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martedì 19 maggio 2015

L'Unione Europea si avventura in una missione militare al di fuori della legalità e si spacca sui criteri di accoglienza e di riparto dei profughi. Nessuna decisione immediata per garantire la fuga dai lager libici e la salvezza in mare.


Fino a qualche giorno fa sembrava che i ministri dell'interno dell'Unione Europea, riuniti nel Consiglio straordinario richiesto dall'Italia il 23 aprile scorso, e quindi la Commissione Europea, che nei giorni scorsi aveva formulato un corposo documento rivolto al Parlamento Europeo, avessero deciso una serie di  "interventi militari mirati" per la distruzione dei barconi dei trafficanti, senza escludere missioni di incursori per eventuali azioni sul territorio libico, sempre allo stesso fine.

http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/background-information/docs/communication_on_the_european_agenda_on_migration_en.pdf

Poi il riferimento alla distruzione dei barconi è scomparso ed i ministri UE si sono limitati a proporre un attacco "al business dei trafficanti" che, come è noto, non è un oggetto fisico immediatamente target di azioni militari o di incursioni a terra.

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L:2015:122:FULL&from=EN

Tuttavia la ricerca di "basi legali" per legittimare interventi in territorio libico, durante tutto il Consiglio Europeo di Bruxelles, è stata spasmodica. Non sarà facile trovarle, queste "basi legali", soprattutto in assenza di una copertura da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Siamo ad un punto che a Bruxelles si stanno attaccando persino agli allarmi sui terroristi ISIS infiltrati sui barconi, allarmi lanciati dal governo di Tobruk per evidenti finalità di ricerca di appoggi militari  e politici contro le autorità di Misurata ( Operazione Alba) ed il governo di Tripoli. Gli inglesi sono già pronti, il governo italiano si potrebbe trovare intrappolato in una iniziativa di guerra che con controlla. Londra è più vicina a Washington che a Bruxelles o a Roma.

http://www.dailymail.co.uk/news/article-3086993/British-special-forces-sent-Libya-hunt-people-smuggling-gangs-Nato-chief-warns-ISIS-militants-hiding-refugees-boats.html?ITO=1490&ns_mchannel=rss&ns_campaign=1490

 Di sicuro, a chi vagheggia una operazione Atalanta ( EUNAVFOR) in Mediterraneo si dovrebbe ricordare che la Libia non è la Somalia e che a bordo dei barconi ci sono migranti in fuga e non pirati pronti ad assaltare navi commerciali. Almeno finora.

 http://www.eurasia-rivista.org/la-pirateria-al-largo-delle-coste-somale-loperazione-atalanta/19559/

http://eunavfor.eu/

http://www.africa-express.info/2015/01/05/somalia-europa-e-nato-guerra-contro-pirati-sino-alla-fine-del-2016/

Declaration of the Committee of Ministers of the Council of Europe
“United around our principles against violent extremism and radicalisation leading to terrorism”, 125th Session of the Committee of Ministers, Brussels, 19 May 2015

https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?Ref=CM%282015%2974&Language=lanEnglish&Ver=final

http://statewatch.org/news/2015/may/coe-committee-ministers-91-5-15-additional-protocol-convention-prevention-terrorism.pdf

Secondo quanto viene diffuso dalla stampa italiana, che dopo la smentita di Alfano non riprende gli allarmi sui terroristi che si troverebbero a bordo dei barconi, il Consiglio dei ministri della difesa e degli esteri dell'Unione Europea riunito a Bruxelles lunedì 18 maggio, ha varato una missione navale denominata EuNavFor Med, ed  ha approvato il piano Cmc (Crisis management concept). L'Italia avrà il quartiere generale (a Roma) ed il comando è stato affidato all'ammiraglio di divisione Enrico Credendino. Il budget per la fase di avvio dei primi due mesi sarà di 11,82 milioni, il mandato («iniziale» è precisato nelle conclusioni del Consiglio) è di dodici mesi.   Sono previste tre fasi, la prima in acque internazionali, la seconda e la terza in acque libiche, anche con uso della forza sempre che arrivi il mandato richiesto all'Onu dalla Commissaria EU Mogherini o intervenga la richiesta esplicita di un governo libico di unità nazionale di cui però al momento è difficile prevedere la nascita a breve ( Giornale di Sicilia). La prima fase prevede «solo» il pattugliamento e la raccolta di informazioni di intelligence. E la Nato, con il segretario generale Jens Stoltenberg che ha partecipato al Consiglio, si dice pronta a cooperare se sarà richiesta. Le altre due fasi implicano la «ricerca, il sequestro e la distruzione degli 'asset' dei trafficanti», che sia «basato sulla legge internazionale e in partnership con le autorità libiche». Di fatto significa che alla fase uno si potrà dare il via, dopo la messa a punto della pianificazione militare, col Consiglio Esteri del 22 giugno. Per calibrare le due fasi successive sarà invece necessaria la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, sulla quale stanno lavorando i quattro paesi europei che ne fanno parte (i 'permanentì Gran Bretagna e Francia, i 'temporaneì Spagna e Lituania) con il contributo dell'Italia (Giornale di Sicilia).

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-05-18/mogherini-roma-quartier-generale-missione-navale-ue--181516.shtml?uuid=ABS15GiD

http://www.westernmassnews.com/story/29090565/eu-approves-military-plan-to-target-traffickers

Negli ultimi documenti approvati dal Consiglio dei ministri europei riunito a Bruxelles nessun riferimento alle condizioni terribili di arresto ed internamento dei migranti nelle prigioni libiche e nei lager gestiti direttamente dai trafficanti, certamente non inquadrabili come bersagli di possibili incursioni, e nessuna apertura di canali umanitari o di progetti di evacuazione di persone, anche donne e minori, sottoposti in Libia ad ogni sorta di abusi e costretti a subire ogni ricatto pur di imbarcarsi verso l'Europa. Di fatto i trafficanti restavano e restano l'unica possibilità di fuga dall'inferno.

http://mg.co.za/article/2015-05-14-amnesty-international-reports-abduction-torture-and-rape-of-refugees

 Adesso la montagna ( delle buone intenzioni) dopo la strage più grande che si sia mai verificata nel Mediterraneo, lo scorso 18 aprile, partorisce il topolino, ed il Consiglio dei ministri della difesa e degli esteri, riuniti a Bruxelles lunedì 18 maggio, ha varato una missione in acque internazionali che dovrebbe distruggere, non le imbarcazioni, ma "il business dei trafficanti".  Una nozione tanto generica che conferma l'effetto annuncio della decisione ma anche la totale assenza di quelle "basi legali" che sarebbero state individuate dai ministri e che dovrebbero essere completate da un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sembra infatti che la seconda e la terza fase dell'operazione, che dovrebbe comprendere l'intervento nelle acque territoriali libiche e possibii sbarchi a terra di unità speciali di commando, possano seguire solo dopo l'approvazione da parte del Consiglio di sicurezza. Ma basta evocare il pericolo (reale) della presenza di ISIS in Libia e le azioni di commando o i bombardamenti più o meno mirati sembrano a portata di mano. Nessuno si chiede quali siano stati gli effetti di questi metodi di attacco sperimentati in Irak ed in Afghanistan, per non parlare dell'esperienza terribile della Somalia. Eppure sembra possibile ripetere l'operazione Atlanta anche nelle acque del Mediterraneo, davanti alla costa libica ed i preparativi militari fervono.

http://migrantsatsea.org/2015/05/18/statewatch-analysis-the-eus-planned-war-on-smugglers/

http://newsone.tv/terrorists-may-use-migrant-cover-to-enter-in-europe-nato/

http://www.dailymail.co.uk/news/article-3086993/British-special-forces-sent-Libya-hunt-people-smuggling-gangs-Nato-chief-warns-ISIS-militants-hiding-refugees-boats.html?ITO=1490&ns_mchannel=rss&ns_campaign=1490

Rappresentanti della Guardia Costiera italiana prendono la parola con il coraggio che li contraddistingue in mare e a terra: gli interventi militari non risolvono la crisi dei migranti nel Mediterraneo.

http://www.theguardian.com/world/2015/may/19/italian-coastguards-military-action-will-not-solve-mediterranean-migrant-crisis  

Non sorprende che nessun giornale italiano riprenda la coraggiosa posizione assunta dalla Guardia Costiera italiana. Per avere notizie su quello che succede davvero nel Mediterraneo occorre seguire la stampa internazionale.

In realtà, quando si propone una serie di "interventi miltari mirati" si tratta di una "missione impossibile" perchè non ci sono i presupposti di legalità internazionale per interventi militari in Libia ( acque territoriali e suolo) contro la volontà delle autorità che comunque controllano il territorio ed esercitano poteri di sovranità, come il governo di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale, e le autorità che fanno capo all'Assemblea dei rappresentanti di Tripoli, per non parlare delle autorità dell'Operazione Alba di Misurata. Autorità che negli ultimi tempi hanno anche ripreso ad arrestare i migranti, prima che questi potessero imbarcari verso l'Europa, un modo per dimostrare che ancora esercitano poteri di controllo sul territorio e sulle acque libiche.  Ogni intervento militare deciso in territorio libico senza il consenso unanime di queste diverse entità, consenso che oggi appare escluso, avrebbe il carattere di atto di guerra e potrebbe innescare una crisi regionale dalle conseguenze imprevedibili, tenendo conto anche del supporto offerto dall'Egitto al governo di Tobruk.

http://www.news24.com/Africa/News/Migrant-ships-Libya-rejects-EU-military-action-20150519

https://euobserver.com/justice/128754

http://thepeninsulaqatar.com/news/middle-east/338819/libya-rejects-eu-military-action-against-migrant-ships

Non ci sono i presupposti per un intervento militare in territorio libico neppure dal punto di vista del diritto internazionale, a meno che non si voglia chiedere al Consiglio di sicurezza una forzatura come quella che, nel 1999, comportò la guerra ed i bombardamenti NATO in Serbia e Kosovo, con conseguenze destabilizzanti dell'intera Europa, conseguenze ben evidenti fino all'odierna crisi ucraina.

Il Consiglio di Sicurezza, in deroga al generale principio che vieta il ricorso all'uso della forza tra stati,  può intraprendere "azioni coercitive" di cui al Cap. VII della Carta dele Nazioni Unite. e dunque ogni azione navale, aerea o terrestre necessaria al mantenimento della pace o ristabilirla quando si ritiene sia stata violata. A partire dagli anni novanta il Consiglio ha fatto ricorso alla prassi dell’autorizzazione concessa ai singoli Stati membri a ricorrere all’uso della forza contro
altri Stati, coinvolgendo in alcune occasioni, si pensi al Kosovo nel 1999, le forze della Nato.

 Capitolo VII – Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione
Articolo 39
Il Consiglio di Sicurezza accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione, e fa raccomandazioni o decide quali misure debbano essere prese in conformità agli articoli 41 e 42 per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.
Articolo 40
Al fine di prevenire un aggravarsi della situazione, il Consiglio di Sicurezza prima di fare le raccomandazioni o di decidere sulle misure previste all’articolo 41, può invitare le parti interessate ad ottemperare a quelle misure provvisorie che esso consideri necessarie o desiderabili. Tali misure provvisorie non devono pregiudicare i diritti, le pretese o la posizione delle parti interessate. Il Consiglio di Sicurezza prende in debito conto il mancato ottemperamento a tali misure provvisorie.
Articolo 41
Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche.
Articolo 42
Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite.

Articolo 43
1. Al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate, l’assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio, necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
2. L’accordo o gli accordi suindicati determineranno il numero ed i tipi di forze armate, il loro grado di preparazione e la loro dislocazione generale, e la natura delle facilitazioni e dell’assistenza da fornirsi.
3. L’accordo o gli accordi saranno negoziati al più presto possibile su iniziativa del Consiglio di Sicurezza. Essi saranno conclusi tra il Consiglio di Sicurezza ed i singoli Membri, oppure tra il Consiglio di Sicurezza e i gruppi di Membri, e saranno soggetti a ratifica da parte degli Stati firmatari in conformità alle rispettive norme costituzionali.
Articolo 44
Quando il Consiglio di Sicurezza abbia deciso di impiegare la forza, esso, prima di richiedere ad un Membro non rappresentato nel Consiglio di fornire forze armate in esecuzione degli obblighi assunti a norma dell’articolo 43, inviterà tale Membro, ove questi lo desideri, a partecipare alle decisioni del Consiglio di Sicurezza concernenti l’impiego di contingenti di forze armate del Membro stesso.
Articolo 45
Al fine di dare alle Nazioni Unite la possibilità di prendere misure militari urgenti, i Membri terranno ad immediata disposizione contingenti di forze aeree nazionali per l’esecuzione combinata di un’azione coercitiva internazionale. La forza ed il grado di preparazione di questi contingenti, ed i piani per la loro azione combinata, sono determinati, entro i limiti stabiliti nell’accordo o negli accordi speciali previsti dall’articolo 43, dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato dal Comitato di Stato Maggiore.


Se si legge il Capitolo settimo della Carta delle Nazioni Unite, non si trova alcun appiglio per giustificare, nelle circostanze attuali, un intervento militare internazionale sotto l'egida dell'ONU, in territorio libico, se come obiettivo ci si pone la distruzione delle imbarcazioni dei trafficanti o come si è detto più recentemente "la distruzione del business dei trafficanti",  soprattutto dopo che sia il governo di Tobruk che quello di Tripoli hanno ritenuto questo intervento, ipotizzato dalla Commissaria UE Mogherini, come una intrusione nel loro spazio di sovranità nazionale.

Si dovrebbe valutare piuttosto se, con gli "interventi militari mirati" in Libia, al di là della disarticolazione delle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici, si migliori o si peggiori la condizione umanitaria dei migranti che si trovano imprigionati con diverse modalità in quel paese.
Senza una composizione politica del conflitto interno libico, con il ristabilimento di una autorità nazionale unica e l'adesione della Libia alla Convenzione di Ginevra, con il supporto della comunità internazionale per l'apertura immediata di canali umanitari,  non ci sono speranze di salvezza per migliaia di persone, uomini, donne, bambini esposti quotidianamente a stupri e torture di ogni genere.

http://www.la7.it/piazzapulita/video/missione-impossibile-parte-i-18-05-2015-155200

http://www.la7.it/piazzapulita/video/missione-impossibile-parte-ii-18-05-2015-155203

http://www.africa-express.info/2013/12/26/torture-sevizie-e-umiliazioni-per-migranti-africani-ovunque-e-la-stessa-storia/

Anche dal punto di vista del Diritto dell'Unione Europea quanto deciso dal Consiglio dei ministri degli esteri e della difesa riuniti a Bruxelles, seppure ridimensiona i propositi bellicisti espressi dalla Commissione Europea appena qualche giorno prima, sull'onda del Piano in dieci punti adottato dal Consiglio straordinario del 23 aprile, appare al di fuori del rispetto del riparto di competenze tra i diversi organi decisionali dell'Unione. Ed in effetti, anche se la stampa attribuisce grande rilievo alle ultime decisioni adottate ieri, la loro portata operativa è rinviata ad un successivo Consiglio dei ministri del 15 giugno ed ancora al Consiglio Europeo che si dovrà svolgere a Bruxelles alla fine di giugno, sempre che nel frattempo arrivi la copertura da parte del Consiglio di Sicurezza, sulla quale si batte da settimane, con scarsi risultati, la Commissaria agli affari esterni Mogherini. In ogni caso non si può pensare ad estendere il mandato di Frontex ad interventi che non siano alle frontiere esterne dell'Unione Europee, e dunque in acque internazionali, mentre davanti alla costa libica ed ancora di più in territorio libico non si può certo parlare di "frontiere esterne". Rimane il problema delle modalità di ingaggio delle navi Frontex/Triton  impegnate in missioni di soccorso al di fuori dell'area del loro mandato, quando l'avvio delle missioni militari dovesse comportare il rischio di attacco da terra verso qualsiasi unità militare che dovesse trovarsi a portata di tiro anche in acque internazionali al limite delle acque territoriali libiche, dove si verificano la maggior parte dei salvataggi. Su questa materia dovranno pronunciarsi sia il Consiglio che il Parlamento Europeo. L'avvio effettivo della missione EuNavFor Med è in ogni caso rinviato al Consiglio Europeo che si svolgerà a Bruxelles alla fine di giugno.

http://www.statewatch.org/news/2015/may/eu-council-vp-federica-mogherini-at-defence-and-foreign-affairs-council.pdf

Nessuno sembra porsi il problema delle conseguenze che le decisioni di intervento militare che stanno maturando tra Bruxelles e New York potranno avere sulle attività di salvataggio anche a ridosso delle acque libiche, o al loro interno, che continuano ad essere svolte da navi militari della Guardia costiera italiana, da navi militari di diversi paesi coinvolte nell'operazione Triton di Frontex, sempre sotto il coordinamento della Centrale operativa della Guardia Costiera italiana in tutti i casi nei quali si dichiari da quest'ultima un evento SAR ( Ricerca e soccorso), e da navi commerciali che si trovino nei pressi dei mezzi di soccorso. Attività di salvataggio che potrebbero diventare target di azioni ritorsive che potrebbero partire dalla costa libica, con effetti devastanti per la vita di migliaia di persone e degli stessi operatori a bordo delle navi che intervengono in soccorso. E' di pochi giorni fa la notizia di un bombardamento di un mercatile turco diretto a Bengasi da parte di aerei del generale Haftar, braccio armato del governo libico di Tobruk, con la morte ed il ferimento di diversi membri dell'equipaggio.

 Dopo il silenzio assordante dell'ONU sulle proposte di intervento militare della Mogherini, già bocciate dal segretario generale Ban Ki-moon nel suo incontro con Renzi,  il dibattito europeo si è dunque spostato dalle politiche sulle migrazioni e sui controlli di frontiera, di competenza dell’agenzia Frontex, all’interno dei processi decisionali sui quali occorre la “codecisione” del Parlamento Europeo, alla materia della sicurezza e della politica estera (PESC) sulla quale possono decidere i ministri della difesa e degli esteri dei diversi stati dell’Unione, senza il voto del Parlamento europeo che va soltanto “informato”. Neppure i parlamenti nazionali hanno fatto sentire la loro voce rispetto a decisioni che possono comportare un vero e proprio stato di guerra dentro e fuori il territorio libico.

Sono state accantonate le apparenti novità che sembravano contenute nel programma elaborato dalla Commissione Europea ulla base del Piano Jiuncker, come l'apertura di canali legali di ingresso e l'impulso verso la condivisione deegli oneri ed una maggiore armonia delle normative nazionali in materia di asilo. Erano progetti che si collocavano all'interno di proposte vecchie, come la Carta blu per gli ingressi dei migranti maggiormente qualificati, o si potevano tradurre in generici inviti ai legislatori nazionali, nella sostanza del tutto insignificanti.  Adesso, l’Europa si è spaccata persino sulle minime possibilità di resettlement dai paesi extra-UE in Europa, appena 20.000 persone in due anni, e di ritrasferimento (relocation) tra i diversi paesi europei, prima ancora che, oltre alle percentuali, vi fosse una indicazione di dati numerici certi. Dopo i paesi dell’Europa orientali guidati dall’Ungheria e dalla Polonia, si sono sfilati anche la Francia e la Spagna. 

http://notizie.tiscali.it/esteri/feeds/15/05/19/t_121_20150519_EST_TN01_0122.html?esteri 

L’Italia avrà il comando delle operazioni navali contro i trafficanti in acque libiche, con tutti i rischi conseguenti, ma dovrà fare ancora da sola per accogliere i migranti che sbarcano, soprattutto adesso che gli altri paesi confinanti stanno bloccando le loro frontiere (oltre 900 respinti dalla Francia alla frontiera di Ventimiglia in pochi giorni) ed applicando con maggiore rigore le riammissioni nel nostro paese previste dal Regolamento Dublino III.

 Ancora una volta, tutti gli interventi  militari sembrano giustificati dalle ragioni di sicurezza , sono i ministri europei che trovano “le basi legali”, anche a scapito della vita umana, si dà ancora  priorità assoluta al contrasto del traffico di esseri umani, sulla scorta dei Protocolli contro la tratta ed il traffico di esseri umani, allegati alla Convenzione ONU contro il crimine transnazionale, adottata nel 2000 a Palermo. Un documento che ha giustificato ( nel 2008) accordi di riammissione e di respingimento anche con paesi come la Libia, che non avevano neppure aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Non è bastata neppure la condanna della Corte Europea dei diritti dell'Uomo sul caso Hirsi per i respingimenti illegali eseguiti nel 2009 dall'Italia verso la Libia. Un problema che oggi sembra non rilevare più. Se non si possono eseguire più i respingimenti collettivi si tenta di bloccare le persone in fuga prima che partano. Anche a  costo di venire a patti con dittature o con governi che non applicano la Convenzione di Ginevra.  Si tratta del Processo di Khartoum. Naturalmente “per salvare vite umane”. 

http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/03/24/processo-di-khartoum-sapete-cose/  


I ministri degli esteri e della difesa riuniti a Bruxelles ieri, come la Commissione Europea, e le task force di esperti che, per mesi, hanno elaborato le linee che solo adesso sono rese pubbliche, ignorano evidentemente che non ci sono le condizioni per istituire campi di raccolta per "selezionare" i richiedenti asilo nei paesi di transito, come il Niger, per le gravi violazioni dei diritti umani che non garantiscono le condizioni minime di incolumità dei migranti che attraversano quelle regioni diretti in Libia. E lo stesso si potrebbe affermare per il Sudan, paese al centro del cd. Processo di Khartoum, che l'Italia persegue dallo scorso anno nel tentativo di coinvolgere i paesi di origine, come l'Eritrea, e di transito, come l'Egitto, nel blocco delle partenze dei migranti, anche se tutti sanno che si tratta di persone in fuga da guerre e da dittature. 



 Expert teams in Niger to steer migrants home




Dietro la proposta rituale di "distruggere il business dei trafficanti" si cela soltanto l'incapacità dell'Unione Europea di adottare una politica estera in grado di mediare i conflitti con l'inziativa diplomatica e di contrastare l'illegalità con azioni di intelligence e di ricostruzione di un quadro di legalità nei paesi di transito.  Oltre a questo, che dovrebbe essere il punto di partenza, manca ancora una politica condivisa in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, che rispetti i diritti fondamentali delle persone a partire dal diritto di asilo e dal riconoscimento dei diritti umani nei paesi partner delle operazioni di "polizia internazionale" decise a Bruxelles. E non appena si passa al problema della distribuzione degli oneri per l'accoglienza e la protezione delle persone quegli stessi paesi che sono in prima linea per inviare navi da guerra e reparti speciali per azioni di terra, come la Gran Bretagna, rifiutano di accogliere anche una parte minima dei profughi, venendo meno anche gli obblighi derivanti da Direttive e Regolamenti che dovrebbero essere vincolanti per tutti coloro che si riconoscono nell'Unione Europea. Ma oggi il vero tema diventa questo: esiste ancora una Unione Europea o ha fatto naufragio con i tanti barconi nei quali si sono condannate a morte migliaia di persone ?


Alcune proposte finali. La soluzione della crisi libica deve essere una soluzione politica, none sistonos corciatoie basate sull'intervento militare. Occorre un approccio complessivo all’intero contesto regionale delle migrazioni nel Mediterraneo, senza soluzioni semplicistiche basate sulle operazioni militari e sullo sbarramento delle rotte, nel rispetto dei valori primari della vita umana, della pace e dei diritti dei profughi. Da questo punto di vista appare centrale, oltre alla pacificazione della Libia, la soluzione politica della crisi siriana, che ha prodotto un numero di rifugiati nei paesi limitrofi senza precedenti, mentre solo una minima parte ha potuto raggiungere l’Europa. Per i siriani vanno garantiti canali sicuri di evacuazione, in particolare dal Libano, dalla Giordania e dalla Turchia, e corridoi umanitari per il reinsediamento, non solo verso l’Unione Europea, con la sospensione immediata del Regolamento Dublino III, con l’utilizzazione delle misure previste dalla Direttiva 2001/55/CE sull’afflusso massiccio di sfollati, e con il riconoscimento reciproco ( tra i diversi stati UE) delle procedure di protezione internazionale, fino a quando non cesseranno le ostilità che hanno distrutto la maggior parte delle città e causato centinaia di migliaia di morti. Ma analoghe possibilità di salvataggio e di salvaguardia della vita umana vanno garantite a tutti i potenziali richiedenti asilo, di diversa nazionalità, intrappolati in Libia, in Sudan ed in Niger, ed oggetto sempre più spesso di sequestri e torture a scopo di estorsione.









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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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