitori trasportati, invece, a Malta. E infine, la “farsa” delle impronte digitali, con cui l’Italia racconta all’Europa il suo rispetto dei trattati e dei regolamenti Ue, quello di Dublino II, in questo caso, costringendo alcuni con la forza a rilasciarle, come nel video si può vedere dalle immagini che si riferiscono a quanto successo quest’estate a Catania, prendendo in giro altri facendo credere loro che ci sia una differenza tra “impronte per il rifugio” e “impronte di identificazione”, lasciando che qualcuno non le dia, o, ancora, facendosi pagare per non procedere alle identificazioni, come altri profughi stanno man mano raccontando. Ogni stato membro, secondo il regolamento Ue, ha invece l’obbligo di inserire le impronte nel sistema Eurodac di modo che i richiedenti asilo possano essere immediatamente identificati in qualsiasi paese dell’Ue e rispediti in quello della loro prima identificazione. Per questo, da qualche mese ormai, potenziali richiedenti asilo, siriani, eritrei, somali, ecc., stanno facendo la loro battaglia individuale e collettiva per non rilasciarle in Italia. Ma quella delle impronte digitali è una “farsa” che non riguarda solo l’Italia. Nel caso dei profughi siriani, per esempio, alla Svezia che ha fatto sapere che concederà lo status di rifugiato a tutti i profughi siriani che lo chiederanno qualcuno potrebbe ricordare quante frontiere un profugo siriano debba attraversare per arrivare sul suo territorio. Nel caso di “Said”: dopo quelle dell’invivibilità libica e quella del mare e del naufragio, dopo quelle degli spari e quelle dell’omissione di soccorso, quelle dell’Italia e delle sue impronte, quella dell’Austria, della Francia o della Svizzera che bloccano i profughi in arrivo dall’Italia, ….. Ad ogni tappa e ad ogni frontiera, l’attesa che qualche parente invii i soldi per comperare un passaggio più sicuro.
“Scusate se non siamo affogati”, il titolo che abbiamo deciso di dare al video, era un cartello con cui alcuni migranti avevano partecipato alla manifestazione del 19 ottobre a Roma.
Ringraziamo Mohamed (la voce dell’audio in italiano), Marcella, Viola, Marco e Simone per il loro aiuto nelle diverse fasi della realizzazione del video. Un ringraziamento particolare a “Said”, ai suoi amici M. e H. e a I., nostro primo traduttore.

http://leventicinqueundici.noblogs.org/?p=1647


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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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