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lunedì 7 settembre 2015

Dopo lo sbarco: si moltiplicano i respingimenti, immediati o differiti, e gli arresti di presunti scafisti. Quali garanzie procedurali per il rispetto dei diritti fondamentali dei profughi e dei migranti nei procedimenti amministrativi e penali?


L'aumento esponenziale degli sbarchi nelle regioni meridionali, ed in modo particolare in Sicilia, comporta un incremento dei tentativi di respingimento immediato, soprattutto verso i paesi come l'Egitto e la Nigeria che hanno sottoscritto con l'Italia accordi bilaterali di riammissione che prevedono procedure semplificate di "riammissione". Nel discorso pubblico, dopo la fase della distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo, si è tornati ad utilizzare il termine "clandestini" da rimpatriare con procedure sommarie.  In alcuni casi queste operazioni di rimpatrio forzato effettuate dopo l'identificazione sommaria da parte dell'autorità consolare riguardano persone trattenute nei centri di primo soccorso ed accoglienza come i CPSA di Lampedusa e Pozzallo. Evidentemente le condanne che l'Italia continua a ricevere dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo non sono ancora servite per indurre le autorità amministrative a rispettare i canoni fondamentali in materia di libertà personale, a partire dall'art. 13 della Costituzione italiana e dall'art. 5, 6 e 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'Uomo.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/09/italia-condannata-ancora-una-volta.html

 Altre volte si tratta di persone che, dopo avere ricevuto un provvedimento di "respingimento differito" da parte del questore, ai sensi dell'art. 10 comma 2 del t.U. 286/1998 sull'immigrazione, sono state  trattenute in un Centro di identificazione ed espulsione, come si sta verificando attualmente nel caso di decine di cittadine nigeriane nel CIE di Ponte Galeria a Roma, e di 116 cittadini marocchini trattenuti nel CIE di Milo.


http://www.meltingpot.org/Lo-strano-caso-delle-65-nigeriane-nel-Cie-evitato-il.html#.Ve2hQxHtmko


SEGNALAZIONE DI 66 DONNE  POTENZIALI VITTIME DI TRATTA  PROVENIENTI DALLA NIGERIA E TRATTENUTE NEL C.I.E. PONTE GALERIA
dall'Associazione Be Free di Roma

Roma, 3 settembre 2015


Alla Dott.ssa MARIA GRAZIA GIANMARINARO 
SPECIAL RAPPORTEUR ONU
SUL TRAFFICO DI ESSERI UMANI

Giovedi'  notte 23 luglio circa 70 donne nigeriane sono state tradotte presso il CIE PONTE GALERIA, colpite da un provvedimento di respingimento emesso dalla Questura di Agrigento, a pochi giorni dallo sbarco sulle coste siciliane.

Molte sono arrivate il 17 luglio 2015, rimanendo 5 giorni a Lampedusa, senza che nessuno, secondo quanto da loro stesse riferito,  presentasse loro l'informativa legale sulla possibilità di richiedere l'asilo.Altre sono giunte sulle nostre coste il 22 luglio, e sono state immediatamente trasferite presso il CIE Ponte Galeria.
Dai racconti delle donne, abbiamo rilevato che sono state portate a Ponte Galeria  con un aereo, in cui c'erano anche passeggeri italiani, e l'aereo ha fatto scalo almeno in un altro aeroporto (che le donne non sanno specificare), allo scopo di imbarcare altre ragazze provenienti da altri centri di Primo soccorso.
Si tratta quindi di donne appena sbarcate sul territorio italiano, e portate immediatamente al CIE, allo scopo di un rimpatrio. Nessuna  era in possesso della notifica del provvedimento di respingimento. 
Le donne sono state subito identificate dall'Ambasciata Nigeriana, recatasi direttamente presso il Centro per la detenzione amministrativa,  e le udienze di convalida del trattenimento sono state  effettuate tutte nella stessa giornata, senza alcuna possibilità di esaminare le loro situazioni caso per caso.
Be free e A Buon diritto si sono recate presso il CIE in data 27 luglio 2015, avendo la possibilità di parlare collettivamente con molte delle ragazze trattenute: non è stato possibile effettuare  quel giorno stesso dei colloqui individuali, poichè erano terrorizzate, non sapevano il motivo per cui si trovavano al CIE e che luogo fosse, erano ignare del destino che sarebbe loro spettato, e molte hanno avuto vere e proprie crisi di pianto.
Hanno poi tutte fatto richiesta di protezione internazionale, ma la lentezza della procedure burocratiche della richiesta ha fatto si che rimanessero per molti giorni alla mercè di un eventuale rimpatrio; infatti, a una settimana dal loro arrivo, non tutte avevano ancora avuto la possibilità di effettuare tale richiesta presso l'Ufficio Immigrazione all'interno del CIE.
Le audizioni presso la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale si sono svolte nelle date del 19-20-21 e 24-25-26 agosto.
Ad oggi, circa 40 hanno già  ricevuto il diniego della protezione internazionale, e sono quindi nuovamente a rischio di rimpatrio, poichè un eventuale ricorso non garantisce automaticamente la sospensiva del provvedimento di espulsione e relativo rimpatrio.
13 ragazze sono state segnalate dalla Commissione alla cooperativa Be free perchè era alto il sospetto che fossero potenzialmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale , e per queste Be free ha inviato relazione alla Commissione, dopo aver effettuato dei colloqui di approfondimento, che in alcuni casi hanno permesso di stabilire con certezza la presenza di reti criminali che le hanno reclutate, ne hanno organizzato la traversata e le stanno aspettando sul territorio nazionale; pure se per  molti casi non è possibile stilare una vera e propria denuncia-querela, sia perchè le informazioni non sono talmente tanto dettagliate, sia perchè, poichè lo sfruttamento sessuale in Italia non è ancora avvenuto, perchè non ce ne è stata ancora la possibilità da parte dei trafficanti,  questo potrebbe essere di ostacolo all'ottenimento di un permesso di soggiorno ex art. 18 TU 40 d.to leg.vo 286/98 e al successivo inserimento in struttura protetta. 
 Sul piano generale delle 13 ragazze che la cooperativa Be free ha potuto intervistare, si può affermare che la giovane età della quasi totalità delle ragazze trattenute,  la scarsa alfabetizzazione, le condizioni di estrema povertà a cui erano condannate nel loro Paese d'origine, la difficoltà a esprimersi liberamente nel momento in cui sono state interrogate su aspetti particolari del viaggio (il mancato pagamento del viaggio stesso, la composizione della rete di persone che le aspettavano nel dipanarsi delle varie fasi del percorso, le modalità attraverso cui molte di loro sono salite sul barcone che le ha condotte in Italia, la presenza, per alcune di loro, di contatti telefonici da chiamare in Italia, che poi sono "casualmente" stati persi durante la traversate), sono tutti indicatori che fanno fortemente sospettare la presenza di reti criminali che ne hanno organizzato l'arrivo sul nostro territorio, allo scopo di uno sfruttamento intensivo della prostituzione; sfruttamento che, sebbene non si sia ancora verificato sul territorio nazionale, a  causa del trattenimento presso il C.I.E. Ponte Galeria, rappresenta l'ultima e la più lesiva fase del reato configurato come "tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento" (trafficking).
E' FORTE IL SOSPETTO CHE ANCHE MOLTE ALTRE SIANO VITTIME DI TRATTA, ma il grande numero di trattenute e soprattutto la mancanza di tempo a disposizione attraverso il quale poter stabilire una relazione di fiducia, primo passo perchè le donne possano aprirsi e parlare liberamente della loro storia, impedisce di appurarlo con certezza.
Sarebbe necessario infatti avere più tempo, e maggiori risorse in campo, per poter garantire a TUTTE QUANTE  un approfondimento della loro storia, e la possibilità di diventare titolari di diritti.
Si tratta di donne per le quali è forte il rischio che un ritorno in Nigeria possa rivittimizzarle, o possa essere lesivo dell'incolumità personale, o addirittura possa condannarle alla morte.
Si tratta di donne che hanno sulla pelle i segni delle violenze subite durante il viaggio, o nel loro Paese d'origine, fortemente traumatizzate e disorientate, in un Paese straniero di cui non conoscono  le leggi,  spaventate dalla eventualità di tradire chi le ha "aiutate"( come loro stesse dicono) a venire in Italia, forse anche sotto vincolo del rito juju, che tante volte ha impedito alle donne nigeriane anche in Italia da molti anni di denunciare il trafficking e le violenze  a cui sono state sottoposte. 

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/04/le-commissioni-territoriali-alzano.html 
 

In Italia, dopo il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 24 che ha dato attuazione ( incompleta ) alla Direttiva 2011/36/UE per la prevenzione ed il contrasto della tratta, si attende ancora l'adozione del "Piano di azione nazionale contro la tratta e il grave sfruttamento" per gli anni 2015-2017.
Il ritardo nell'approvazione di un Piano nazionale antitratta, che si sarebbe dovuto adottare entro tre mesi dall'entrata in vigore del Decreto legislativo n. 24 del 4 marzo 2014, l'insabbiamento del Disegno di legge Zampa n.1658 in favore dei minori stranieri non accompagnati e da  ultimo il Decreto legislativo con il quale il governo sta dando attuazione in Italia alle direttive 2013/32/ UE in materia di accoglienza e 2013/33/UE in materia di procedure, per il riconoscimento di uno status di protezione, denotano un impronta di stampo esclusivamente repressivo, come è confermato dalla estensione dei casi di trattenimento amministrativo dei richiedenti asilo e dei minori non accompagnati. Così come sembra ancora lontana la prospettiva imposta dalla stessa Direttiva di utilizzare per le vittime di tratta gli strumenti previsti in favore di coloro che richiedono protezione internazionale ed in particolare i minori non accompagnati.
Rimangono solo sulla carta le norme di comportamento imposte dalla Direttiva 2011/36/UE in materia di "prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e protezione delle vittime", che richiederebbero una valutazione delle persone caso per caso, senza l'adozione di misure standardizzate di carattere collettivo, come il trattenimento arbitrario ai fini del prelievo delle impronte, magari sulla base della provenienza nazionale. Come rimangono sulla carta gli organismi di monitoraggio e di informazione in frontiera, che, attraverso un lavoro sinergico di psicologi, mediatori e consulenti legali,  dovrebbero consentire una individuazione più immediata delle vittime, piuttosto che il mero rinvio ad un ufficio di polizia per il rilievo delle impronte digitali.
Nel caso delle donne nigeriane trattenute nel CIE di ponte Galeria si tratta di persone esposte al rischio della tratta a fini di sfruttamento sessuale, ed è stata presentata anche una domanda di asilo, nel caso invece dei cittadini marocchini trattenuti nel CIE di Trapani Milo, questi ultimi non hanno presentato richiesta di asilo ed hanno già ricevuto la visita delle autorità consolari del proprio paese senza che fossero però proseguite le operazioni di rimpatrio forzato. Le convalide delle misure di trattenimento nel CIE di Trapani Milo sono state eseguite in assenza degli interessati e prima che questi avessero potuto comunicare con gli avvocati nominati di ufficio.

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/08/diritto-di-polizia-convalidate-le.html

In entrambi i casi sono state violate importanti garanzie procedurali che spettano agli immigrati irregolari dopo il loro ingresso, soprattutto se per ragioni di soccorso in mare, quale che sia la loro condizione di "migranti economici" o "richiedenti asilo". Violazioni ancora più gravi perchè nei provvedimenti di respingimento differito loro notificati, come autorità competente per il ricorso è indicato il Tribunale Amministrativo regionale, e non il Giudice ordinario, come invece sarebbe imposto da una corretta interpretazione della normativa vigente, secondo quanto fissato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

Con sentenza 17.5.2013, n. 15115, infatti  le Sezioni Unite della Cassazione civile hanno stabilito la competenza del giudice di pace a conoscere della legittimità dei provvedimenti di respingimento differito, sanando così un vuoto normativo e risolvendo un contrasto di giurisdizione tra il Giudice di pace di Agrigento e il TAR Sicilia. La decisione sull’esigenza di “mantenere ferma una coerenza di sistema, dando atto che il provvedimento del questore diretto al respingimento incide su situazioni soggettive aventi consistenza di diritto soggettivo: l’atto è correlato all’accertamento positivo dei presupposti di fatto individuati dalla legge (art. 10, co. 2, T.U.) e ed all’accertamento negativo della insussistenza dei presupposti per l’applicazione delle disposizioni che disciplinano la protezione internazionale nelle sue forme di riconoscimento dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria ovvero che impongono l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”.

Gli stessi provvedimenti di respingimento adottati dalle questure denotano inoltre il mancato rispetto di importanti garanzie procedurali che ne comportano la totale nullità, anche a fronte della carenza di motivazione e del carattere standardizzato dei modelli di provvedimento adottato, nei quali è facile individuare gli estremi di veri e propri respingimenti collettivi. Prima di ricevere i provevdimenti di respingimento, infatti, i migranti non hanno ricevuto alcuna informazione circa la possibilità di presentare una richiesta di protezione internazionale o più in generale sulla loro condizione giuridica.

" La mancata informazione circa la possibilità di presentare domanda di protezione internazionale determina l’illegittimità del respingimento e del trattenimento"

http://www.meltingpot.org/La-mancata-informazione-circa-la-possibilita-di-presentare.html#.Ve2knRHtmko 

http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/corte_di_cassazione_ordinanza_n.5926.2015.compressed.pdf 

Si moltiplicano intanto i procedimenti penali nei confronti dei presunti scafisti, ed anche in questo ambito rileva il rispetto delle garanzie procedurali stabilite per tutti gli imputati, e per quelli stranieri alloglotti, in particolare per quanto riguarda il diritto all'interprete e all'esercizio effettivo dei diritti di difesa fin dalle prime fasi delle indagini condotte in prossimità dello sbarco. Procdimenti penali sempre più complessi che arrivano frequentemente al vaglio della Corte di Cassazione.

http://www.asgi.it/banca-dati/corte-di-cassazione-sezione-i-penale-sentenza-28-febbraio-27-marzo-2014-n-14510/

Nell'ambito di questi procedimenti si registra anche il ricorso a misure premiali per i testimoni che indicano i presunti scafisti a bordo delle imbarcazioni, con conseguenze particolarmente rilevanti quando si siano verificati decessi a bordo, per la possibilità di incriminazioni a titolo di omicidio volontario, un reato  che può comportare come pena anche l'ergastolo.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/05/26/news/ergastolo_a_scafista_per_naufragio-115342564/ 

http://www.lastampa.it/2015/05/28/italia/cronache/la-condanna-pi-dura-per-lo-scafista-ergastolo-per-la-traversata-in-cui-morirono-decine-di-migranti-TICwxpEqg8Gw5kXDACdt5H/pagina.html

http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/22/scafisti-migranti 

 http://ildispaccio.it/crotone/85031-sbarco-di-ieri-a-crotone-fermati-presunti-scafisti


 IL PARADOSSO ITALIANO
 Vincenzo Castelli, presidente dell’associazione On The Road, con sede in Abruzzo ma attiva in tutto il centro Italia, è un fiume in piena. “Di fatto - dice - siamo di fronte a un paradosso: alla nostra legislazione e ad alcune esperienze italiane si sono ispirate convenzioni internazionali e l’ultima direttiva dell’Unione Europea, la 36 del 2011, ma poi noi non siamo in grado di attuare queste norme”. Oltre allo sfruttamento sessuale, spiega Castelli, nell’alveo della tratta rientrano oggi l’accattonaggio, la vendita di organi, i matrimoni forzati e il lavoro domestico, agricolo o artigianale. Ma “attenzione a non fare confusione: parliamo di persone rese effettivamente schiave, non di chi ricorre a un mezzo illegale per entrare sul territorio italiano, ma una volta arrivato è libero di muoversi”. Per questo Castelli non condivide “il rilascio indiscriminato, come sta avvenendo in Sicilia, di permessi di soggiorno come vittime di tratta a chi denuncia presunti scafisti, con l’effetto che magari si denuncia, proprio per ottenere un permesso, anche qualcuno che non c’entra”.

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/489243/Scafisti-e-sfruttatori-l-Italia-ostile-a-una-vera-lotta-contro-la-tratta

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/482230/Sbarchi-gli-scafisti-reclutati-tra-i-migranti-in-cambio-del-viaggio-gratis 

http://www.sinistraineuropa.it/comunicazione-politica-2/migranti-disinformazione/

Come riportava il Corriere del Mezzogiorno dell’11 ottobre 2013, la prima sezione collegiale del Tribunale di Bari ha assolto «per non aver commesso il fatto» cinque cittadini di nazionalità egiziana, immediatamente scarcerati e subito raggiunti da decreto di espulsione (accompagnati quindi nel Cie), accusati di essere tra gli scafisti che il 16 luglio 2012 organizzarono e realizzarono il trasporto di 127 connazionali a bordo di un motopeschereccio bloccato dalla Polizia di frontiere al largo di Bari. 
Gli imputati, di età compresa fra 28 e 38 anni, furono arrestati dopo lo sbarco perché identificati da alcuni connazionali. In aula, tuttavia, gli stessi accusatori, hanno dichiarato di aver collaborato all'identificazione soltanto per ottenere un permesso di soggiorno. Dei 127 migranti, dopo lo sbarco, infatti, 8 furono arrestati (tre di loro processati con rito abbreviato e condannati nei mesi scorsi), 4 portati al Cie (Centro Identificazione ed Espulsione) ma ben presto trasferiti in un Cara (Centro di Accoglienza per richiedenti Asilo) come richiedenti lo stato di protezione sussidiaria perché avevano collaborato, i restanti 115 immediatamente rimpatriati per effetto degli accordi di riammissione che consentono rimpatri “con procedure semplificate” verso l’Egitto. Gli stessi imputati, con l’assistenza del loro difensore, hanno dichiarato di essere «semplici passeggeri», «di aver pagato 5mila euro a persone diverse conosciute come dedite al trasporto di migranti» e di essere rimasti in mare per oltre 10 giorni, mentre i veri scafisti avevano abbandonato il peschereccio una volta in acque territoriali. Stesso epilogo ha avuto un altro processo per un precedente sbarco di migranti egiziani del 19 novembre 2011. Anche in quel caso 8 presunti scafisti egiziani furono assolti perchè, secondo il giudice «le dichiarazioni etero-accusatorie rese dalle persone offese alla polizia giudiziaria sono state certamente condizionate dalla prospettiva fatta loro di poter facilmente ottenere il permesso di soggiorno, a condizione di una immediata collaborazione».

 Sia le misure di respingimento comminate senza il rispetto delle garanzie procedurali sancite dalla legge, che le attività di prima accoglienza ed i primi interrogatori svolti in assenza di interpreti possono produrre come conseguenza l'inabissamento di persone che sono oggettivamente esposte al rischio della tratta e dello sfruttamento anche dopo il loro ingresso in territorio italiano, soprattutto considerando la condizione fatiscente e l'assenza di mediazione linguistico-culturale in moti centri di prima accoglienza oggi definiti CAS ( centri di accoglienza straordinaria) ed in diversi centri per minori stranieri non accompagnati.


https://tutmonda.wordpress.com/2015/08/17/dallo-sbarco-in-banchina-al-mercato-del-sesso-se-politiche-e-prassi-istituzionali-favoriscono-la-tratta-invece-di-combatterla-di-fulvio-vassallo-paleologo/ 

Le associazioni sono pronte a fare la loro parte, così come previsto anche dalla Direttiva 2011/36/UE e dal Decreto legislativo n.24 del 2014 che ne dà attuazione in Italia.

Importante accordo tra l'associazione On the Road e la Questura di Ascoli Piceno: per i percorsi di protezione sociale (art.18), chiarite e snellite le procedure per il rilascio del permesso di soggiorno.
ASCOLI PICENO - La Questura di Ascoli Piceno e l’Associazione On the Road hanno firmato un protocollo di intesa sull’applicazione dell’art. 18 a favore delle vittime del traffico di esseri umani. Si tratta di una importante formalizzazione di ciò che ad oggi era “solo” una prassi consolidata, ed inoltre ufficializza una serie di passaggi interpretativi e conseguenti applicazioni di carattere innovativo ed estensivo. L’accordo, come sottolinea On the Road, “è frutto della collaborazione pluriennale, fattiva ed efficace tra la Questura e l’Associazione, volta a garantire protezione e tutela alle persone vittime del traffico di esseri umani e ad incrementare il contrasto alle organizzazioni criminali dedite al traffico di persone migranti e al loro sfruttamento”.
Il protocollo contiene una definizione chiara delle prassi applicative dell’art. 18, in particolare: un percorso sociale oltre a quello giudiziario; una autodichiarazione di identità nel caso manchino i documenti ufficiali; il rilascio di un permesso di soggiorno valido solo per l’Italia in attesa delle revoche dei decreti di espulsione; la conversione del permesso di soggiorno da art. 18 a motivi di lavoro, non solo subordinato ma anche parasubordinato.
Il protocollo verrà ora proposto anche alle altre Questure dei territori in cui On the Road opera direttamente (vale a dire quello delle province di Teramo, Macerata, Pescara, Chieti. E, anche se la collaborazione è meno frequente, Campobasso e Isernia).

Afferma On the Road: “Nel panorama europeo e mondiale l’Italia occupa la posizione di paese leader nel settore. Tale posizione di eccellenza si impernia sull’art. 18 del Decreto Legislativo n. 286/98 (Testo Unico sull’Immigrazione). Una norma innovativa che, ponendo al centro la relazione tra persone immigrate e l'assoggettamento a condizioni di sfruttamento e diversificate forme di violenza, intende sostenere le vittime di tali violenze e coercizioni e contrastare il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o di altro genere. In particolare la normativa prevede il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno alle vittime del trafficking e la realizzazione di un percorso di inclusione sociale mediante i programmi di assistenza e integrazione sociale. In tale sistema – continua - è cruciale il rapporto di collaborazione tra le Questure e i servizi sociali dei Comuni o le organizzazioni no profit accreditate, e cioè iscritte all’apposito Registro Nazionale previsto dal Testo Unico sull’Immigrazione e dal relativo Regolamento di Attuazione. All’art. 18, dall’anno scorso, si affianca un ulteriore strumento, la Legge n. 228/2003 recante “Misure contro la tratta di persone”, che prevede pene molto severe per i trafficanti, maggiori possibilità per la confisca dei beni, un più incisivo potere investigativo per le forze dell’ordine. Il reato di traffico viene infatti equiparato per molti versi ai delitti di stampo mafioso”.
Il protocollo tra la Questura di Ascoli Piceno e l’Associazione On the Road costituisce un documento che, definendo le procedure di applicazione dell’art. 18, ne valorizza a pieno la duplice valenza di strumento di tutela delle vittime e di contrasto alla criminalità.
“La forza dell’art. 18 – continua l’associazione - risiede infatti nell’offerta di una opportunità concreta alle vittime di sottrarsi allo sfruttamento e di ottenere un permesso di soggiorno e la partecipazione ad un programma di assistenza e integrazione sociale. Ciò sia nel caso in cui sporgano denuncia (“percorso giudiziario”), sia nel caso in cui, non essendo nella condizione di denunciare, rivolgendosi agli enti sociali preposti, forniscono comunque informazioni utili per le indagini (“percorso sociale”). E’ proprio la protezione delle vittime a creare quel clima di fiducia che porta le stesse a collaborare con le forze dell’ordine e la giustizia e quindi a fornire gli elementi utili al contrasto alla criminalità organizzata che le sfrutta. Il protocollo, dunque, non solo interpreta correttamente e pienamente lo strumento dell’art. 18 ma può anche rappresentare una “buona prassi” a livello nazionale, visto che non tutte le Questure  hanno saputo apprezzarne in toto la validità, limitandosi spesso ad una interpretazione “premiale” che di fatti ne riduce le potenzialità”.

In sintesi il protocollo si caratterizza per i seguenti elementi: stabilisce le procedure per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale ai sensi dell’art. 18 del D.Lgs. 286/98. In particolare, sono indicate le modalità di accesso, prosecuzione e uscita dal programma di assistenza e integrazione sociale ai sensi dell’art. 18; ripercorre poi tutte le fasi dell’iter amministrativo, stabilendo requisiti e presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno, Inoltre, in linea con il dettato normativo, ribadisce la possibilità di intraprendere il percorso di assistenza e integrazione sociale anche in assenza di una formale denuncia della persona (il cosiddetto “percorso sociale”). Ed ancora: recepisce le indicazioni fornite dalle circolari del ministero dell’interno (in particolare consente il rilascio del permesso di soggiorno in attesa delle revoche da parte delle prefetture dei decreti di espulsione); esplicita la possibilità di convertire il permesso di soggiorno per motivi umanitari anche nel caso in cui la persona sia titolare di un contratto di lavoro parasubordinato, registrando in tal modo i mutamenti del mondo del lavoro e accogliendo le istanze provenienti dagli esperti del settore.
La funzione ultima dell’accordo è quella di chiarire e snellire le procedure per il rilascio del permesso di soggiorno, nonché quella di dare chiara e piena interpretazione alla norma attraverso l’elaborazione di procedure condivise.

Quanto ai risultati raggiunti dall’Associazione On the Road nel contrasto della tratta grazie all’applicazione dell’art.18 (con il progetto denominato “Sconfinando: dalla tratta all’autonomia”), ecco i dati relativi al periodo maggio 2003-maggio 2004.
Il progetto, realizzato dall’Associazione On the Road nei territori di Marche, Abruzzo e Molise con la compartecipazione di numerosi enti locali e con la collaborazione delle Prefetture, delle Forze dell’Ordine, della Magistratura, dei servizi sanitari e di altre agenzie del territorio, ha visto prendere in carico 85 persone, di cui 46 ex novo (39 persone sono invece in continuità con il periodo precedente). Le ragazze sono soprattutto rumene (30) e nigeriane (22), seguono a grande distanza le altre tra cui albanesi (9) e ucraine (7).
La maggior parte delle ragazze sono state ‘contattate’ dalle Forze dell’Ordine (29), mentre 14 si sono rivolte autonomamente, 10 sono state contattate dalle unità mobili, 10 dagli enti del privato sociale, 8 dai clienti stessi e 6 si sono rivolte al numero verde antitratta.
Infine, per ciò che concerne l’oggetto dell’accordo con la Questura di Ascoli Piceno, va detto che l’attività svolta con le questure stesse ha portato all’attivazione di 78 procedure (per rilascio del permesso di soggiorno per attivazione del percorso sociale o del percorso giudiziario, per un totale di 68, ma anche per altri motivi: rinnovo, conversioni per lavoro o conversioni per altro motivo), di cui la maggior parte (41) proprio con la Questura di Ascoli Piceno.

Tratto da: REDATTORE SOCIALE




E' anche della massima importanza che, tanto nei procedimenti amministrativi quanto nei procedimenti penali immediatamente successivi allo sbarco, si garantisca un corretto esercizio del diritto alla comprensione linguistica, e dunque del diritto di difesa, anche sulla base delle normative entrate in vigore più di recente. Una serie di previsioni legislative che vanno a favore non solo delle persone imputate, per le quali rimane comunque la presunzione di innocenza, ma anche delle vittime del reato.

http://www.stranieriinitalia.it/cassazione/archivio-giuridico-sentenze/cassazione/corte-cassaz-7-febbraio-2008-presenza-interprete-nel-processo-penale.html 

Il Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 32 (Gazz. Uff. 18 marzo 2014, n. 64), ha dato attuazione alla direttiva 2010/64/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 ottobre 2010, sul diritto alla interpretazione ed alla traduzione nei procedimenti penali. La citata Direttiva, alla quale gli Stati membri avevano tempo di adeguarsi entro il 27 ottobre 2013, stabilisce norme minime comuni da applicare in materia di interpretazione e traduzione nei procedimenti penali ed ha la finalità “di rafforzare la fiducia reciproca degli stati membri” così come dichiarato negli artt. 3 e 7. In tale prospettiva, in particolare, riconosce un diritto all’interpretazione ed alla traduzione degli atti fondamentali del processo penale, in favore di coloro che non parlano e non comprendono la lingua del procedimento al fine di garantire loro il più ampio diritto ad un processo equo, sancito nell’art. 6 n. 3 lett. a) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo - in base al quale ”ogni accusato ha diritto ad essere informato, nel più breve spazio di tempo, nella lingua che egli comprende ed in maniera dettagliata, della natura e dei motivi della accusa a lui rivolta” - nonché negli artt. 47 e 48, comma 2, della Carta dei Diritti fondamentali. Nel nostro ordinamento, ove vige un complesso normativo ispirato all’esclusività dell’uso della lingua nazionale, un decisivo impulso verso un’effettiva tutela del così detto “diritto alla comprensione” dell’imputato alloglotta nell’ambito del procedimento penale era seguito alla nuova formulazione dell’art. 111 della Costituzione.
 

Occorre che gli avvocati assumano questi profili concernenti le garanzie procedurali che spettano ai loro assistiti nei procedimenti penali, e li facciano valere fino ai gradi più alti della giurisdizione e davanti alle corti internazionali.


Il punto di vista dell’avvocato Luciano Faraon

“L’esistenza formale di un interprete incapace equivale ad assenza dell’interprete e le conseguenti nullità determinatesi sono insanabili ex art. 109 N. 3 c.p.p. atteso che la corretta applicazione dell’art. 143 c.p.p. impone che vi sia un interprete vero e non un sedicente interprete. A causa di tale intervento negativo di detto ausiliario incapace si sono determinate gravissime violazioni perpetrate ai danni dell’imputata con particolare riferimento ai diritti umani: art. 5 n. 2 e art. 6 n. 3, lett. a), e), della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU o C.E.D.U.). ed all’art. 14 lettere “F” e “G” del “Patto internazionale relativo ai diritti civili e politi di New York L. 25.10.1977 N. 861. Tali norme vanno richiamate in combinato disposto con gli articoli della Costituzione italiana, art. 10 comma 1 – 2 e, ancor più all’art. 24 comma 2, il quale sancisce l’importanza della difesa quale “diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento” cui consegue nullità per il combinato disposto dall’art. 109 c.p.p. e 143 c.p.p. . Ma la violazione di dette norme costituisce altresì violazione dell’art. 111 della Costituzione Italiana in materia di giusto processo in uno con la violazione dell’art. 5 della Convezione di salvaguardia de diritti dell’uomo atteso che permane la privazione della libertà a seguito di eclatanti violazioni di legge e non vi può essere giusto processo se sono state violate norme di rito ….
..La Corte di Cassazione ha già sancito che “in materia di diritto di difesa, l’interpretazione dell’art. 143 c.p.p. deve essere conforme ai principi costituzionali (art. 24 Cost.) ed alle Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia, impone che si proceda all’immediata nomina dell’interprete o dei traduttore allorché si verifichi la circostanza della mancata conoscenza della lingua italiana da parte dell’imputato tanto se tale circostanza sia evidenziata dallo stesso interessato, quanto se, in difetto di ciò, sia accertata dall’Autorità procedente. Nell’interpretazione della Corte di Cassazione, il principio trova applicazione anche in fase d’indagini preliminari sia per l’effetto dell’estensione all’indagato di tutte le garanzie assicurate all’imputato (art. 61 c.p.p.) sia per effetto del riferimento esplicito contenuto nello stesso art. 143 c.p.p. alla nomina dell’interprete in relazione alle attività processuali del Giudice così come alle attività del P.M. o dell’ufficiale di P.G., come peraltro statuito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 10 del 12 /1 / 1993 “ In ossequio a tale impostazione, e stato sancito in diritto e dottrina che “lo straniero ha il diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di comprendere l’esatto significato dell’accusa formulata nei suoi confronti e di conoscere le facoltà che l’ordinamento processuale gli riconosce per contrastare l’accusa stessa. Nella fattispecie ciò non è accaduto e si pone per altro la necessità di definire in diritto se l’interprete sia a favore dell’A.G. o dell’imputato dato che essendo nominato dall’A.G. l”interprete comunemente a favore di chi la nominato, mentre l’interprete di parte in questo processo è stato considerato un terzo incomodo e gli oneri non sono stati riconosciti tra quelli liquidabili in sede di gratuito patrocinio! Ne consegue che “la violazione dell’art. 143, c.p.p., risolvendosi in una menomazione del diritto di difesa,costituisce motivo di nullità generale prevista dall’art. 178, lett. e) c.p.p. degli atti compiuti per violazione delle disposizioni concernenti l’assistenza dell’imputato”.
La presenza effettiva di un interprete capace, secondo giurisprudenza e dottrina è necessaria secondo quanto statuito dall’art. 143 c.p.p. ogni qualvolta l’imputato abbia bisogno della traduzione nella lingua da lui conosciuta in ordine a tutti gli atti a lui indirizzati sia scritti che orali. Ciò deve applicarsi anche per l’interrogatorio dei testi sia in giudizio che in SIT, indipendentemente dal fatto che gli atti siano rivolti a favore o contro l’imputato, fatti, domande e risposte debbono essere conosciuti dall’alloglotta al fine di evitare il travisamento dei fatti.




 




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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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