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sabato 2 maggio 2015

La Corte di Cassazione pone un argine ai respingimenti immediati in frontiera mentre aumentano i casi di trattenimento amministrativo nei CIE ed i dinieghi da parte delle Commissioni territoriali. Non esistono "paesi terzi sicuri".Tutti hanno diritto ad una procedura individuale.


Una ordinanza  della Cassazione ( Ordinanza 25 marzo 2015, n. 5926) davvero importante, che dovrebbe limitare la prassi dei respingimenti immediati in frontiera eseguiti prima che si sia data la possibilità di essere informati sulla possibilità di chiedere asilo e di accedere alla procedura per il riconoscimento di uno status di protezione. Centinaia di migranti, soprattutto egiziani e nigeriani, grazie agli accordi bilaterali che prevedono forme semplificate per i "riconoscimenti" di nazionalità da parte delle autorità consolari dei paesi di origine, sono stati respinti a poche ore dallo sbarco, soprattutto da Catania e Siracusa. Adesso sembra che vengano trasferiti nei centri di identificazione ed espulsione (CIE) dove hanno accesso alla procedura abbreviata e sostengono l'audizione prima di essere rimessi in libertà con un permesso di soggiorno provvisorio per tre mesi. Non si sa quali informazioni ricevano i richiedenti asilo trattenuti nei CIE prima di essere sentiti dalla Commissione territoriale, se non quelle, spesso fuorvianti, ricevute dagli altri migranti trattenuti. I dinieghi assai probabilmente, aumenteranno ancora.

Il problema dei respingimenti immediati in frontiera era già sollevato nella parte introduttiva della ricerca "Il diritto alla protezione" coordinata dall'ASGI e pubblicata nel 2012, sono passati tre anni, ed adesso si intravede un barlume di stato di diritto anche alle frontiere portuali. Lo stesso principio dovrebbe peraltro valere alle frontiere aeroportuali, dove si continuano a segnalare respingimenti sommari di migranti arrivati senza documenti regolari, spesso si tratta di siriani.

http://www.serviziocentrale.it/file/server/file/Il%20diritto%20alla%20protezione.pdf

I giudici di tribunale, da ultimo a Caltanissetta, fanno applicazione del principio affermato dalla Cassazione e annullano i decreti di trattenimento nei CIE conseguenti ai provvedimenti di respingimento adottati dai questori. Ma per alcuni migranti, che magari comprendono solo dopo la liberazione di avere presentato una domanda di asilo, senza averne comunque compreso appieno la portata, il futuro non è roseo. Vanno incontro ad un diniego "scontato" ed alla perdita del permesso di soggiorno temporaneo ( tre mesi). Per altri, lasciati senza informazione nei centri di accoglienza. o del tutto esclusi dl circuito dell'accoglienza ( CAS, CARA, SPRAR), non rimane che prepararsi ad una lunga precarietà.

 Non esistono "paesi terzi sicuri".Tutti hanno diritto ad una procedura individuale, e possono ottenere il riconoscimento di uno status di protezione, anche se provengono dal Gambia, dal Camerun, dal Ghana o dalla Nigeria.
Rispetto a decisioni di diniego da parte delle Commissioni territoriali,  si vedano, ad esempio, le seguenti sentenze:
-Corte di appello di Roma, 6 giugno 2013, che riconosce la protezione sussidiaria ad un cittadino del Ghana, per la necessità di sottrarsi alla pena di morte, come conseguenza possibile della qualificazione di un omicidio colposo come omicidio volontario, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2014,1, 105
-Tribunale di Roma, 2 agosto 2013, che riconosce ad un cittadino del Camerun  lo status di rifugiato per il rischio di omofobia  nel paese di origine, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza,  2014,1,109
-Corte di appello di Roma, 16 gennaio 2014, che riconosce la protezione sussidiaria ad un cittadino del Gambia, disertore, in  Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2014,2, 151. Nello stesso senso una sentenza  del Tribunale di Caltanissetta del 16 febbraio 2015 (inedita), sempre relativa ad un diniego ricevuto da un richiedente asilo cittadino del Gambia, al quale è stata riconosciuta la protezione sussidiaria, in quanto si riconosce che il ricorrente in caso di rientro nel paese di origine può subire un “danno grave” nella forma di “minaccia grave ed individuale alla vita” derivante dalla violenza indiscriminata in situazione di conflitto internazionale ( art.14, comma 1,lett.c) d.lgs. 251/2007”
-Corte di appello di Trieste, 15 maggio 2014, che riconosce la protezione sussidiaria ad un cittadino della Nigeria per la sussistenza di violenza indiscriminata e diffusa nel suo paese, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2014,2,156

E tutti coloro che fuggono dalla Libia in questo periodo dovrebbero ottenere quanto meno il riconoscimento della protzione umanitaria, senza passare dalle Commissioni terrritoriali, ma sulla base di un decreto che il governo dovrebbe adottare in base all'art. 20 del T.U. 286 del 1998, in presenza di un afflusso massiccio di sfollati.
 Nel 1999 ( Kosovo)e nel 2011 ( Emergenza nordafrica) questi decreti furono adottati, non si comprende perchè oggi il governo Renzi, di fronte ad una gravissima crisi umanitaria indotta anche dai tempi troppo lunghi delle procedure in Italia, mentre l'Unione Europea non considera neppure l'ipotesi di modificare l'iniquo Regolamento Dublino III, non possa fare altrettanto.

In questo senso la Corte d'Appello di Cagliari Ordinanza del 18 - 31 maggio 2012 n. 51:  in materia di Emergenza Nordafrica,  secondo la quale, ai fini del riconoscimento di uno status di protezione,  non risulta manifestamente infondata l’equiparazione fra i cittadini libici e coloro che, pur non libici, vivevano stabilmente da anni in Libia. A fronte delle torture e delle sevizie inflitte ai migranti trattenuti nei campi e nei capannoni di concentramento in Libia, in considerazione delle condizioni fisiche e psichiche nelle quali arrivano i migranti dopo traversate sempre più pericolose, si dovrebbe dunque riconoscere almeno la protezione umanitaria a tutti coloro che riescono a fuggire da un paese nel quale non è neppure garantita la sicurezza degli osservatori e degli operatori umanitari occidentali, al punto che anche l’OIM e l’UNHCR hanno dovuto sospendere le attività in territorio libico avviate negli anni precedenti.

Non si comprende che, al di là dell' ultima Ordinanza della Corte di Cassazione, che dovrebbe porre fine ad una stagione di abusi di polizia in frontiera, occorre riaprire canali legali di ingresso in Europa anche per lavoro, con forme di regolarizzazione successiva per le persone che sono state costrette a partire da paesi in una situazione di conflitto ormai generalizzato. E che non si mettano  a diffondere informazioni sui soliti fogliettini plurilingue allegati alle circolari del ministero dell'interno...

http://www.eius.it/giurisprudenza/2015/054.asp

Corte di Cassazione

Sezione VI civile
Ordinanza 25 marzo 2015, n. 5926

Presidente: Di Palma - Estensore: De Chiara

PREMESSO
1. - Il Giudice di pace di Roma ha convalidato il decreto di trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione emesso il 18 febbraio 2014 dal Questore di Siracusa nei confronti del sig. A.I., di nazionalità nigeriana, in esecuzione del respingimento disposto in pari data.
Il sig. I. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi di censura. L'amministrazione intimata non si è difesa.
Con relazione ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c. il Consigliere relatore ha proposto il rigetto del ricorso. La relazione è stata ritualmente comunicata al P.M. e notificata all'avvocato del ricorrente, il quale ha presentato memoria.
CONSIDERATO
2. - Il ricorrente premette di essere stato destinatario, in quanto privo di documenti di riconoscimento, di decreto di respingimento del Questore di Siracusa in data 18 febbraio 2014, dopo essere stato quello stesso giorno soccorso in mare dal personale della nave San Giusto della Marina Militare ed essere quindi sbarcato irregolarmente sul territorio italiano. Unitamente al respingimento gli era stato notificato il decreto di trattenimento presso il CIE di Ponte Galeria a Roma. Articola quindi i seguenti motivi di censura:
I) violazione degli artt. 2, commi 5 e 6, 10, comma 2, lett. b), 14, commi 1 e 5, e 13-bis d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, dell'art. 2, comma 1, d.P.R. 16 settembre 2004, n. 303, nonché degli artt. 3, 6, 20 e 26 d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25 e dell'art. 10 Cost., essendo stato violato il suo diritto ad essere informato tempestivamente sulla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, dato che era stato immediatamente respinto senza ricevere tali informazioni, con conseguente preclusione, di fatto, del diritto di accedere alla procedura;
II) violazione degli artt. 13, comma 8, e 14, commi 4 e 5, d.lgs. n. 286 del 1998, cit., degli artt. 3, 6, 20 e 26 d.lgs. n. 25 del 2008, cit., dell'art. 7, par. 3 e 14, della direttiva 2003/9/CE, dell'art. 18 della direttiva 2005/85/CE, nonché dell'art. 31 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 in relazione all'art. 117 Cost., sostenendo che non poteva essere convalidata la misura del trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione (C.T.E.) avendo egli diritto ad essere ospitato, invece, in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.), nella qualità di richiedente protezione internazionale conseguente alla violazione del suo diritto ad essere informato della possibilità di presentare la relativa domanda, come palesato all'udienza di convalida davanti al Giudice di pace;
III) violazione degli artt. 5, 6, par. 1, e 13 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché dell'art. 1 del Protocollo aggiuntivo n. 7 alla medesima Convenzione, in relazione all'art. 117 Cost., per essersi il Giudice di pace limitato all'esame del provvedimento di trattenimento, trascurando l'esame del sottostante provvedimento di respingimento, la cui illegittimità, per i motivi di cui sopra, si riverbera sul primo, che ne costituisce esecuzione.
3. - I motivi, da esaminare congiuntamente data la loro connessione, sono fondati nei sensi che seguono.
3.1. - L'obbligo di informare gli stranieri, giunti irregolarmente sul territorio di uno Stato dell'Unione Europea, sulle procedure da seguire per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale, cui aspirino, è stato esplicitamente sancito della direttiva 2013/32/UE del 26 giugno 2013 (genericamente richiamata nella memoria di parte ricorrente), il cui art. 8 recita: «Qualora vi siano indicazioni che cittadini di paesi terzi o apolidi tenuti in centri di trattenimento o presenti ai valichi di frontiera, comprese le zone di transito alle frontiere esterne, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, gli Stati membri forniscono loro informazioni sulla possibilità di farlo. In tali centri di trattenimento e ai valichi di frontiera gli Stati membri garantiscono servizi di interpretazione nella misura necessaria per agevolare l'accesso alla procedura di asilo».
L'obbligo d'informazione sulle procedure di asilo è sancito anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che nella motivazione della sentenza 23 febbraio 2012, ric. n. 27765/09, Hirsi Jamaa c. Italia (puntualmente richiamata nella memoria di parte ricorrente), al § 204 annota: «La Corte ha già rilevato che la mancanza di informazioni costituisce uno dei principali ostacoli all'accesso alle procedure d'asilo (vedi M.S.S., prima citata, § 304). Ribadisce quindi l'importanza di garantire alle persone interessate da una misura di allontanamento, le cui conseguente sono potenzialmente irreversibili, il diritto di ottenere informazioni sufficienti a consentire loro di avere un accesso effettivo alle procedure e di sostenere i loro ricorsi».
Per completezza può aggiungersi che al § 304 della sentenza della Corte di Strasburgo 21 gennaio 2011, ric. n. 30696/09, M.S.S. c. Belgio e Grecia, sopra richiamato, si legge: «The Court notes in this connection that the applicant claims not to have received any information about the procedures to be followed. Without wishing to question the Government's good faith concerning the principle of an information brochure being made available at the airport, the Court attaches more weight to the applicant's version because it is corroborated by a very large number of accounts collected from other witnesses by the Commissioner, the UNHCR and various non-governmental organisations. In the Court's opinion, the lack of access to information concerning the procedures to be followed is clearly a major obstacle in accessing those procedures».
3.2. - In siffatto quadro normativo e giurisprudenziale, se deve per un verso negarsi che le norme nazionali prevedano espressamente il dovere d'informazione ai valichi di frontiera invocato dal ricorrente, o che sia nella specie direttamente applicabile la previsione di tale dovere contenuta nel richiamato art. 8 della direttiva 2013/32/UE (la quale non era stata ancora recepita alla data del decreto di respingimento e trattenimento per cui è causa e il relativo termine, ai sensi dell'art. 51 della direttiva stessa, scadrà soltanto il prossimo 20 luglio), non può tuttavia continuare ad escludersi che il medesimo dovere sia necessariamente enucleabile in via interpretativa facendo applicazione di regole ermeneutiche pacificamente riconosciute, quali quelle dell'interpretazione conforme alle direttive europee in corso di recepimento e dell'interpretazione costituzionalmente orientata al rispetto delle norme interposte della CEDU, come a loro volta interpretate dalla giurisprudenza dell'apposita corte sovranazionale.
Ed invero nessun ostacolo testuale alla configurazione di un dovere d'informazione sulle procedure da seguire per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale, come delineato dal richiamato art. 8 della direttiva 2013/32/UE, conforme alle indicazioni della giurisprudenza CEDU, è dato scorgere nella normativa nazionale, e in particolare negli artt. 3, comma 2, 6, comma 1, e 26, comma 1, d.lgs. n. 25 del 2008, o nell'art. 2, comma 1, d.P.R. n. 303 del 2004, che specificamente fanno riferimento alla presentazione delle domande di protezione internazionale all'ingresso nel territorio nazionale.
Poiché l'avvenuta presentazione di una domanda di protezione internazionale sarebbe ostativa al respingimento, quest'ultimo è illegittimo allorché sia stato disposto senza il rispetto di tale preventivo dovere d'informazione, che ostacola di fatto il tempestivo esercizio del diritto a richiedere la protezione internazionale, e tale illegittimità si riverbera anche sul conseguente provvedimento di trattenimento, inficiandolo a sua volta.
Può in definitiva enunciarsi, avuto riguardo ai termini della fattispecie in esame e conformemente al disposto della direttiva europea di cui sopra, il seguente principio di diritto: qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per agevolare l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento.
3.3. - Tanto premesso, va altresì richiamato il più recente orientamento di questa Corte in tema di poteri di sindacato del giudice della convalida del decreto di trattenimento sul provvedimento espulsivo che ne è presupposto.
Con ordinanza 5 giugno 2014, n. 12609, questa Corte si è adeguata agli sviluppi della giurisprudenza CEDU (in particolare le sentenze 8 febbraio 2011, ric. n. 12921/04, Seferovic c. Italia, e 10 dicembre 2009, ric. n. 3449/05, Hokic e Hrustic c. Italia) in tema di interpretazione dell'art. 5, § 1, della Convenzione, quanto alla definizione della nozione di arresto o detenzione "regolari" disposti nel corso di un procedimento di espulsione. Precisando il proprio consolidato orientamento, secondo cui al giudice della convalida del trattenimento o accompagnamento coattivo dell'espulso alla frontiera non è consentito alcun sindacato di legittimità sul sottostante provvedimento espulsivo, del quale deve limitarsi a verificare soltanto l'esistenza e l'efficacia, questa Corte ha affermato che tale giudice è investito anche del potere di rilevare incidentalmente, ai fini della decisione di sua competenza, la "manifesta" illegittimità del provvedimento espulsivo, da intendersi in concreto nei sensi ricavabili dalla medesima giurisprudenza CEDU.
3.4. - Il Giudice di pace, perciò, avrebbe dovuto darsi carico di verificare la fondatezza della censura (cui si fa cenno nel sintetico verbale dell'udienza di convalida) d'illegittimità del decreto di respingimento per non essere stato il ricorrente informato sulla possibilità di presentare una domanda di protezione internazionale, e avrebbe dovuto verificarne, per quanto possibile, la fondatezza e comunque statuire su di essa.
Di una tale verifica o statuizione, invece, non vi è traccia nel provvedimento impugnato, che va pertanto cassato senza rinvio essendo spirato il termine perentorio previsto dall'art. 14 d.lgs. n. 286 del 1998, cit., per la convalida del trattenimento.
3.5. - Le spese processuali dell'intero giudizio, sia di merito che di legittimità, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa senza rinvio il provvedimento impugnato e condanna l'Amministrazione intimata al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 1.100,00, di cui Euro 1.000,00 per compensi di avvocato, quanto al giudizio di merito, e in Euro 1.600,00, di cui Euro 1.500,00 per compensi di avvocato, quanto al giudizio di legittimità, oltre spese forfetarie e accessori di legge e con distrazione in favore del difensore antistatario avv. Silvio Ferrara.

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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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