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domenica 11 ottobre 2015

Dietro la truffa degli Hot Spots, centinaia di minori stranieri non accompagnati a rischio di abbandono e potenziali vittime di tratta.


I nuovi Hot Spots ( che entro la fine di novembre dovrebbero essere ben cinque nella sola Sicilia, a Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani ed Augusta) finalizzati esclusivamente al prelievo delle impronte digitali ed alla distinzione tra richiedenti asilo e "migranti economici", anche nella loro attuale configurazione, non stanno garantendo il rispetto dei diritti fondamentali dei soggetti più vulnerabili, per il loro sesso, per l'età minore o perchè sono state già vittime di tratta o di torture. All'interno di queste strutture opera soltanto personale di polizia o rappresentanti delle associazioni convenzionate che sono strettamente legate ( da una convenzione appunto) al ministero dell'interno ed alle Prefetture.

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/le-autorita-respingono-potenziali.html?spref=fb 

Una gigantesca truffa perchè gli Hot Spots permettono di aggirare il precetto fondamentale della Convenzione di Ginevra e delle Direttive europee in materia di protezione internazionale, ribadito fino all'ultimo decreto legislativo entrato in vigore il 30 settembre scorso, seconso cui il diritto di chiedere asilo è un diritto inalienabile della persona, un diritto soggettivo che non può essere negato per interi gruppi a seconda della cittadinanza, un diritto che non può essere escluso da una valutazione discrezionale della polizia, magari poche ore dopo l'ingresso nel territorio dello stato. Si viola la legge, da parte di chi dovrebbe applicarla. 

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2015-09-15&atto.codiceRedazionale=15G00158&elenco30giorni=false 

http://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/protezione-internazionale-le-nuove-norme-analizzate-dallasgi/ 

 Nessuno rompe il velo di omertà che caratterizza queste strutture nelle quali si arriva persino a vietare una visita già autorizzata perchè le identificazioni in corso da parte delle autorità consolari potrebbero determinare situazioni di tensione. Autorità consolari che hanno libero accesso nei centri di prima accoglienza, prima che sia possibile identificare i soggetti vulnerabili e prima che sia consentito a tutti, sulla base di una corretta informazione, la formalizzazione di una richiesta di asilo.

  20 agosto  2015
                                                
 Spett.le Referente “Campagna LasciateCIEntrare”                    
                                                                              p.c.       alla Questura di Ragusa  





OGGETTO: richiesta di accesso al C.P.S.A. di Pozzallo.

                       “Campagna LasciateCIEntrare”



                       Si fa riferimento alla richiesta di autorizzazione  per l’accesso al C.P.S.A. di Pozzallo di una delegazione di giornalisti, avvocati ed attivisti,  per i giorni 21 agosto e 15 settembre 2015, per la quale il  superiore Ministero dell’Interno ha fornito il proprio favorevole avviso.

                      Al riguardo, tuttavia, la Questura di Ragusa informa che domani 21 agosto c.a., inizieranno le operazioni di identificazione dei migranti presenti presso il predetto CPSA, cui parteciperanno le Autorità Consolari di riferimento.                   

                    Alla luce di quanto precede, dunque, per tali sopraggiunte esigenze, al momento non si ravvisano le condizioni  necessarie e compatibili con tale attività di identificazione, nonché per la  sicurezza dei Signori  Delegati.
                   Tale accesso, previe intese con questo Ufficio, potrà avvenire ad operazioni di identificazione completati che, si presume, si protrarranno per vari giorni.




                                                                                                 P.IL PREFETTO

                                                                                             Il Viceprefetto Vicario

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/continuano-i-respingimenti-da-pozzallo.html 
                                                                                                           
La situazione all'interno del CPSA di Pozzallo non è dunque mutata con la sua trasformazione in HOT SPOT.  le identificazioni attraverso il prelievo delle impronte digitali avvenivano già a settembre e continuano ad avvenire anche adesso,  quando occorre arrivano anche le autorità consolari a preparare i rimpatri, le rilocazioni in altri paesi europei, dopo l'operazione immagine gestita da Alfano a Lampedusa, non si sono ripetute. Si continuano a verificare invece i respingimenti collettivi con provvedimenti fotocopia adottati dai questori.

La durata del trattenimento nei nuovi HOT SPOTS, quando non vi sia la disponibilità al prelievo immediato delle impronte digitali, come già avveniva peraltro nelle altre strutture di prima accoglienza, si protrae ben al di là dei termini massimi di legge e non ci sono strumenti per garantire i diritti fondamentali davanti ad una istanza giurisdizionale. Tutto rimane rimesso alla discrezionalità delle autorità di polizia in evidente contrasto con i principi affermati negli articoli 3,10,13 e 24 della Costituzione italiana. Per non parlare della montagna di leggi, Direttive dell'Unione Europea e Convenzioni internazionali che vengono violate, a partire dalla Convenzione di New York a garanzia dei diritti dei minori che stabilisce la presunzione di minore età e l'obbligo in capo alle autorità amministrative, di considerare, in ogni provvedimento che adottano, "il superiore interesse del minore".

Sulla sorte dei minori stranieri non accompagnati provenienti dal Bangladesh

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/visita-al-centro-di-prima-accoglienza.html 

Ai giovani adulti maggiorenni, o meglio a coloro che sono ritenuti tali, non va molto meglio. Quando negli Hot Spots non ci sono più posti, come si sta già verificando, coloro che vengono ritenuti dalla polizia come "migranti economici" non vengono neppure messi nelle condizioni di fare richiesta di asilo e di formalizzare una istanza di protezione internazionale o umanitaria,  ricevono dal questore un provvedimento di respingimento differito,  seguito nella maggior parte dei casi dalla "intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale". Di fatto la sanzione di una condizione di invisibilità e di clandestinità, perchè da quel momento in poi le persone con quel foglietto in mano non potranno più trovare accoglienza all'interno del sistema di accoglienza ( CPA, CPSA e CARA, Centri SPRAR) italiano. E non potranno certo raggiungere entro sette giorni la frontiera di Fiumicino Aeroporto, come si indica nei provvedimenti di respingimento distribuiti dalle questure, senza mezzi economici e senza doumenti di identità.

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/migranti-respinti-catania-e-siracusa.html 

http://catania.meridionews.it/articolo/37310/storie-di-migranti-da-lampedusa-al-foglio-di-via-sul-barcone-ci-hanno-detto-di-seguire-le-stelle/ 

Alcuni di quei centri che dovrebbero funzionare come Hot Spot ( quelli di Lampedusa, ed a breve quelli di Pozzallo, in provincia di Ragusa, e di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento), si riempiono periodicamente anche di minori stranieri non accompagnati, che rimangono all'interno di queste strutture per un tempo indeterminato in violazione di tutte le norme di legge e di regolamento che stabiliscono limiti precisi ai casi di trattenimento amministrativo attuato dalle forze di polizia. Altre volte, coloro che sono identificati allo sbarco come minori vengono condotti direttamente in centri di prima accoglienza, in alcuni casi si tratta di centri per minori, in altri invece, anche a seguito della difficoltà di accertare esattamente l'età al momento dello sbarco,  e spesso perchè i trafficanti li hanno indirizzati a dichiarare la maggiore età, sono condotti in centri per adulti. 
 
Si continuano a registrare testimonianze di minori non accompagnati, in prevalenza ragazze di nazionalità nigeriana, che a pochi giorni di distanza dallo “sbarco” in Italia si allontanano (o vengono prelevate) dai centri di prima accoglienza e si ritrovano ai bordi di una strada costretti a prostituirsi. La maggior parte di loro, quando vengono avvicinate, negano di avere problemi o dichiarano addirittura di essere maggiorenni, ma è evidente la loro età adolescenziale, e la paura di ritorsioni per loro o per le loro famiglie in Nigeria. L’assenza di una rete diffusa di centri di primissima accoglienza, specializzati per fornire assistenza a questa particolare categorie di persone vulnerabili, rende spesso frustrante il lavoro delle unità di strada che, giorno dopo giorno, ritrovano le ragazze sempre allo stesso posto, esposte allo stesso sfruttamento, senza riuscire ad offrire possibili alternative.
Evidentemente le attività di monitoraggio al momento dello sbarco non riescono ad individuare immediatamente e ad offrire adeguata protezione ad un numero crescente di giovani che hanno già subito abusi di ogni genere nei paesi di transito, in particolare in Libia, e che una volta entrate in Italia sono abbandonate in strutture spesso prive persino del mediatore linguistico. Per non parlare della cronica mancanza di psicologi e di medici specializzati nella cura dei traumi da tortura e stupro. 

Alcune questure siciliane, inoltre, continuano ad adottare provvedimenti di respingimento nei confronti di ragazze e donne nigeriane appena arrivate in Italia, quando anche le minori dichiarano di essere maggiorenni,  che vengono quindi trasferite in centri di identificazione ed espulsione, soprattutto a Ponte Galeria (Roma). È qui che tali  provvedimenti vengono convalidati. Con il rischio per queste migranti di subire una successiva deportazione in Nigeria, senza avere avuto accesso alla procedura di asilo e senza neppure avere avuto la possibilità di impugnare il provvedimento di respingimento adottato da una questura lontana oltre mille chilometri dal luogo di trattenimento.
Secondo una inchiesta pubblicata da L’Espresso, nei primi cinque mesi del 2014 erano sbarcate in Italia 218 donne nigeriane, tutte giovanissime, 1400 in tutto l’anno. 

Nei primi cinque mesi del 2015 ne sono già arrivate 698, tre volte tante, più che in tutto il 2014. Secondo l’OIM, il 70 per cento delle ragazze che arrivano in Italia dalla Nigeria è destinata alla prostituzione. Ma molte di loro non accettano questa semplificazione e chiedono comunque rispetto per quella che avvertono talvolta come una scelta necessitata. Moltissime chiedono un’attività lavorativa, una qualche possibilità di inserimento e, quando questa prospettiva sfuma, anche se sono state precedentemente inserite in qualche percorso di protezione, tante ragazze decidono di abbandonarlo e spesso scompaiono di nuovo nel nulla. I contatti telefonici con qualche connazionale coinvolto nel traffico, del resto, non sono difficili.

Sempre più spesso nelle mani dei trafficanti cadono anche minori non accompagnati, che sono poi coloro che dopo lo sbarco tendono a scomparire più facilmente. Nell’ultimo anno si calcola che quasi la metà dei minori stranieri non accompagnati giunti in Italia si sia allontanato dalle strutture di prima accoglienza, si tratta di giovani tra i 14 ed i 17 anni, molte ragazze, tutti esposti al rischio dello sfruttamento e della violenza.


La vicenda delle 66 ragazze nigeriane arrivate a Lampedusa nel mese di luglio e poi trasferite nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, da dove, il 17 settembre scorso, ventidue di loro sono state deportate in Nigeria, dimostra l'entità del disastro umano e delle gravi violazioni delle norme interne ed internazionali che  si vanno accumulando a carico del governo italiano.

http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/167-accoglienza-detenzione-ed-espulsione-12-ottobre-ore-17-30-casa-internazionale-delle-donne-via-della-lungara-19-roma 

In tutte le visite effettuate dalla Campagna lasciateCientrare nei centri di accoglienza per richiedenti asilo si sono scoperti casi di minori non accompagnati accolti in situazione di promiscuità con gli adulti.

http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/163-report-della-campagna-lasciatecientrare-dal-cara-e-cie-di-pian-del-lago-caltanissetta 

Molte ragazze nigeriane hanno già il numero di telefono dei trafficanti in Italia, e anche a Palermo uomini che appartengono al giro della prostituzione riescono ad entrare in contatto con le ragazze appena sbarcate ed a convincerle ad allontanarsi con loro dai centri, per finire poi sbattute per strada.Sempre più esposta la posizione degli operatori volontari e dei cittadini solidali che si battono contro le reti dei trafficanti ma anche contro tutte quelle prassi amministrative che impediscono una immediata protezione delle vittime e mantengono poteri discrezionali illimitati in capo alle autorità di pubblica sicurezza.

Occorrerebbe soprattutto che il governo adotti finalmente il Piano nazionale anti-tratta con previsioni specifiche come quella secondo cui “è importante che nei luoghi di primo contatto (UDS, Questure e postazioni delle FF.OO, aeroporti e luoghi di sbarco, centri di ascolto e servizi sociali, CIE, CARA) sia presente, o facilmente reperibile, personale qualificato e appositamente formato, in grado di instaurare da subito un rapporto fiduciario con le vittime”. Se queste sono le intenzioni, occorre finalmente passare dalle parole ai fatti, dotare il piano di risorse finanziarie adeguate ed adottarlo senza ritardi, riconoscendo il lavoro e le capacità professionali delle  associazioni indipendenti che non hanno mai smesso di occuparsi dei minori vittime di tratta .

Questa la situazione delle minori nigeriane in Italia censite da un recente Rapporto di Save The Children, mentre si attende l'approvazione finale del Piano nazionale contro la tratta e lo sfruttamento lavorativo, non ancora adottato dal Governo dopo oltre un anno di colpevole ritardo.
Ecco alcuni punti  significativi del Rapporto di STC.

2. APPROFONDIMENTI
2.1 Le minori nigeriane
Nel primo semestre del 2015 sono 300 i minori nigeriani arrivati da soli via mare12, mentre erano 196 nello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre sono 357 i minori non accompagnati nigeriani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presenti in comunità per minori13.
Nonostante i dati ufficiali non indichino la percentuale di minori femmine presenti, secondo Save the
Children tale presenza è decisamente rilevante e si presume vi sia un numero elevato di vittime di tratta all’interno di questo gruppo.
Secondo organizzazioni e istituzioni impegnate nel settore, l’attraversamento del Mar Mediterraneo e
l’Italia costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire le minori
nigeriane in Europa. Un fenomeno simile si era registrato nel 2011, durante la crisi libica, quando, tra aprile ed agosto, erano arrivati 4.935 migranti nigeriani, di cui 194 minori non accompagnati con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui erano arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine).
Oggi questo trend trova riscontro anche nell’aumento di presenze di minori nigeriane presenti su strada in Italia, rilevato dagli operatori sociali attraverso le unità di strada che si occupano delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
Molto limitati, rispetto allo scorso anno, i casi di minori che arrivano in aereo, con voli spesso diretti in diversi aeroporti europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Russia e Grecia). In questi casi, è tuttavia confermata la rotta già rilevata: le ragazze partono prevalentemente da Benin City, si muovono con voli aerei per raggiungere Lagos o Abidjan in Costa d’Avorio, dove si imbarcano su altri aerei diretti verso i paesi europei dai quali raggiungono l’Italia in autobus, macchina o treno.
Le ragazze partono prevalentemente da Benin City, Edo State, Delta State e Yoruba State, aree rurali
della Nigeria.
L’incubo dello sfruttamento sessuale comincia nel loro paese di origine in cui le minori vengono
adescate con la promessa di un futuro migliore in Europa. Vengono irretite talvolta da un uomo o una donna che loro chiamano “sponsor” o “trolley” che talvolta le accompagnano personalmente fino al
paese di destinazione oppure ne organizzano i passaggi di paese in paese (da sfruttatore a sfruttatore).
Sono in prevalenza analfabete e sognano di diventare parrucchiere, modelle o lavorare come babysitter o commesse. Vengono dunque spinte a lasciare la Nigeria e le condizioni di povertà in cui vivono per poi essere intrappolate nel circuito dello sfruttamento e della prostituzione forzata, anche se purtroppo ci sono tra loro ragazze che sono consapevoli che lavoreranno con il proprio corpo. Ad alcune viene infatti anticipato già prima della partenza che l’attività che svolgeranno in Italia sarà la prostituzione, ma può succedere che le ragazze non riescano a comprendere cosa significhi veramente e quali siano le reali condizioni di sfruttamento e controllo alle quali verranno sottoposte. Ci sono casi di ragazze che hanno riferito di aver capito il significato della parola prostituzione solo dopo aver lasciato il proprio paese o addirittura quando sono state portate per la prima volta in strada a prostituirsi nel paese di destinazione.
L’adescamento iniziale presenta in genere una modalità molto soft di convincimento e persuasione.
Questo primo contatto viene gestito da una donna che prospetta alle minori e alle loro famiglie enormi opportunità di guadagno. Di fronte a tali proposte le famiglie tendono ad ignorare il futuro delle proprie figlie e i rischi annessi, talvolta invece sono consapevoli dei rischi di sfruttamento delle proprie figlie, in alcuni casi alcuni familiari sembrano essere persino coinvolti direttamente nella tratta delle stesse minori.
Secondo le testimonianze raccolte, ci sono casi in cui ex compagne di scuola o le stesse sorelle
maggiori (magari figlie di altra madre e/o padre) già partite per l’Europa, invitano le ragazze a
raggiungerle, prospettando una vacanza in Europa per qualche settimana o un soggiorno di studio.
Accade anche che le ragazze vengano cedute dalle proprie famiglie a Pastori del villaggio o della
comunità, dai quali spesso fuggono a seguito delle violenze sessuali subite da parte degli stessi e in
questi casi diventano minori di strada, vulnerabili e facile preda di adescatori.
Dalla Nigeria le minori possono essere trasferite in Europa da un’unica organizzazione criminale che organizza l’intero viaggio. Oppure il tragitto avviene sotto il controllo di diversi trafficanti, e le ragazze vengono dunque vendute e comprate più volte da varie organizzazioni criminali.
Nel caso di un’unica organizzazione, le ragazze vengono affidate in Nigeria ad un loro connazionale,
che è la figura chiave almeno fino all’arrivo in Libia, dove sono spesso gli uomini libici che se ne
occupano. A volte è coinvolta anche un’altra persona, spesso una donna di fiducia più grande di età che fa parte del gruppo e funge da aggancio con la rete degli sfruttatori in Italia. Alcune testimonianze riportano che in alcuni casi sono proprio i familiari (di solito il padre, la sorella maggiore o la zia nel caso in cui la minore venga affidata ad un parente perché la famiglia non ha risorse economiche sufficienti per mantenerle o perché la minore è orfana) ad averle vendute.

Le minori partono dalla Nigeria in direzione Niger, e gli stupri iniziano spesso nel deserto e nella
primissima parte del viaggio. Testimonianze raccolte rivelano che in Niger avviene l’induzione forzata alla prostituzione indoor, ossia presso case chiuse. In questo caso, lo sfruttamento sessuale forzato viene imposto alle vittime al fine di iniziare a ripagare i trafficanti del debito contratto per il viaggio. Dal Niger il viaggio delle minori prosegue verso la Libia. Qui, spesso vengono chiuse in guest house dalle quali non possono uscire e dove si recano gli uomini per obbligarle ad avere rapporti sessuali o a prostituirsi. In Libia il soggiorno e lo sfruttamento prosegue per mesi, prima della partenza per l’Italia: sono forzate alla prostituzione indoor senza protezioni di alcun tipo o subiscono stupri e alcune di loro rimangono incinte.
Le minori che arrivano in Italia sono prevalentemente adolescenti di 15-17 anni; ci sono poi ragazze che si dichiarano maggiorenni e che hanno anche documenti di dubbia veridicità che confermano la
maggiore età. Durante il viaggio le ragazze vengono “indottrinate” sulla storia da raccontare alle forze dell'ordine e agli operatori che le contatteranno in Italia al momento dell’arrivo. Secondo le
informazioni raccolte, all’arrivo in Italia, le ragazze, se pur minorenni, si dichiarano maggiorenni, come disposto dai propri trafficanti al fine di evitare di rientrare in un programma di protezione per minori che renderebbe più complesso il riaggancio delle minori da parte dei trafficanti stessi. Inoltre, secondo gli accordi presi con chi le sfrutta, le ragazze sanno che dopo lo sbarco devono chiamare un numero di telefono di riferimento in Italia. Molto spesso, vengono costrette a prostituirsi già dopo il primo collocamento nelle strutture di accoglienza per adulti..
Il “turnover” sul territorio nazionale è molto frequente e legato principalmente alle più giovani. Le
ragazze vengono spostate dai loro sfruttatori in diversi luoghi, per evitare il controllo della polizia e
legami con i clienti o con altre persone nella zona. Le ragazze dispongono di un telefono cellulare per avvertire i propri clienti sugli spostamenti di zona. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo. Lo sfruttamento può avvenire su strada, ma anche in luoghi chiusi, come appartamenti o hotel, una volta che, su strada, le minori hanno stabilito un contatto con i loro “clienti”.
Le ragazze che arrivano alla frontiera sud, tendono a restare nelle strutture in cui vengono trasferite per un paio di mesi, trascorsi i quali si allontanano. Sulla base delle informazioni acquisite da operatori del settore, le minori vengono trasferite a Napoli, che sembra essere il centro di smistamento delle ragazze, principale centro di passaggio, dove avviene anche la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata.

Prima della partenza viene effettuato un rituale voodoo che ha una valenza simbolica molto forte, può essere utilizzato in diverse circostanze e avere diverse funzioni. Vengono utilizzati rituali molto potenti strumento di controllo e di consolidamento della relazione di sottomissione da parte degli sfruttatori, oltre che per sigillare l’accordo sul pagamento del debito contratto dalle ragazze per raggiungere l’Europa. Il rituale vodoo sancisce l'accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio e soprattutto per sancire l’accordo indissolubile di segreto e fedeltà verso l’organizzazione che si fa garante del viaggio e permanenza in Italia. Una volta in Italia, il voodoo è utilizzato strategicamente in una nuova valenza simbolica: diviene uno strumento di controllo e di ricatto a cui ricorrere anche in aspetti della vita quotidiana. I soldi che guadagnano le minori devono essere restituiti alla maman per ripagare il debito e ogni sospetta rottura di questo patto va compensata/controbilanciata da un nuovo giuramento. Nel rituale vodoo vengono utilizzati indumenti delle minori, spesso capelli ed unghie e questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha una valenza psicologica devastante sulle minori perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono.
La Mamam è una donna che esercita ruoli chiave in tutte le fasi del ciclo di sfruttamento. In
particolare, essa regola ogni aspetto della quotidianità delle ragazze, ossia ha il controllo assoluto del loro debito e della loro vita. Infatti, decide la destinazione finale in Italia e gli eventuali successivi trasferimenti. Decide inoltre i luoghi, i tempi e modi delle attività di prostituzione delle minori, per esempio se devono fare il doppio turno, o se lavorano solo di giorno o solo di notte.
Una volta che entrano in contatto con la sfruttatrice nigeriana che è in Italia, possono essere rinchiuse in un appartamento per alcuni giorni prima di iniziare a lavorare, ma in tanti casi “finiscono” in strada la sera stessa. Generalmente si ripete il rituale voodoo all’arrivo delle ragazze in Italia, per rafforzare l’accordo sul pagamento del debito con la promessa di non rivelare a nessuno tale situazione, soprattutto alla polizia. Può essere usata violenza dalla sfruttatrice ma è molto frequente che sia il suo compagno, o un altro uomo complice, a punire o sottomettere la vittima se cerca di ribellarsi. Infatti, le ragazze possono essere vittime di violenza da parte di figure maschili legate alle maman, che le puniscono o sottomettono,soprattutto in caso di ribellione.
Inizialmente le ragazze sono controllate a vista durante il lavoro in strada e questo avviene in diversi
modi: presenza della mamam direttamente in strada, affiancamento di una ragazza più grande (minimamam) o semplicemente di chi svolge per conto della sfruttatrice il controllo e a sua volta si
prostituisce insieme alle ragazze, o in alcuni casi, tramite frequenti passaggi di auto con uomini nigeriani a bordo che operano il controllo della situazione.

Le ragazze non vengono sempre controllate direttamente dalle mamam, spesso il controllo avviene
attraverso altre minori, usando anche il cellulare o contattandole su facebook o per mezzo di altri social network.
Il debito iniziale da ripagare varia dai 30.000 ai 60.000 euro. Una cifra molto alta per le minori e che deve essere ripagata nel più breve tempo possibile (di solito dai 3 ai 7 anni). Per questo motivo le ragazze si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute
particolarmente gravi. Il gruppo di minori contattate nell'ultimo trimestre da operatori, ha riferito di
dover pagare 20 euro a testa al giorno per l'affitto di un appartamento condiviso da 6-8 ragazze. A tutto ciò si aggiunge una ulteriore speculazione da parte della maman che gestisce l'economia domestica (bollette, spesa, vestiario, spese sanitarie) dell'intero di gruppo-appartamento. In genere i costi di utenze non viene diviso tra le coinquiline, ma viene chiesto a ciascuna inquilina di coprire l’intero costo. Le ragazze devono inoltre pagare un affitto periodico per lo spazio sul marciapiede dove si prostituiscono, che può variare da 100 a 250 euro.
Fino all’estinzione del debito, la maman ha il pieno controllo materiale e psicologico di ciascuna
ragazza. In caso di controlli in strada da parte della Polizia le ragazze sono costrette a dichiarare sempre la maggiore età per evitare la collocazione forzata in comunità per minori. Per questa ragione sono molto spaventate dalle forze dell’ordine, non meno che dei rituali voodoo e delle minacce della sfruttatrice. Sempre più spesso le ragazze diventano vittime anche delle “Mini-Maman”, cioè minori vittime che reclutano a loro volta proprie pari in Nigeria, perché sfruttando un’altra ragazza possono finire di saldare il proprio debito più velocemente.
Oppure, è stato rilevato anche lo sfruttamento perpetrato da giovani donne, che dopo s essere state a
loro volta vittime,avendo dopo l’estinzione del debito, hanno avviato un loro “business” di compravendita di minori.
Frequentemente, le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla mamam o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali. Si tratta di farmaci a base di misoprostolo, che possono essere comprati in farmacia o attraverso il commercio illegale, nati per curare l'ulcera, ma, in sovradosaggio, possono provocare delle fortissime contrazioni fino a procurareun aborto.. Tra gli
effetti collaterali si possono annoverare emorragie potenzialmente letali per le minori, oltre a
convulsioni, dolori addominali, palpitazioni, vertigini e cefalee. Spesso riportano segni di violenzefisiche irreversibili subite durante il viaggio o nei tentativi di svincolarsi dallo sfruttamento, o in aggressioni subite sulla strada da clienti o da altre ragazze.
Inoltre, frequentemente, i clienti chiedono rapporti non protetti che espongono le minori a seri rischi di salute a causa dell’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili.



2.2 I minori egiziani

Ad una prima analisi dei dati ufficiali relativi agli arrivi via mare attraverso il Mar Mediterraneo nei primi sei mesi del 2015, e di quelli relativi ai minori migranti raggiunti da Save the Children alla frontiera sud a Roma, Milano e Torino, possiamo concludere che il gruppo dei minori egiziani, particolarmente importante lo scorso anno sia in quanto a rilevanza numerica, sia in quanto all’altissimo rischio di sfruttamento sul territorio italiano, non è più il principale: dal 1 gennaio al 30 giugno 201515 sono infatti soltanto 143 i minori non accompagnati egiziani arrivati via mare, contro gli 885 rilevati lo scorso anno nello stesso periodo.
Sono inoltre 1.892 i minori egiziani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e ancora presenti al 30 giugno 2015, mentre sono 1.239 quelli che, alla stessa data, risultavano essere irreperibili.
Tuttavia, negli ultimi due mesi, attraverso la sua presenza costante sul territorio in frontiera sud, Save the Children ha potuto evidenziare una parziale inversione di questo trend, che rappresenta un
campanello di allarme rispetto al rischio di sfruttamento.
A partire dal mese di giugno, infatti, si è potuto riscontrare un aumento costante del numero di minori egiziani giunti via mare nel nostro Paese. Se nel mese di giugno sono stati 67, a luglio ne sono giunti 106 e 211 sono arrivati nella sola prima settimana di agosto: in particolare, in un unico sbarco, sono arrivati ben 170 minori non accompagnati egiziani.
Si è trattato probabilmente di un’attesa legata alle migliori condizioni climatiche e del mare. Ma si tratta di un’informazione molto recente che necessita di approfondimenti ulteriori per comprendere appieno le reali motivazioni che hanno limitato in precedenza le partenze dall’Egitto.
Le zone di provenienza dei minori sono principalmente quelle già individuate lo scorso anno: Al Garbia e El Sharkeia nel Basso Egitto Delta del Nilo, come El Dakhlia, Shubrababel, El Fehmi, El Behera, oltre al governariato di Gharbya (Kafrikala, Shubramellis, Kafr el Sheik). Ma vi sono anche minori che arrivano dal Sud, da El Mena e Assiut.
Questi minoriprovengono da contesti culturali ed economici molto poveri. Vengono generalmente
inviati in Italia dalle loro famiglie per guadagnare soldi da inviare a casa.
Tra i principali fattori di stimolo alle partenze continuano ad esserci i falsi racconti di successo
conseguito in Italia da altri ragazzi,, le condizioni di povertà e la carenza di opportunità lavorative per costruirsi un futuro dignitoso.

Le modalità con le quali prende il via il progetto di lasciare l’Egitto per l’Italia indicano sempre la
presenza di intermediari che organizzano il viaggio e danno indicazioni ai minori e alle loro famiglie
sull’alloggio disponibile in Italia e sui documenti da portare con sé. Il costo del viaggio varia a seconda della zona di provenienza: coloro che arrivano dal Sud pagano una cifra che si aggira intorno ai 4.000-5000 euro, mentre chi parte dalla zona del Delta del Nilo paga tra i 2.000 e i 2.500 euro.
Il costo del viaggio rappresenta per le famiglie un grosso debito, che dovrà essere ripagato attraverso i soldi che il minore dovrebbe inviare alla famiglia una volta giunto in Italia ed inserito nel mondo del lavoro.
Dalle testimonianze raccolte, si conferma anche, rispetto allo scorso anno, che alcune famiglie, non
avendo una disponibilità economica immediata, sottoscrivono con gli intermediari un falso contratto
per la vendita di merce o una cambiale, oppure ipotecano le proprie abitazioni per ottenere un prestito.
In questo modo se i genitori del ragazzo non pagano, il contratto o la cambiale sono impugnabili da
parte dell’intermediario e il tribunale può procedere nei loro confronti disponendo ad esempio il
pignoramento della casa o, nel caso dei nullatenenti, procedendo addirittura con una condanna i a pene detentive per il mancato saldo dei debiti. Ci sono famiglie costrette a farsi prestare il denaro da
conoscenti o parenti per poter pagare l’intermediario; in questi casi continuano comunque ad essere
debitori (con i relativi rischi in caso di insolvenza), anche se di creditori diversi. Secondo alcune
testimonianze dei minor,i se la famiglia si rifiuta di saldare il debito, viene isolata dagli abitanti del paese dove vive, considerata come una famiglia che non rispetta la parola, e può anche correre il rischio di un attacco o una pericolosa ritorsione da parte delle bande legate ai trafficanti.
Secondo le testimonianze raccolte dai minori giunti in Italia nel secondo semestre del 2014 e nel 2015, i minori partono principalmente da Alessandria e Rasheed, con piccole barche, diretti verso barconi più grossi in mare aperto, su cui vengono spostati dai trafficanti. Le imbarcazioni sono fatiscenti e le condizioni della traversata disumane:
“Un ragazzo di 15 anni che era con me sulla barca si è ferito alla testa con un gancio di ferro. Un
medico siriano tentava di soccorrerlo, ma non si riprendeva. Dopo abbiamo chiesto di lui ai trafficanti ma ci dicevano di stare zitti e ho capito che non era più in vita e chissà che cosa hanno fatto del corpo, tanto per loro non aveva alcun valore.”
I minori che partono spesso conoscono perfettamente il rischio legato alla traversata.
“Mio cugino aveva preso la decisione definitiva di partire, e si è imbarcato insieme a tanti ragazzi come lui, ma non è andata come si aspettava. La barca è andata alla deriva per quattro giorni in mare, vicino alle coste siciliane, e lui lì è morto. Il suo corpo è stato rimandato in Egitto e abbiamo fatto il funerale. Da quel giorno ho sempre desiderato di partire anch’io per portare a termine quello che mio cugino aveva cominciato, e sono partito.”

Ma nel 2015 la partenza direttamente dall’Egitto, secondo i racconti raccolti, non è l’unica rotta
utilizzata dai trafficanti: i minori egiziani verrebbero infatti anche trasferiti in pulmini dall’Egitto verso il confine libico, per essere poi presi in consegna da altri trafficanti che li portano sulla costa libica,prevalentemente a Zwara, da cui vengono imbarcati per l’Italia..
Spesso al momento dello sbarco in Italia, i minori egiziani richiedono con insistenza di poter chiamare subito la famiglia, perché questo fa parte dell’accordo come termine iniziale per il pagamento del debito. Una volta collocati nelle strutture utilizzate per la prima accoglienza nei pressi dei luoghi di sbarco, i minori egiziani le abbandonano nell’arco delle prime 3 settimane, sccappando per raggiungere prevalentemente Roma e Milano, e in alcuni casi Torino.
Dalle informazioni raccolte negli ultimi mesi, risulta che il trasferimento dalla frontiera sud sia
organizzato nei pressi delle stazioni ferroviarie di partenza da persone di origine nord africana. Alcuni minori hanno raccontato che le loro famiglie in Egitto hanno dovuto trasferire una cifra gonfiata a volte anche fino a 200 euro, ad un adulto in Italia che ha poi comprato il biglietto spendendo in realtà solo 35-45 euro, trattenendo per se il resto della cifra.
Per i minori egiziani che raggiungono Roma, secondo l’esperienza diretta di Save the Children, rimane alto il rischio di finire nelle maglie dello sfruttamento lavorativo.. Come lo scorso anno, infatti, si confermano casi ripetuti disfruttamento lavorativo, nei mercati generali di frutta e verdura, presso autolavaggi in città,nelle pizzerie o nelle frutterie.
I minori che lavorano nei mercati generali di frutta e verdura (CAR) eludono i controlli ed entrano
“clandestinamente” alle 8 di mattina, cercando di ottenere un lavoro per la giornata. Il guadagno per caricare un camion da 12 pancali è di 10 euro e si impiegano circa due ore. Talvolta il camion è anche da scaricare, quindi le ore di lavoro diventano anche 5 ma la paga è sempre la stessa. Ogni cassetta riempita, invece, valeun guadagno di 50 centesimi. A seguito dell’intensificazione dei controlli, a partire da metà luglio, l’accesso alla zona è diventato molto difficile. Per lo stesso motivo, a partire dal mese di novembre 2014 e per tutto il periodo invernale i minori non avevano potuto accedere all’area.
Purtroppo resta invariata la situazione di sfruttamento negli autolavaggi, dove i minori svolgono
un’attività continuativa anche per 12 ore, a fronte di una paga di 2-3 euro all’ora, stesso orario e paga di pizzerie o frutterie, ma non raramente vengono sfruttati per settimane o anche un mese senza essere pagati, con la scusa dell’apprendistato e dell’insoddisfazione per il lavoro svolto. Inoltre, nel 2015, vi sono situazioni di sfruttamento anche presso il Mercato del Pesce e presso ristoranti gestiti da cittadini cinesi: i minori lavorano ininterrottamente dalle nove del mattino all’una di notte, 7 giorni su 7 e vengono pagati 1,5 euro all’ora. Purtroppo, spesso i minori non sono consapevoli di essere sfruttati, anche perché valutano il loro compenso in ghinee egiziane.

A partire dal novembre 2014 è diventato molto allarmante anche il coinvolgimento di questi minori in attività di prostituzione e in attività illegali, come spaccio, furti e rapine, a causa della loro particolare situazione di vulnerabilità.

 A Torino, negli ultimi mesi, gli operatori di Save the Children, hanno potuto verificare il
coinvolgimento dei minori nel montaggio dei ponteggi edili, nei mercati generali e kebaberie e presso
imprese gestite da egiziani. Secondo le testimonianze raccolte, i minori che lavorano nelle kebabberie guadagnano solo 50 centesimi all’ora. Lo sfruttamento avviene prevalentemente ad opera di connazionali o, in alcuni casi, da parte di affidatari che approfittano della situazione di vulnerabilità e dipendenza del minori. Inoltre, in base ad alcune testimonianze raccolte dagli operatori, si riscontra un rischio elevato di coinvolgimento in attività illegali (principalmente spaccio di droghe leggere).

A Milano, dove invece non si registrano situazioni evidenti di sfruttamento, anche se, dalle
testimonianze dei minori egiziani raggiunti da Save the Children attraverso varie attività formative e
partecipative, come per esempio laboratori artistici o corsi di alfabetizzazione, emerge con forza il
desiderio di tornare in Egitto e vivere con la propria famiglia.
“Qui non ho niente, perché non ho la mia famiglia!”, oppure “Il campo da calcio mi fa sentire a casa, perché mi ricorda di quando ero in Egitto e mio papà veniva a cercarmi nei campi da calcio ad Assiut”.
C’è una tendenza a sentirsi depressi, forzati a rimanere in Italia, con un grande peso sulle spalle, legato alla pressione di un investimento fatto dalla loro famiglia con la speranza di un miglioramento per tutti del quale si sentono responsabili, ma grazie al sostegno ricevuto ritrovano anche una dimensione progettuale rispetto al loro futuro: “Vorrei fare un bel percorso, studiare meglio l’italiano, fare la terza media, fare tanto sport, ritornare a giocare a judo, impegnarmi in tutto questo e stare sereno.”.


Verso il Piano nazionale antitratta, un impegno che il governo non può eludere ancora.

In Italia, dopo il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 24 che ha dato attuazione ( incompleta ) alla Direttiva 2011/36/UE per la prevenzione ed il contrasto della tratta, si attende ancora l'adozione del "Piano di azione nazionale contro la tratta e il grave sfruttamento" per gli anni 2015-2017.
 

Il ritardo nell'approvazione di un Piano nazionale antitratta, che si sarebbe dovuto adottare entro tre mesi dall'entrata in vigore del Decreto legislativo n. 24 del 4 marzo 2014, l'insabbiamento del Disegno di legge Zampa n.1658 in favore dei minori stranieri non accompagnati e da  ultimo il Decreto legislativo con il quale il governo ha dato attuazione in Italia alle direttive 2013/32/ UE in materia di accoglienza e 2013/33/UE in materia di procedure, per il riconoscimento di uno status di protezione, denotano un impronta di stampo esclusivamente repressivo, come è confermato dalla estensione dei casi di trattenimento amministrativo dei richiedenti asilo e dei minori non accompagnati. Così come sembra ancora lontana la prospettiva imposta dalla stessa Direttiva di utilizzare per le vittime di tratta gli strumenti previsti in favore di coloro che richiedono protezione internazionale ed in particolare i minori non accompagnati.

Rimangono solo sulla carta le norme di comportamento imposte dalla Direttiva 2011/36/UE in materia di "prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e protezione delle vittime", che richiederebbero una valutazione delle persone caso per caso, senza l'adozione di misure standardizzate di carattere collettivo, come il trattenimento arbitrario ai fini del prelievo delle impronte, magari sulla base della provenienza nazionale. Come rimangono sulla carta gli organismi di monitoraggio e di informazione in frontiera, che, attraverso un lavoro sinergico di psicologi, mediatori e consulenti legali,  dovrebbero consentire una individuazione più immediata delle vittime, piuttosto che il mero rinvio ad un ufficio di polizia per il rilievo delle impronte digitali.

Riportiano qui i passaggi più salienti del Piano nazionale contro la tratta ed il grave sfruttamento che il governo doveva approvare entro l'estate del 2014.
Piano di azione nazionale contro la tratta e il grave sfruttamento" per gli anni 2015-2017 nella bozza quasi definitiva che è in circolazione da tempo, “risponde ad esigenze sistematiche di riordino e razionalizzazione dell’azione di Governo, principalmente per favorire sinergie tra le varie Amministrazioni centrali, territoriali e locali coinvolte e le relative risorse disponibili, anche alla luce della pluralità di competenze pubbliche coinvolte nel contrasto alla tratta, corrispondenti alle quattro direttrici su cui, a livello internazionale, si innesta comunemente ogni strategia organica in materia (prevention, prosecution, protection, partnership). Devono inoltre considerarsi i mutamenti della tratta, che da fenomeno autonomo e distinto rispetto ai movimenti migratori è divenuto elemento quasi inscindibile di tali flussi, tanto che i confini tra le condizioni di vulnerabilità presenti tra le soggettività diversamente coinvolte sono così variegate che la stessa vittima può trovare assistenza e canalizzazione nelle diverse forme di protezione previste dal nostro ordinamento a seconda del sistema di identificazione adottato.
Obiettivo operativo del Piano è quello di definire una politica nazionale di intervento       coordinata e sistemica, che coinvolga le diverse amministrazioni competenti a livello      centrale e territoriale, con un approccio sinergico e volto all’ottimizzazione delle risorse   finanziarie.
Nel Piano, oltre alla definizione dell’orizzonte temporale, sono riportate le priorità di intervento, le amministrazioni competenti, le possibili fonti di finanziamento e le  principali azioni che devono essere sviluppate sul territorio.

Le premesse del piano mettono a nudo la modalità d’intervento nei confronti della tratta, definita sulla base del cd. doppio binario.

Le azioni per la lotta al traffico di esseri umani a scopo di grave sfruttamento si muovono sostanzialmente in due canali che ripercorrono il solco del doppio binario della norma italiana: il primo di contrasto e repressione del crimine di sfruttamento di esseri umani, affidato alle Forze di Polizia, l’altro di protezione delle vittime, affidato ai servizi sociali pubblici e del privato sociale.
Anche il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero della Sanità partecipano alla protezione delle vittime di tratta e sfruttamento. Il primo mediante l’offerta di macro-prestazioni in favore dei minori non accompagnati, con gli Ispettorati al lavoro (insieme al Comando generale dei Carabinieri), per le situazioni di grave sfruttamento lavorativo, e con Corsi di orientamento professionale/inserimento lavorativo, tramite la rete dei Centri per l’Impiego (in piccola parte). Il secondo, il Ministero della Salute, svolge invece una funzione altrettanto significativa nell’offerta di prestazioni sanitarie, giacché la presa in carico della vittima si perfeziona al momento della redazione del suo “stato di salute” e le eventuali cure successive avvengono, per quante non hanno il permesso di soggiorno, tramite la tessera attestante “Straniero temporaneamente presente”. In questi casi le vittime possono accedere anche ai servizi sanitari specialistici.
Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, inoltre, partecipa invece alla protezione delle vittime tramite interventi di cooperazione allo sviluppo. Negli ultimi 10 anni ha finanziato diversi progetti e fatto da tramite per la sottoscrizione di diversi Protocolli di intervento con alcuni paesi origine delle vittime di sfruttamento, ad esempio, in modo altamente significativo la Nigeria.

Si ricorda dove risiede la cabina di regia delle azioni nazionali contro la tratta di esseri umani.
L’art. 7 del D. Lgs. n. 24 del 4 marzo 2014 di attuazione della direttiva UE 2011/36, individua nella Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Pari Opportunità l’organismo deputato a coordinare, monitorare e valutare gli esiti delle politiche diprevenzione, contrasto e protezione sociale delle vittime, conferendo ad esso un ruolo centrale nelle politiche nazionali di settore, con particolare riferimento alle attività di        indirizzo e coordinamento  degli interventi di prevenzione sociale del fenomeno e di assistenza alle vittime, nonché di programmazione delle risorse finanziarie in ordine agli   interventi di assistenza e di integrazione sociale delle vittime.

Gli interventi previsti dal piano dovrebbero risultare coerenti con quelli programmati a livello europeo, ed infatti
Per quanto riguarda la strategia di azione del PNA, questa è definita, come anticipato, in armonia con la strategia dell’UE per l’eradicazione della tratta di esseri umani (2012-2016), di cui alla Comunicazione COM(2012) 286 del 19 giugno 2012, tenuto conto delle specificità del contesto italiano e delle strategie operative sviluppate a livello nazionale.
Il Piano, considerando le quattro direttrici (prevention, prosecution, protection, partnership) è quindi articolato secondo le 5 priorità individuate dalla Strategia UE:
A.     Individuare, proteggere e assistere le vittime della tratta
B.     Intensificare la prevenzione della tratta di esseri umani
C.     Potenziare l’azione penale nei confronti dei trafficanti
D.    Migliorare il coordinamento e la cooperazione tra i principali soggetti interessati e la coerenza delle politiche
E.    Aumentare la conoscenza delle problematiche emergenti relative a tutte le forme di tratta di esseri umani e dare una risposta efficace.

Il piano attribuisce una centralità al problema della governance degli interventi e tende a recuperare il ruolo delle autonomie locali rispetto alla gestione del fenomeno da parte degli apparati di polizia o del sistema giudiziario.
In un'ottica quindi di reale collaborazione e cooperazione tra i soggetti che a diverso titolo entrano in contatto con le potenziali vittime della tratta, anche in ossequio a quanto previsto dalla direttiva europea al considerando 6, dovrà promuoversi la creazione, sulla base di linee guida nazionali e di tavoli provinciali multiagenzia promossi e coordinati dalle Prefetture, di protocolli operativi volti a realizzare modalità uniformi ed efficaci di intervento a tutela delle vittime di tratta. Ancora, i protocolli dovranno riguardare anche e soprattutto lo specifico ambito della tratta a scopo di sfruttamento lavorativo, fenomeno in preoccupante espansione e che dunque merita prioritaria attenzione, ma al tempo stesso tutt'oggi di difficile emersione; in tal senso la condivisione dei diversi modus operandi dei soggetti coinvolti in tale ambito e l'individuazione dei rispettivi compiti nelle operazioni volti alla repressione del fenomeno ed alla contestuale tutela delle vittime, potrà garantire migliori risultati sotto tutti i punti di vista.

Inoltre le analisi condotte per la definizione della mappatura degli interventi antitratta sul territorio nazionale hanno evidenziato, oltre alla dimensione complessiva delle risorse      destinate al finanziamento degli interventi e alla natura degli stessi, anche l’articolazione dei canali di finanziamento utilizzati, segnalando altresì una scarsa specializzazione dei fondi stessi in rapporto alla tipologia degli interventi che si vanno a finanziare.

Per recuperare efficienza, nell’organizzazione delle azioni di contrasto e di assistenza alle  vittime della tratta e nella pianificazione della spesa, si deve, per quanto possibile, prevedere ambiti di intervento prioritari con finanziamenti ad hoc  non sovrapponibili alle diverse misure assistenziali e di inclusione sociale presenti nelle diverse realtà locali e regionali.  A queste devono e  possono accedere per la loro condizione di vulnerabilità le persone sostenute dal sistema nazionale degli interventi in aiuto alle persone vittime di tratta e grave sfruttamento, nonché integrare la pluralità dell'offerta dei servizi rivolti alle persone vittime di tratta e di grave sfruttamento all'interno di un unico programma di emersione, assistenza e di integrazione sociale  realizzato direttamente dai servizi sociali territoriali o da soggetti privati con loro convenzionati iscritti nell'apposita II sezione del registro delle Associazioni e degli Enti che svolgono attività a favore degli immigrati come previsto dall'articolo 52 comma 1 del Regolamento di attuazione del Testo unico Immigrazione D.P.R. 18 ottobre 2004,n.334. Tali programmi dovranno  essere realizzati attraverso la predisposizione di progetti assistenziali e educativi individualizzati fondati e governati da una presa in carico a responsabilità pubblica da parte dei servizi sociali degli enti locali territoriali mediante monitoraggi e verifiche sullo stato di attuazione  ed eventuali modifiche che lo rendano più adeguato agli obiettivi fissati

Non sembra tuttavia che al di là del quadro teorico individuato, vi sia una reale disponibilità a mettere in gioco risorse in un settore che da anni è afflitto da una cronica mancanza di contributi finanziari da parte dello stato.
Pianificazione e ottimizzazione nell’utilizzo delle risorse

Il finanziamento del sistema di contrasto della tratta e di protezione sociale delle vittime   appare attualmente ancora troppo concentrato sui fondi previsti dalla L. 228/2003 e dall’art. 25 del DPR 31 agosto 1999, n.394 che alimentano annualmente gli interventi promossi dal Dipartimento per le pari opportunità.
Una recente analisi promossa dal Dipartimento delle pari opportunità evidenzia come, negli ultimi 4 anni, siano stati impegnati complessivamente poco meno di 50 milioni di euro per azioni di contrasto al fenomeno della tratta e di protezione sociale delle vittime, con una media annua di circa 12,5 milioni.

Quasi l’85% della somma è rappresentato dai finanziamenti degli interventi a valere sull’art. 18 del T.U. sull’immigrazione e sull’art. 13 della L. 228/2003, e, su questa quantità, l’incidenza della quota statale è di circa il 71% (mediamente 7,5 milioni di euro l’anno).     Ancora basso, ma crescente, è l’utilizzo di fondi europei (5%).

Pur non volendo attribuire a questo dato un particolare valore, considerando oltretutto che sono possibili significativi risparmi in ordine all’efficienza degli interventi, lo stesso dato ci permette comunque di ipotizzare che il fabbisogno annuo di risorse sia sensibilmente       superiore all’attuale livello di spesa, vista anche la poco uniforme distribuzione territoriale degli interventi e dei finanziamenti, che riflette solo parzialmente la gravità del fenomeno “tratta” nelle diverse aree del paese.

Occorre quindi promuovere l’utilizzo combinato e in complementarità di altre risorse finanziarie per arrivare ad assicurare su tutti i territori interessati dal fenomeno della tratta di esseri umani la giusta erogazione di servizi, dei livelli minimi essenziali di assistenza, della protezione e tutela dei diritti delle persone trafficate. Si pensa in particolare ai Fondi strutturali della UE (FSE, ma anche FESR) utilizzabili specie da parte delle Regioni ma anche a livello di amministrazioni centrali attraverso i PON.

In Italia vengono già realizzate attività di assistenza e supporto a favore di vittime di tratta spesso complementari ai programmi ex art. 13 L. 228/2003 e ex. art. 18 D.Lgs 286/98, finanziate da enti locali (Regioni, Province, Comuni), sovente attraverso fondi comunitari e attuate dagli stessi o da organizzazioni del terzo settore. Generalmente si tratta di interventi mirati a favorire la formazione professionale, l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro, la partecipazione ad attività sociali.

L’ottimizzazione e l’efficacia di una governance multilivello si rivelano pertanto elementi     essenziali nel contesto esaminato da questo piano.  La complessità del fenomeno e la specificità di condizione del target considerato richiedono modelli di intervento basati su un  approccio multidimensionale che coinvolge diversi livelli di competenza e sulla creazione di reti collegate e meccanismi di coordinamento interdisciplinare. Sia a livello di definizione di strategie e politiche anti-tratta, sia a livello di implementazione degli interventi, è essenziale coinvolgere una vasta gamma di attori, con diversi ruoli e competenze e con diversi gradi di conoscenza ed esperienza in materia.

Si assiste in sostanza, anche in questo campo, ad un trasferimento di responsabilità dai livelli centrali a quelli periferici delle amministrazioni pubbliche, senza un corrispondente aumento delle risorse disponibili, ma anzi nella prospettiva della cd. invarianza finanziaria e dunque di una progressiva riduzione delle risorse di fonte statale.

La governance territoriale si attua con processi di democrazia attiva e si basa sull´integrazione di due ruoli distinti: quello di indirizzo programmatico (governo) e quello di gestione e fornitura di servizi (strutture operative ed amministrative). È necessario integrare diversi livelli programmatori ed attuativi che agiscono/possono agire sul contrasto al fenomeno della tratta degli esseri umani e che appaiono essere ancora poco integrati l’uno con l’altro:
·       il livello nazionale rappresentato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio attraverso i fondi ex art. 13 e ex art.18 finanzia  il sistema nazionale degli interventi in aiuto alle vittime di tratta e grave sfruttamento mentre attraverso un sistema centrale di coordinamento supportato da un gruppo di esperti e dall'operatività del N. Verde Nazionale Antitratta raccoglie i dati sul fenomeno, effettua un costante monitoraggio delle prese in carico e degli esiti degli interventi, attua un controllo sui costi, sorveglia rispetto a possibili processi di rivittimizzazione istituzionali, forma gli operatori del sistema ed elabora analisi e reportistiche. A queste risorse si aggiungono altre dalle Amministrazioni centrali che attraverso il Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi – FEI gestito dal Ministero dell’Interno si finanziano progetti atti a migliorare la capacità dello Stato ad elaborare, attuare, monitorare e valutare tutte le strategie di integrazione, le politiche e le misure nei confronti dei cittadini di Paesi terzi, lo scambio di informazioni e buone prassi e la cooperazione;
·       il livello regionale rappresentato da:
a)        gli Assessorati preposti e competenti sul fenomeno della tratta (per lo più Assessorati al welfare e alle politiche sociali piuttosto che Assessorati al lavoro);
b)       le Autorità di Gestione del FSE (solitamente incardinate negli Assessorati al lavoro e alla formazione);
·       il livello locale che, anche mediante i Piani Sociali di zona e la presenza di specifici attori locali, diventa parte attiva nell’implementazione di azioni a supporto delle vittime di tratta.

Per garantire una maggiore integrazione tra i vari livelli possiamo ridefinire:

il livello regionale rappresentato da:
·         gli Assessorati alla sanità e al welfare che attraverso finanziamenti e  adeguamenti normativi operino affinché le attività di emersione di contatto delle popolazioni a rischio di tratta e grave sfruttamento (azioni di sistema propedeutiche al sistema degli interventi in aiuto alle persone vittime di tratta) trovino integrazione all'interno di politiche territoriali di prevenzione e tutela della salute, contrasto allo sfruttamento, mediazione dei conflitti di quei fenomeni sociali che costituiscono gli ambiti di evidenziazione del traffico di esseri umani, nonché garantiscano e riconoscano sul piano giuridico e burocratico amministrativo alle persone vittime di tratta e grave sfruttamento presenti sul proprio territorio condizioni di svantaggio temporaneo affinché possano accedere a tutte quelle misure sanitarie, socio-sanitarie, assistenziali e di integrazione previste per le categorie vulnerabili;
·         Gli Assessorati al lavoro e alla formazione che attraverso la gestione del FSE provvedano affinché le misure formative e di sostegno all'accesso e alla permanenza al lavoro prevedano come beneficiari anche le persone vittime di tratta e grave sfruttamento inserite nei programmi, ovvero prevedano sul piano gestionale burocratico amministrativo percorsi formativi con modalità di accesso, tempi di realizzazione, metodologie e tecniche rispondenti alle esigenze e ai bisogni di cui sono portatrici le persone straniere con progetti migratori realizzati attraverso processi di vittimizzazione e sfruttamento e non alle esigenze delle agenzie e dei professionisti della formazione e dell'avviamento al lavoro;
il livello locale che
·    attraverso la responsabilità della gestione della presa in carico del programma unico di emersione, assistenza e di integrazione sociale da parte dei Servizi Sociali territoriali, il, monitoraggio e la valutazione di tutte le azioni a supporto delle vittime di tratta anche mediante i Piani Sociali di zona e la presenza di specifici attori locali diventa parte attiva nell’implementazione sui territori locali delle politiche sanitarie socio-sanitarie e sociali rivolte alle categorie vulnerabili,
·    i tavoli Provinciali Antitratta coordinati dalle Prefetture che attraverso il monitoraggio del  fenomeno a livello locale, nonché la predisposizione di protocolli operativi tra azione sociale, di polizia e magistratura in ambito di emersione, identificazione, protezione e risarcimento delle vittime nel quadro delle indicazioni e delle linee guida nazionali provenienti dal livello nazionale contribuiscono all’effettivo coordinamento tra gli attori territoriali coinvolti nella protezione ed assistenza alle vittime e nel contrasto al fenomeno, nonché a far si che gli interventi territoriali previsti dalle reti progettuali territoriali Antitratta siano  da una parte effettivamente rispondenti alla specifica realtà del fenomeno presente nei diversi contesti territoriali locali, dall'altra congruenti alle azioni e alle strategie previste dal PNA.
Essenziale risulta quindi un approccio multidisciplinare e integrato/reti e partnership tra i diversi attori, sia istituzionali che del privato sociale.

È opportuno quindi prevedere un modello integrato di intervento DPO/altre Amministrazioni nazionali/Regioni, in cui fondi diversi, per natura, titolarità di gestione e ambito territoriale di riferimento, contribuiscono al finanziamento di specifiche aree di intervento.

Il sistema di governance che si prefigura non appare troppo distante da quel modello che ha prodotto le situazioni scandalose poi rilevate, ancora solo in parte, dall’inchiesta Mafia Capitale. In molte regioni, come ad esempio la Sicilia, i tavoli di coordinamento regionale e provinciale hanno avuto una dimensione puramente virtuale. Si corre il rischio di invischiare il privato sociale in un reticolo di comitati e tavoli nei quali si potrebbe stemperare l’efficacia residua dei pochi interventi sul campo.

Appare, quindi, necessaria la costituzione di una Cabina di Regia strutturata a più livelli, fortemente radicata sul territorio, capace di instaurare un continuo ed efficace dialogo tra tutti i soggetti interessati.
La Cabina di Regia favorirebbe l’attivazione di una serie di processi proficui tra cui appare opportuno evidenziare:

-        il necessario passaggio da una fase di sperimentazione ad una fase di sistema integrato di politiche e di servizi in cui possa migliorare il complesso degli interventi di settore;
-        la reale attivazione di tutte le progettualità che a livello di singoli ambiti territoriali possono essere messe in campo;
-        il potenziamento e la messa a sistema del patrimonio di reti già create all’interno dei singoli territori favorendo una forte interazione tra i vari livelli di governo e tra i vari attori del territorio;
-        un migliore e più efficace coordinamento fra i vari progetti attivi sui territori regionali favorendone anche l’ottimizzazione in termini di risorse e di non duplicabilità degli sforzi;
-        l’adozione di politiche nazionali di prevenzione e contrasto alla tratta uniformi su tutti i territori regionali e l’adozione di un progetto/programma/azione nazionale di coordinamento delle politiche;

Relativamente alle politiche e agli indirizzi, la Cabina di regia dovrà confrontarsi con la comunità scientifica e accademica allo scopo di ricevere, nel corso del periodo di riferimento del Piano, quelle informazioni relative a possibili cambiamenti del fenomeno, evoluzioni e mutazioni, inteso cioè come un sistema di early warning, capace quindi di incidere sulle scelte delle politiche successive.

Dovrà inoltre avere un forte raccordo con tutti i Tavoli di coordinamento nazionali e regionali che a vario titolo e su tematiche di confine sono istituiti (p.es. Tavolo di coordinamento nazionale insediato presso il Ministero dell'interno con l'obiettivo di ottimizzare i sistemi di accoglienza dei richiedenti e/o titolari di protezione internazionale secondo gli indirizzi sanciti d'intesa con la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, ecc..) anche per la condivisione e confronto sulla programmazione di relativi fondi (p.es. il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione – ex FEI).

La Cabina di regia deve favorire un effetto sinergico sia in termini di policy in relazione alla programmazione degli interventi, sia in termini di finanziamento con la possibilità di utilizzare in maniera integrata diversi fondi a disposizione.

Si rende pertanto necessaria il raccordo in sede di Cabina di regia non solo con gli attori che sul territorio operano a diversi livelli (giudiziario, sanitario, sociale, etc.), ma anche fra coloro che all’interno delle stesse Amministrazioni regionali possono accedere a finanziamenti diversificati, in primis il FSE e il FESR.

La specificità del fenomeno della tratta degli esseri umani richiede la capacità di contemperare strategie competitive con strategie cooperative, per valorizzare al meglio tutte le risorse disponibili e creare importanti sinergie territoriali in un’ottica di rete.

Sembrano dunque destinate a restare ancora sulla carta le politiche orientate alla protezione delle vittime della tratta con interventi diretti su base territoriale.
Le attività volte all’emersione, alla segnalazione e invio ai servizi di protezione delle persone vittime di tratta e grave sfruttamento, costituiscono la peculiarità e la forza del modello    italiano di sostegno alle vittime di tratta.

Per attività proattive s’intendono tutti quegli interventi di contatto delle popolazioni a rischio con l’obiettivo di individuare e far emergere le persone vittime di tratta e grave sfruttamento.
Favoriscono la fuoriuscita delle vittime da situazioni di sfruttamento e prostituzione forzata offrendo spazi di contatto, ascolto, accoglienza (unità di strada, sportello, altri servizi a bassa soglia).

I dati confermano che pur in uno scenario di disomogeneità nelle modalità di raccolta dati e spesso di ufficiosità dei dati fatti circolare, l’Italia risulta essere il paese di maggior emersione di persone vittime di tratta e di grave sfruttamento in Europa.

Ciò è sicuramente dovuto dalle ottime capacità investigative messe in campo dalle forze di polizia italiane e dalla fattiva cooperazione che queste hanno con i servizi di protezione e di tutela delle vittime. Ma la peculiarità di questo fronte operativo, riguarda il fatto che l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’azione sociale mediante attività proattive proprie di emersione è fortemente presente nei luoghi laddove si manifesta il fenomeno dello sfruttamento.     

Inoltre, l’Italia è l’unica nazione con una helpline che, oltre alle attività di front office, consulenza e informazione, attraverso la sua organizzazione, svolge attività di interfaccia tra la segnalazione delle potenziali vittime e le reti territoriali d’accoglienza 13 e 18 mediante un lavoro di valutazione della segnalazione qualificata presa in carico e invio dell’utenza, nonché azioni proattive di emersione delle vittime.

Tutti questi aspetti negli anni e con gradazioni diverse a seconda dei territori, da una parte hanno contribuito a migliorare le conoscenze dei fenomeni, dall’altra, permesso di verificare sul campo che laddove si consolidano fattive collaborazioni di lavoro di rete multi agenzia tra azione sociale e azione di polizia, queste sono facilitate nel raggiungere i propri obiettivi   specifici in quanto il sostegno alle potenziali vittime avvantaggia il lavoro investigativo, e  viceversa.

Sulla scorta dell’attuale quadro normativo, le misure che devono essere adottate per favorire l'implementazione della tutela delle vittime di tratta e grave sfruttamento devono in primo luogo ricavarsi dal sistema oggi vigente in virtù dell'entrata in vigore del D.Lgs 24/2014 e  altresì dalla interpretazione costituzionalmente orientata delle norme dell'ordinamento      italiano con riferimento alle disposizioni della direttiva 2011/36 e della Convenzione del Consiglio d'Europa, alcune delle quali non direttamente trasposte nel nostro ordinamento interno ma egualmente vigenti in virtù del noto principio per cui le norme comunitarie e quelle contenute in accordi internazionali hanno rango pari a quelle dettate dalla Costituzione.
In tale ottica le misure volte a favorire adeguata ed efficace tutela alle vittime di tratta       devono essere le seguenti:

-        migliorare l’emersione del fenomeno e garantire interventi di risposta efficaci e coordinati con attività volte quindi all’emersione delle vittime, al monitoraggio dei fenomeni, alla costruzione di sistemi di segnalazione e di invio per poter essere capillarmente diffuse su tutto il territorio italiano e modulate a seconda dell’incidenza che tali fenomeni hanno sui diversi territori italiani;
-        anche al fine di adempiere a quanto previsto dall'art. 11 co. 4 della direttiva europea,    sono individuati adeguati meccanismi di rapida identificazione delle vittime della tratta di esseri umani mediante la predisposizione di linee guida, da adottarsi entro tre mesi dall'adozione del presente piano, contenenti l'indicazione dei c.d. “indicatori” di tratta, volti alla corretta identificazione delle vittime, non senza la precisazione che tali  elementi devono costituire per gli operatori meri parametri di riferimento non tassativamente indicativi delle situazioni di tratta; particolare attenzione dovrà essere data al concetto relativo alla “posizione di vulnerabilità” di cui all'art. 2 co. 2 della direttiva 2011/36, non sufficientemente approfondito in sede di recepimento con il D.Lgs. 24/14;
-        la costituzione di un  Meccanismo Nazionale di Referral, definendo cioè la cooperazione tramite cui gli attori statali  adempiono ai propri obblighi per proteggere e promuovere i diritti umani delle vittime di tratta, coordinando i propri sforzi in un partenariato strategico con la società civile;
-        l’ aggiornamento delle misure di accoglienza in modo da rispondere alle mutate fenomenologie e caratteristiche delle vittime;
-        la formazione secondo il metodo multi agenzia volta tra le altre cose a sensibilizzare i diversi soggetti suscettibili di venire a contatto con potenziali vittime di tratta ad una   corretta identificazione;
-        l’adozione di specifiche linee guida relative all'adempimento dell'obbligo di informazione in favore delle vittime, così come imposto dall'art. 11 della direttiva, relativamente al diritto al rilascio del permesso di soggiorno ex art. 18 D.Lgs. 286/98 ed al diritto a richiedere la protezione internazionale; in tal senso sarà opportuno introdurre specifiche indicazioni volte a garantire tali informazioni in specifici luoghi e contesti, quali i centri di prima accoglienza, CIE, CARA, i presidi sanitari, gli stessi sportelli di ascolto dei progetti art. 18.    Tali linee guida dovranno individuare le modalità per realizzare il coordinamento dei sistemi rispettivamente della protezione a tutela delle vittime di tratta e quello a tutela dei richiedenti protezione internazionale, anche nell'ottica del recepimento della direttiva 2013/33 UE e in applicazione dell’art. 10 del D.Lgs 24/2014.


In questa prospettiva la capacità di promuovere partnership pubblico-privato terzo settore assume un valore strategico, focalizzandosi sulla centralità della dimensione territoriale, quale ambito privilegiato di lettura dei bisogni, di co-progettazione delle soluzione e di ricomposizione delle risorse.
La gestione del processo di partnership ha a che fare con il modo in cui i diversi soggetti coinvolti nella collaborazione si coordinano. L’efficacia di questa azione rappresenta indubbiamente la misura del successo futuro e della sostenibilità dei progetti realizzati.
Sicuramente la partnership pubblico-privato è uno strumento che meglio di altri può consentire a soggetti diversi di condividere risorse e competenze per contribuire localmente al raggiungimento di ambiziosi obiettivi come quelli legati allo sviluppo di un   territorio in un’ ottica di contrasto al fenomeno della tratta degli esseri umani.

Appare infine del tutto lacunosa la previsione di una collaborazione con i paesi terzi, soprattutto per la carenza di meccanismi di protezione a livello transnazionale, ed il rimpatrio su base volontaria sembra costituire una ipotesi che non tiene conto dei gravi condizionamenti che le vittime della tratta potrebbero continuare a subire nei paesi di origine.

Governance transnazionale delle politiche di prevenzione e contrasto al fenomeno della tratta e del grave sfruttamento lavorativo.

È necessario potenziare o promuovere la collaborazione dello Stato italiano con gli organismi internazionali competenti in materia di tratta e di grave sfruttamento lavorativo (OIM, ILO, ecc.), e con i Paesi europei o extra-U.E. coinvolti dai suddetti fenomeni criminosi (Romania, Bulgaria, Nigeria,ecc.). L’azione deve particolarmente favorire lo sviluppo di politiche ed   interventi condivisi, a livello transnazionale, per la tutela e l’inclusione socio-lavorativa delle vittime, compreso il tema del rimpatrio volontario e del reinserimento socio-lavorativo nel paese di origine.

È necessario la costruzione di campagne di sensibilizzazione e prevenzione, condivise con paesi origine rivolte alla popolazione e alle amministrazioni pubbliche.

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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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