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sabato 10 gennaio 2015

Democrazie a rischio in Europa. Oltre le frontiere del terrore. Difendiamo i diritti fondamentali e le libertà individuali, dei migranti e di tutti. Per un futuro condiviso.


Di fronte al moltiplicarsi di commenti sugli aspetti più eclatanti degli attacchi terroristici in Francia, stiamo assistendo  ad una girandola di ipotesi ricostruttive che puntano soprattutto sulla identificazione del fondamentalismo con il terrorismo e su una risposta meramente militare e giudiziaria, con una stretta rivolta soprattutto nei confronti degli immigrati, siano essi di seconda generazione, magari anche cittadini europei, oppure appena sbarcati, tra i quali si intravedono già potenziali minacce per la pacifica convivenza della “civile” Europa. Nelle parole del ministro Alfano una grande confusione tra "coloro che ritornano dalle zone calde" ed i migranti forzati che raggiungono le nostre coste o che più spesso vengono soccorsi in alto mare. Su quasi 170.000 persone arrivate nel 2014 in Italia non risulta un solo caso accertato di persona legata ad organizzazioni terroristiche, sembra che ci siano soltanto tre casi ancora presunti.

http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2014/agosto/1408948190956.html 




Sullo sfondo le proposte più estreme, ammantate di islamofobia, se non pura xenofobia, come le espulsioni di massa, fino alla reintroduzione della pena di morte rilanciata dalla Le Pen in Francia e da Calderoli in Italia.

http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2015/01/09/

Si dimentica presto come detro molti attentati ai danni di ebrei in Francia ci siano state organizzazioni neonaziste, le stesse che oggi fomentano odio anche contro gli immigrati ed i richiedenti asilo o protezione internazionale.

 Dietro la “guerra tra religioni” si nasconde una svolta fondamentale nella guerra economica che divide il mondo, avviluppato nella crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale, e che spacca pure i musulmani, tra sciti e sunniti. Se di guerra di religione si può parlare, si dovrebbe guardare semmai proprio all’interno del mondo islamico, come confermano i tragici attentati quotidiani che si consumano dallo Yemen alla Siria ed all’Iraq.


Non si dà rilievo al contesto storico e geopolitico dei drammatici giorni che sta vivendo Parigi e l’intera Francia, fermandosi all’orrore della cronaca quotidiana, e si continuano ad ignorare elementi di fatto che sarebbero della massima importanza per una risposta politica credibile ed efficace, per uscire fuori dalle logiche puramente sicuritarie, in auge dal 2001, che non sono state neppure capaci di prevedere e di anticipare le mosse dei terroristi. Elementi di fatto che stanno nelle vicende che attraversano paesi anche molto lontani tra loro, come la Nigeria, il Mali, la Libia, il Niger, il Sudan, l’Egitto, e la Siria. 


Soprattutto la Siria dove la comunità internazionale sta ritrovando come alleato il vecchio dittatore Assad, eretto ad argine contro il terrorismo internazionale. Una scelta che cancella la prospettiva di futuro per milioni di profughi della diaspora siriana, esattamente come si è fatto per decenni con la diaspora palestinese.


La logica del muro contro muro, delle guerre di religioni, dell’arroccamento nella “Fortezza Europa”, con l’eclissi completa dell’Unione Europea nelle grandi aree di crisi del pianeta, non hanno fermato il dilagare delle organizzazioni terroristiche in Europa nè hanno prosciugato quei bacini di coltura, alimentati anche dalle guerre e dalla crisi economiche, che hanno permesso nuovi reclutamenti e solidarietà manifeste. Erano mesi che in Francia si diffondevano allarmi su possibili attacchi terroristici, un allarme preciso era giunto dall’Algeria pochi giorni fa, i precedenti non erano mancati, ma la risposta delle destre si è concentrata sul contrasto dell’immigrazione, bandiera della politica della Le Pen, piuttosto che sullo sminamento dei ponti e sul superamento delle enclavi e dei ghetti. Dopo, dopo le vittime dell'attacco al Charlie Hebdo, troppo facile dare la colpa ai servizi o ai settori più fondamentalisti della comunità islamica. Anche se ancora manca la dovuta chiarezza sulle circostanze che hanno permesso la strage nella sede del giornale satirico parigino.

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/quellallarme-dellalgeria-ignorato-hollande-1081337.html 


Con la guerra ai migranti, con lo sbarramento anche nei confronti dei potenziali richiedenti asilo,  sembrava possibile risolvere tutti i problemi  lontano dalle frontiere Schengen, con una delega piena ai paesi di transito e di origine. In Europa, e nel resto del mondo, si è preferito sostenere le dittature, come quella dell’Arabia Saudita ed oggi quella egiziana, che nei confronti del fondamentalismo islamico sembravano garantire gli strumenti di contrasto più drastici, se non veri e propri governi fantoccio, come si è fatto in Irak ed in Afghanistan, senza portare fino in fondo i tentativi di pacificazione, o di soluzione dei conflitti locali, che sono presto degenerati acquistando una dimensione globale ( dalla Palestina alla Siria, passando per il Mali ed il Sudan).  


 E nel caso della Libia è evidente ancora in questi giorni la pulsione interventista di alcuni governi europei, quello francese in testa (ancora invischiato nella crisi in Mali), rispetto ai deboli tentativi di negoziazione tra le due principali parti in gioco portati avanti dalle Nazioni Unite. Tentativi che non sono certo favoriti dal sostegno dato da molti paesi occidentali in Libia all’operazione Dignity del generale Haftar, sul quale stanno puntando le cancellerie europee per una normalizzazione della situazione sul territorio libico. Con i bombardamenti aerei, come quelli sulle città di Bengasi e Misurata non si è mai ricostruita la pace, ma si sono solo aggravate le condizioni di conflitto a danno della popolazione civile.



 Di certo non si tratta solo della libertà di informazione, o del diritto alla satira, che sarebbero a rschio, come continuano a riproporre alcuni commenti riduzionistici dopo l’attacco al Charlie Hebdo. Siamo di fronte ad un punto di svolta che impone di superare gli slogan auto assolutori e di tracciare concrete linee di impegno. Sarà un lavoro quotidiano, durissimo, contro tutti i pregiudizi e le storture rilanciati dai media.  E' a rischio la democrazia e la convivenza civile tra diverse etnie in Europa. E' a rischio il futuro  dei nostri figli, non solo quello degli immigrati di arrivo più recente o di seconda ( o terza) generazione. E' in gioco il destino di tutti.

Le prime vittime di questi attacchi saranno comunque gli immigrati. Si può prevedere anche un blocco o una regressione delle leggi che riguardano il riconoscimento della cittadinanza e pratiche sempre più sommarie di respingimento, di detenzione amministrativa e di espulsione.

https://medium.com/@asgharbukhari/charlie-hebdo-this-attack-was-nothing-to-do-with-free-speech-it-was-about-war-26aff1c3e998 
 
Le risposte agli attacchi in Francia, che si stanno profilando dietro le ipocrisie di comodo, lasciano presagire il peggio. I governanti europei e le burocrazie di Bruxelles di fronte all’aggravarsi della crisi si stanno avvitando in una logica meramente repressiva che rischia di rinforzare oggettivamente le organizzazioni terroristiche e di accrescerne il consenso sociale. Esattamente come le politiche proibizionistiche, adottate anche nei confronti di chi fugge da guerre e dittature, non riescono neppure a sbarrare le frontiere ma cementa omertà ed accresce il potere ed i guadagni delle organizzazioni criminali che trafficano esseri umani.

Come sosteniamo da mesi, ribadiamo la necessità di aprire corridoi umanitari per dare una prospettiva di salvezza in Europa a chi è stato  costretto a lasciare il proprio paese e si trova intrappolato in un paese di transito, come la Libia, ad esempio. Ma non basta. Occorre aprire ponti di solidarietà e di condivisione con quelle comunità musulmane che sono anch'esse vittime degli attacchi terroristici di questi giorni. Uno sforzo che va fatto nei paesi musulmani, con il sostegno alle grandi organizzazioni internazionali come l’Unione Africana o le Nazioni Unite, e all’interno dell’Unione Europea, con la partecipazione, con l’aggregazione, con il confronto, e non solo con apparati repressivi o con strumenti giudiziari, pure necessari, ma che non possono risolvere certo il problema di una nuova prospettiva di convivenza.

Solo sulla base della costruzione di canali di comunicazione e di riconoscimento reciproco con le comunità musulmane presenti nel territorio europeo si potranno identificare ed isolare, e dunque prevenire, quei nuclei armati o potenzialmente reclutabili per la lotta armata che  non saranno certo fermati da una riproduzione di stereotipi o dalla diffusione di pregiudizi, che potrebbero al contrario cementare solo omertà e connivenze.
Per la costruzione di questi canali risulterà essenziale lo sforzo collettivo, dal basso, delle associazioni e delle organizzazioni della società civile. La pratica della solidarietà costituisce ancora l’unico antidoto contro la logica dell’odio e della rivalsa.

Sul piano internazionale, senza la soluzione del conflitto israelo-palestinese e senza l’avvio di un processo di pacificazione che parta dalla Siria e raggiunga l’Iraq e l’Afghanistan, e poi ancora dal Mali al Sudan, non si potranno certo sconfiggere le centrali del terrore, alimentate da risorse economiche enormi provenienti dai paesi più disparati, alcuni dei quali tradizionali alleati dell'Occidente. 

Su una nuova coesione politica, con una mobilitazione permanente contro organizzatori,  finanziatori o semplici sostenitori politici del terrorismo, si giocherà la sfida della comunità internazionale. Non si tratta di preparare altri interventi armati, semmai occorre "sminare" le aree di crisi e preparare soluzioni negoziate.

Se di fronte alle sfide attuali si cedesse ancora ai richiami delle destre xenofoba o alla sfiducia alimentata dai partiti populisti e nazionalisti, il destino dell’ Unione Europea, e della democrazia all’interno dei singoli stati, sarebbe segnato.

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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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