Powered by Blogger.

Search

giovedì 24 dicembre 2015

Dal porto di Palermo respingimenti "immediati" in Tunisia con affido al comandante della nave e detenzione in cabina. Dalla questura di Ragusa dinieghi di rinnovo del permesso di soggiorno per carenza dei requisiti di reddito. Contro la legge vigente e la giurisprudenza del Consiglio di stato.


Anche nel giorno di vigilia di Natale dal porto di Palermo si sono verificati altri respingimenti (tre)di cittadini tunisini residenti da molto tempo in Sicilia, uno addirittura con un primo permesso di soggiorno rilasciato nel 1987. Provvedimenti notificati agli interessati dalla questura di Palermo al momento dell'arrivo della nave proveniente da Tunisi, che prima di fare rientro in Tunisia effettua scali anche a Termini Imerese ed a Civitavecchia. Conseguenza del provvedimento  di respingimento immediato, "l'affido al comandante della nave" in rotta verso altri porti italiani, prima del ritorno in Tunisia, e dunque diversi giorni di trattenimento forzato all'interno della stessa nave in una situazione di totale limitazione della libertà personale, del tutto sottratta a qualsiasi controllo giurisdizionale, in evidente contrasto con l'art. 13 della Costituzione italiana. Sono casi che ormai si succedono a ripetizione, un nuovo capitolo della guerra ai migranti che si pratica anche con gli strumenti della burocrazia. Anche a costo di separare i nuclei familiari.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/12/respingimenti-alla-frontiera-portuale.html

Provvedimenti di respingimento adottati sulla base di un riscontro automatico, ai terminali della polizia di frontiera, della mancanza di un valido permesso di soggiorno, anche se si trattava di immigrati che erano partiti per vari motivi verso il loro paese con un valido titolo di soggiorno e di viaggio, con la ricevuta di richiesta rinnovo del permesso di soggiorno, e che poi avevano ricevuto un diniego, non si sa in che forma notificato, da parte della questura di Ragusa, per carenza o insufficienza di reddito.
Nelle campagne ragusane infatti, dopo l'arrivo in massa di lavoratori rumeni e rumene, i braccianti tunisini faticano a trovare lavoro e molti di loro si sostengono con lavori occasionali e con il sussidio di disoccupazione, dopo decenni trascorsi in piena legalità in Italia. Sarebbe assai interessante conoscere i tempi che sono stati impiegati a Ragusa per portare a compimento, seppure con esito negativo, le procedure di rinnovo dei permessi di soggiorno, nonchè data e modalità di notifica dei provvedimenti di diniego.Provvedimenti che avrebbero dovuto essere notificati agli interessati una volta sbarcati dalla nave, lasciando loro quei termini di impugnativa all'autorità giurisdizionale che sono imposti dalla legge e riportati nei provvedimenti stessi. Per coloro che vengono riportati in Tunisia, a fronte della loro condizione economica e sociale e dei costi oltre che delle modalità delle procedure di impugnazione dall'estero, il ricorso contro il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno adottato dalla questura di Ragusa appare una eventualità assai remota. Non emerge neppure se gli interessati abbiano avuto notifica del preavviso di rigetto.

Consiglio di Stato n. 4256 del 22 agosto 2013 – rinnovo di permesso di soggiorno – procedimento
archiviato per la mancata presentazione del richiedente – assenza della prova formale attestante il
ricevimento, da parte di quest’ultimo, del preavviso di rigetto - illegittimità
In riforma della sentenza impugnata, va accolto il ricorso di prime cure e, pertanto, va annullato il
provvedimento col quale la Questura ha archiviato il procedimento di rinnovo, per non essersi, l’interessato, presentato per il disbrigo di talune formalità burocratiche. Manca, infatti, la prova formale che il preavviso di rigetto sia effettivamente pervenuto allo straniero, sicché su questo punto permane un ragionevole dubbio.
Se, per un verso, l’archiviazione del procedimento di rinnovo appare in sé legittima, anche come definizione della pratica, a condizione però che la si intenda come un provvedimento assunto “allo stato degli atti”, non altrettanto può dirsi, ove si voglia attribuirle l’effetto di precludere la riapertura della pratica, qualora l’interessato ne faccia richiesta giustificando ragionevolmente la mancata presentazione ai precedenti appuntamenti, e sempreché sussistano tuttora i presupposti del rinnovo.

Quanto succede da mesi a Palermo è frutto di prassi amministrative che considerano le persone niente di più che numeri da inserire in un terminale elettronico. Si tratta della somma di due procedimenti amministrativi apparentemente automatici, il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno adottato dalla questura di Ragusa e il respingimento imemdiato adottato dall'ufficio stranieri- polizia di frontiera della questura di Palermo, ma in realtà evidentemente viziati dalle interpretazioni discrezionali della normativa vigente da parte delle competenti questure.

Per quanto riguarda il respingimento immediato ex art. 10 comma 1 del T.U. del 1998 e successive modifiche, si tratta di un provvedimento illegittimo in quanto viene adottato "in automatico" a fronte della mera carenza del documento di soggiorno, senza considerare che il provvedimento di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno non è effettivamente conosciuto dal cittadino straniero che tenta di rientrare in assoluta buona fede, magari dopo decenni di soggiorno legale in Italia e con consolidati legami familiari e sociali. L'esecuzione immediata del provvedimento di respingimento priva il cittadino straniero del diritto ad un ricorso effettivo, affermato dall'art. 24 della Costituzione italiana rispetto a tutti i provvedimenti adottati dalla pubblica amministrazione, perchè una volta eseguita la misura di allontanamento forzato, questa avrà esaurito i suoi effetti e non sarà più impugnabile.

Giudice di pace di Bari del 7 dicembre 2013 – decreto di respingimento adottato dalla Polizia di
frontiera – carenza dei requisiti di forma e sostanza oltre che della motivazione – illegittimità del
decreto
Premessa la giurisdizione del Giudice di pace, in sede di opposizione avverso il decreto di respingimento emesso dalla Polizia di frontiera, si accoglie il ricorso di parte e, per l’effetto, si annulla il provvedimento impugnato. Infatti, il decreto di respingimento si appalesa privo dei requisiti di forma e sostanza, che legittimano la sua validità ed efficacia oltre ad essere la motivazione del tutto assente, non potendo considerarsi esaustiva lo sbarramento di caselle, in quanto, non si è in presenza di un questionario a cui bisogna rispondere, ma di un atto, che limita la libertà di circolazione della persona, nonché, nella sua più ampia accezione, la libertà personale, soggetta a riserva di legge ex art. 13 Cost.

Il primo settembre del 2015 l'Italia veniva condannata dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo per i respingimenti collettivi di tre cittadini tunisini, privati dei più elementari diritti di difesa e sottoposti a forme arbitrarie di privazione della libertà personale. Si trattava di respingimenti avvenuti proprio dopo un periodo di trattenimento arbitrario a bordo di navi adibite a centro di detenzione. Malgrado fossero situazioni diverse rispetto a quelle che si verificano negli ultimi mesi a bordo delle navi traghetto provenienti da Tunisi a Palermo, alcuni principi affermati dalla Corte di Strasburgo corrispondono in pieno a regole che vengono costantemente violate dalle autorità di polizia di frontiera quando adottano provvedimenti di respingimento in frontiera ai sensi dell'art. 10 comma 1 del T.U. 286 del 1998. Appare innegabile che il trattenimento a bordo delle navi, peraltro battenti bandiera italiana, e dunque da considerare territorio italiano, costituisca in vista del rimpatrio forzato una misura limitativa della libertà personale che si protrae per giorni (durante il tragitto della nave verso altri porti italiani prima di fare rientro a Tunisi) senza un effettivo diritto di ricorso giurisdizionale, con grave violazione dei diritti alla libertà personale e dei diritti di difesa, comunque riconosciuti agli stranieri, seppure si trovassero in una situazione di irregolarità, ma comunque all'interno del territorio nazionale ( come sono da considerare le navi traghetto battenti bandiera italiana). Al punto che appare persino irrituale l'adozione, da parte della questura di Palermo, di provvedimenti di respingimento "immediato" ai sensi dell'art. 10 comma 1 del T.U. 286 del 1998, quando non si tratta di eseguire immediatamente una attività diretta ad impedire l'ingresso nel territorio nazionale, quanto piuttosto di preparare l'esecuzione di un accompagnamento forzato, nei giorni successivi, nel porto di partenza della nave ( Tunisi).  Secondo la Corte di Strasburgo il trattenimento a bordo delle navi in vista del rimpatrio è assimilabile al trattenimento nei centri di primo soccorso ed accoglienza dopo l'ingresso irregolare nel territorio dello stato. Lo stesso ragionamento applicato dalla Corte europea nei confronti di migranti trattenuti a bordo di una nave, che nel 2011 veniva destinata, seppure impropriamente a centro di accoglienza, può valere anche nei confronti di migranti trattenuti all'interno di una nave traghetto  in navigazione per giorni tra porti italiani prima dell'esecuzione del respingimento "immediato" verso il porto straniero di partenza. In entrambi i casi i migranti da rimpatriare in Tunisia erano sottoposti a una stretta vigilanza e la loro libertà personale era sostanzialmente limitata.

46. La Corte nota innanzitutto che il Governo non ha contestato l’affermazione dei ricorrenti (paragrafi 8 e 44 supra) secondo la quale era loro vietato allontanarsi dal CSPA di Lampedusa e dalle navi «Vincent» e «Audacia», che erano costantemente sorvegliate dalle forze di polizia. Inoltre, al paragrafo 54 del suo rapporto pubblicato il 30 settembre 2011 (paragrafo 34 supra), la sottocommissione ad hoc dell’APCE ha constatato che «nonostante le autorità affermino che i Tunisini non sono dei detenuti in quanto non sono nelle celle (…) le condizioni alle quali essi erano sottoposti [nel centro di Contrada Imbriacola] erano molto simili alla detenzione e alla privazione della libertà». La sottocommissione ha anche indicato che i migranti erano «de facto imprigionati, senza accesso a un giudice» (si veda il paragrafo 55 del rapporto sopra citato).
47. Quanto alla commissione straordinaria del Senato, quest’ultima ha riscontrato un «trattenimento prolungato», una «impossibilità a comunicare con l’esterno» e una «mancanza di libertà di movimento» per i migranti assegnati al centro di accoglienza di Lampedusa (paragrafo 31 supra). I ricorrenti a giusto titolo lo sottolineano (paragrafo 44 supra).
48. La Corte nota che il Governo non ha prodotto alcun elemento che lasci pensare che sarebbe stato possibile per i ricorrenti lasciare il CSPA di Contrada Imbriacola. Al riguardo, essa osserva che gli interessati hanno precisato che dopo l'incendio del 20 settembre 2011, erano giunti a eludere la sorveglianza delle forze dell'ordine e a raggiungere il paese di Lampedusa. Tuttavia, essi sarebbero stati fermati dalla polizia e ricondotti nel centro di accoglienza (paragrafo 9 supra). Il Governo non ha smentito questo versione dei fatti, dando a pensare che i ricorrenti fossero trattenuti nel CSPA contro la loro volontà (si veda, mutatis mutandis, Stanev, sopra citata, § 127).
49. Considerazioni analoghe valgono anche per quanto riguarda le navi «Vincent» e «Audacia», che secondo il Governo stesso devono essere considerate come il «naturale prolungamento del CSPA» (paragrafo 42 supra).
50. Alla luce di questi elementi, la Corte non può accogliere la tesi del Governo, secondo la quale i ricorrenti non sono stati né arrestati né detenuti, ma «semplicemente [soccorsi] in mare e condotti all'isola di Lampedusa per essere assistiti e per la loro sicurezza fisica» (paragrafo 43 supra). La Corte ritiene, al contrario, che la sistemazione dei ricorrenti nel CSPA di Contrada Imbriacola e a bordo delle navi sopra citate costituisca una «privazione della libertà» tenuto conto delle restrizioni che le autorità hanno imposto agli interessati e nonostante la natura della qualificazione ritenuta dal diritto interno (si veda, mutatis mutandis, Abdolkhani e Karimnia, sopra citata, §§ 126 127). Di conseguenza essa conclude che i ricorrenti sono stati privati della loro libertà.
51. Ne consegue che è applicabile l'articolo 5 della Convenzione e che l'eccezione del Governo relativa alla incompatibilità ratione materiae di questo motivo di ricorso con la Convenzione deve essere rigettata.


70. La Corte conclude che la privazione della libertà contestata era priva di base legale nel diritto italiano.
Questa constatazione è avvalorata da quelle della commissione straordinaria del Senato, che, nel suo rapporto approvato il 6 marzo 2012 (paragrafo 31 supra), ha notato che la permanenza nel centro di Lampedusa inizialmente limitata al tempo strettamente necessario per accertare l'identità del migrante e la legalità della sua presenza sul territorio italiano, si protraeva talvolta per più di venti giorni «senza che fossero state adottate decisioni formali sullo status giuridico delle persone trattenute». Secondo la commissione straordinaria, questo trattenimento prolungato «senza alcuna misura giuridica o amministrativa» che lo prevedesse aveva generato «un clima di tensione molto forte». É anche opportuno ricordare che la sottocommissione ad hoc dell’APCE ha esplicitamente raccomandato alle autorità italiane di «chiarire lo status giuridico del trattenimento de facto nei centri di accoglienza di Lampedusa» e, soprattutto per quanto riguarda i Tunisini, di «mantenere in stato di trattenimento amministrativo i migranti in situazione irregolare soltanto secondo una procedura definita dalla legge, avallata da un organo giudiziario e oggetto di un controllo giudiziario periodico» (si veda il paragrafo 92 punti vi. e vii. del rapporto pubblicato il 30 settembre 2011 – paragrafo 34 supra).
71. Infine, anche supponendo che il trattenimento dei ricorrenti fosse previsto dall’accordo bilaterale con la Tunisia, la Corte rileva che l’accordo in questione non poteva dare al suddetto trattenimento una base legale sufficiente ai sensi dell’articolo 5 della Convenzione. In effetti, il contenuto di tale accordo non è stato reso pubblico (paragrafo 29 supra) e non era dunque accessibile agli interessati, che non potevano pertanto prevedere le conseguenze della sua applicazione (si veda, in particolare, la giurisprudenza citata ai paragrafi 63-64 supra). Inoltre, non vi è nulla che indichi che il suddetto accordo prevedesse delle garanzie adeguate contro l’arbitrio (si veda, ad esempio e mutatis mutandis, Nasroulloïev c. Russia, n. 656/06, § 77, 11 ottobre 2007).
72. Ne consegue che la privazione della libertà dei ricorrenti non soddisfaceva il principio generale della certezza del diritto e contrastava con lo scopo di proteggere l’individuo dall’arbitrio. Dunque essa non può essere considerata «regolare» ai sensi dell’articolo 5 § 1 della Convenzione. Pertanto nel caso di specie vi è stata violazione di tale disposizione.


https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.wp?previsiousPage=mg_1_20&contentId=SDU1187525

Mentre si potrebbe pure accogliere la tesi che il vero respingimento immediato in frontiera, inteso come attività amministrative o materiali tese ad impedire l'ingresso nel territorio dello stato possa riguardare la competenza del giudice amministrativo, non può escludersi che la competenza ad esaminare i ricorsi contro i provvedimenti di respingimento adottati a carico di cittadini stranieri trattenuti a bordo di navi traghetto in navigazione tra porti italiani prima di rientrare nel porto straniero di partenza (Tunisi), non riguardino la competenza esclusiva del giudice ordinario, in difformità con quanto erroneamente affermato nel provvedimento di respingimento notificato agli interessati dalla questura di Palermo- Ufficio di polizia di frontiera, che indicava invece il Tribunale amministrativo come giudice competente ad esaminare il ricorso. Non sembra difficile ravvisare nel caso dei cittadini tunisini recentemente respinti in Tunisia dal porto di Palermo la sussistenza di un vero e proprio diritto soggettivo, e non  di un mero interesse legittimo, in quanto, evidentemente sottoposti ad una duratura privazione della loro libertà personale, venivano privati del diritto ad un ricorso effettivo, e dunque tempestivo e sospensivo dell'efficacia del provvedimento di respingimento, davanti al giudice ordinario in Italia ( giudice di pace o giudice di tribunale civile). Da questo punto di vista non appare sostenibile che la mera adozione del provvedimento di respingimento immediato, ai sensi dell'art. 10 comma 1 del t,U, 286 del 1998, valga ad escludere quella tutela prevista in ogni caso il respingimento medesimo segua ad un ingresso nel territorio dello stato, come è da considerarsi lo spazio della nave traghetto battente bandiera italiana, periodicamente in arrivo da Tunisi nel porto di Palermo.

Deve dunque, in raccordo con le premesse esigenze di mantenere ferma una coerenza di “sistema”, darsi atto che il provvedimento del questore diretto al respingimento incide su situazioni soggettive aventi consistenza di diritto soggettivo: l’atto è infatti correlato all’accertamento positivo di circostanze-presupposti di fatto esaustivamente individuate dalla legge (art. 10, c. 2 lett. a) e b) del d.lgs n. 286 del 1998), ed all’accertamento negativo della insussistenza dei presupposti per l’applicazione dalle disposizioni vigenti che disciplinano la protezione internazionale nelle sue forme del riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ovvero che impongono l’adozione di misure di protezione solo temporanea per motivi umanitari (art. 10, c.2 e 19, c. 1 d.lgs. n. 286 del 1998). E pertanto, in mancanza di norma derogatrice che assegni al giudice amministrativo la cognizione della impugnazione dei respingimenti, deve trovare applicazione il criterio generale secondo cui la giurisdizione sulle controversie aventi ad oggetto diritti soggettivi, proprio in ragione della inesistenza di margini di ponderazione di interessi in gioco da parte della Amministrazione, spetta al giudice ordinario.

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.wp?previsiousPage=mg_1_20&contentId=SDU1187525

La correttezza delle nostre considerazioni, e di converso la illegittimità dei provvedimenti e delle prassi adottate dalla questura di Palermo è confermata da un provvedimento del Giudice di pace di Palermo del 3 agosto 2012, nel quale veniva annullato un provvedimento di respingimento "immediato" ai sensi dell'art. 10 comma 1 del T.U. n.286 del 1998, adottato ai danni di un cittadino tunisino, da anni residente nel nostro paese e giunto in Italia con la ricevuta della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, dopo che la competente questura aveva respinto la richiesta di rinnovo.

http://www.meltingpot.org/Diritti-sotto-sequestro-La-prova-di-un-respingimento.html#.Vnbad4dzOM9

I provvedimenti di diniego del rinnovo permesso di soggiorno per motivi di lavoro adottati dalla questura di Ragusa appaiono poi del tutto illegittimi per i criteri di valutazione del reddito necessario ai fini del rinnovo, in quanto si adottano i medesimi criteri previsti dalla legge per il ricongingimento familiare, con soglie fisse, pari all'importo dell'assegno sociale o a suoi multipli, a seconda dei figli, senza tenere in alcun conto che in materia di rinnovo dei permessi di soggiorno per lavoro la legge non prevede criteri altrettanto rigidi, come ricorda la giurisprudenza del Consiglio di stato. da ultimo con la sentenza del 27 novembre 2014.

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=OFGOARGI2VE3CCOQNMGT7O2AIE&q=

Sentenza del 27 novembre 2014

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 5535 del 2014, proposto da:
Milazim Krasniqi, rappresentato e difeso dall'avv. Davide Baiocchi, con domicilio eletto presso Nicola Elmi in Roma, Via Emanuele Gianturco, n. 6;
contro
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro-tempore, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici è domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi, n.12;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. EMILIA-ROMAGNA – BOLOGNA, SEZIONE II, n. 333/2014, resa tra le parti, concernente diniego rinnovo del permesso di soggiorno.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 novembre 2014 il Cons. Paola Alba Aurora Puliatti e uditi per le parti gli avvocati Meo su delega di Baiocchi e dello Stato Barbieri;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO
1. - Con ricorso al TAR Emilia Romagna-Bologna, il Sig. Milazim Krasniqi ha impugnato il decreto di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno, emesso dal Questore di Ravenna in data 9.4.2013, su istanza presentata il 9.11.9012, per violazione ed errata interpretazione della normativa sull’immigrazione, soprattutto con riferimento all’art. 22, 11°comma, del T.U. n. 286/1998.
2. - Con la sentenza in epigrafe, il TAR respingeva il ricorso nel merito.
Il ricorrente, secondo quanto riferisce la Questura di Ravenna nella sua relazione, pur essendo stato in possesso di un titolo autorizzatorio rilasciato per motivi di lavoro subordinato, non aveva in realtà una stabile attività lavorativa e non ha conseguito, dal 2009 al 2012, redditi sufficienti.
Inoltre, la documentazione fornita dal ricorrente non è sembrata idonea al primo giudice ad inficiare la legittimità del provvedimento, avendo egli, dal 2009 al 2012, dichiarato redditi del tutto insufficienti rispetto ai parametri stabiliti dalla legge – ad esempio per l’anno 2009 il medesimo avrebbe dichiarato un reddito imponibile irrisorio (Euro 1361,48 Mod. Unico persone fisiche 2010).
Il TAR ha ritenuto irrilevante la questione relativa all’estensione (inferiore o pari ad 1 anno) del periodo di attesa occupazione per perdita del posto di lavoro, perché tale condizione è subordinata all’iniziativa dell’interessato e attiene ad un periodo circoscritto, mentre la situazione d’insufficienza reddituale si riferisce ad un periodo di gran lunga superiore, comprendente tutto il periodo di permanenza in Italia.
3. - Propone appello l’interessato, riportandosi a tutti i motivi d’impugnazione e chiedendo che sia fatta corretta applicazione dell’art. 5, comma 5, D.Lgvo 286/98, ribadendo l’attuale concreta possibilità di occupazione in qualità di manovale, come da dichiarazione, datata 22.5.2013, di impegno del datore di lavoro a formalizzare il contratto non appena ottenuto il permesso di soggiorno.
L’appellante ripropone la propria tesi, secondo cui non sarebbe possibile contestare requisiti di reddito mancanti nel periodo di valenza del permesso per attesa occupazione e, infine, denuncia la violazione dei principi di imparzialità, giusto procedimento, equità.
4. - Con ordinanza n. 4995 del 12.12.2013, questa Sezione ha accolto l’istanza cautelare dell’appellante, riformando l’ordinanza del TAR n. 8351/2013, ai fini del riesame da parte della Questura, osservando che “non appaiono sfornite di elementi di fumus boni iuris le censure riguardanti l’omessa valutazione della possibilità di prolungare il permesso per attesa occupazione nei nuovi limiti temporali di cui all’art. 22, comma 11, T.U. n. 286/1998 in modo da consentire la formalizzazione dell’assunzione di cui all’impegno in data 22 maggio 2013 in atti”.
A seguito di tale provvedimento, sulla cui scorta, con domanda del 14.1.2014, corredata di n. 2 impegni attuali ad assumere il lavoratore da parte di due diverse aziende, l’amministrazione veniva invitata al riesame dell’istanza.
5. - Con provvedimento di pari data, la Questura conferma il decreto di rigetto impugnato “considerato il rinvio al TAR per la sollecita fissazione dell’udienza di merito”. Inoltre, rammenta che altra precedente istanza di riesame del 7.6.2013 era stata rigettata (per mancata dimostrazione del requisito reddituale).
6. - Anche l’istanza cautelare proposta per la sospensione dell’esecutività della sentenza in epigrafe n. 333/2014, nelle more sopraggiunta, è stata accolta da questa Sezione con ordinanza del 31 luglio 2014, n. 3463, “al fine di una nuova valutazione da parte dell’Amministrazione dei fatti rappresentati dall’appellante ed in particolare del nuovo lavoro reperito dallo straniero, ai sensi dell’art. 5, comma 5, del TUI”.
Seguiva, in data 8 settembre 2014, la domanda dell’interessato alla Questura di Ravenna di dare ottemperanza alla richiamata ordinanza cautelare di questa Sezione, poi sollecitata il 7.10.2014, e rimasta senza riscontro.
7. – Si è costituita in giudizio l’Amministrazione, chiedendo il rigetto dell’appello.
8. - All’udienza del 27 novembre 2014, l’appello è stato trattenuto in decisione.
DIRITTO
1. - L’appello merita accoglimento.
2. - E’ fondato il motivo col quale lo straniero chiede la corretta applicazione dell’art. 5, comma 5, nonché dell’art. 22, comma 11, del T.U. Immigrazione.
Recenti sentenze di questa Sezione (n. 6069 del 10.12.2014; n. 3596 del 11/07/2014; n. 3674 del 14/07/2014), con riferimento a casi simili a quello in esame, hanno sottolineato che, sulla base della normativa vigente ed in particolare delle disposizioni di cui all'art. 22, comma 11, l'autorità amministrativa deve comunque tener conto di comprovati fatti sopravvenuti prima del provvedimento sul rinnovo del permesso di soggiorno, che superino situazioni di carenza di reddito riscontrate durante il pregresso periodo di validità del precedente permesso di soggiorno.
3. - Le sentenze richiamate al punto 2. affermano il sopradetto principio senza contraddire il consolidato orientamento giurisprudenziale, conforme al disposto dell’art. 5, comma 5, del D.Lvo n. 286/1998, per il quale il possesso di un reddito minimo idoneo al sostentamento dello straniero costituisce condizione soggettiva non eludibile ai fini del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno, perché attiene alla sostenibilità dell'ingresso dello straniero nella comunità nazionale, mentre l'insussistenza del requisito in esame integra motivo ostativo al rinnovo del permesso di soggiorno (C.d.S., sez. III, 09/04/2014, n. 1687). Questa sentenza, sulla scia delle precedenti nello stesso senso, ha opportunamente precisato la "ratio" del citato art. 5, comma 5, affermando che: "Il requisito reddituale è finalizzato ad evitare l'inserimento nella comunità nazionale di soggetti che non siano in grado di offrire un'adeguata contropartita in termini di lavoro e quindi di formazione del prodotto nazionale e partecipazione fiscale alla spesa pubblica... e la dimostrazione di un reddito di lavoro, o di altra fonte lecita di sostentamento, è garanzia che il cittadino extracomunitario non si dedichi ad attività illecite o criminose."
4. - Tuttavia, secondo l’interpretazione sistematica, le diverse disposizioni in materia di requisiti di reddito devono essere collegate tra loro tenendo conto della loro comune "ratio", come ricostruita dalla giurisprudenza sopra riportata, con particolare riferimento alla regolazione di casi come quello in esame, nei quali, ad una temporanea carenza di reddito, fa seguito il ristabilimento di rapporti di lavoro, o quantomeno la concreta possibilità di produzione di reddito sufficiente per il futuro, stante la dimostrazione del reperimento di nuova attività lavorativa.
5. - La giurisprudenza citata al punto 2. ha preso in esame la normativa del citato testo unico per l'immigrazione o delle norme attuative dello stesso, rilevando che:
- l'art. 22, comma 11, regola dettagliatamente la situazione per i titolari di permesso di soggiorno per lavoro subordinato prevedendo che: " la perdita del posto di lavoro non costituisce motivo di revoca del permesso di soggiorno al lavoratore extracomunitario ed ai suoi familiari legalmente soggiornanti. Il lavoratore straniero in possesso del permesso di soggiorno per lavoro subordinato che perde il posto di lavoro, anche per dimissioni, può essere iscritto nelle liste di collocamento per il periodo di residua validità del permesso di soggiorno, e comunque, salvo che si tratti di permesso di soggiorno per lavoro stagionale, per un periodo non inferiore ad un anno ovvero per tutto il periodo di durata della prestazione di sostegno al reddito percepita dal lavoratore straniero, qualora superiore. Decorso il termine di cui al secondo periodo, trovano applicazione i requisiti reddituali di cui all'articolo 29, comma 3, lettera b";
- l'art. 4, comma 3 , a cui fa rinvio il successivo art. 5, comma 5, per il rinnovo di qualsiasi permesso di soggiorno, richiede di dimostrare la disponibilità di "mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno", senza quantificare detta soglia di sufficienza; lo stesso comma 5 disciplina la revoca del permesso di soggiorno ordinario nel caso in cui vengono a mancare i requisiti previsti per il suo rilascio, ma fa un'espressa eccezione proprio per il requisito del reddito facendo salvi i casi di temporanea perdita di lavoro e di reddito ove si richiama l'art. 22, comma 9, al posto del comma 11, per mero errore materiale come dimostra la corrispondente norma dell'art. 13 del regolamento attuativo di cui al DPR 399/1998;
- l'art. 6, comma 5, dello stesso t.u., attribuisce all'Autorità di pubblica sicurezza il potere di richiedere agli stranieri "informazioni e atti comprovanti la disponibilità di un reddito, da lavoro o da altra fonte legittima, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi nel territorio dello Stato", senza specificare quale debba essere il reddito minimo;
- il regolamento attuativo di cui al DPR n. 394/1999, all'art. 13, comma 2), precisa che "la disponibilità di un reddito, da lavoro o da altra fonte lecita, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi a carico" può essere accertata d'ufficio sulla base di una dichiarazione temporaneamente sostitutiva resa dall'interessato con la richiesta di rinnovo, escludendo espressamente i casi previsti dal comma 11 dell'art. 22 e cioè i casi in cui la temporanea perdita del posto di lavoro è disciplinata;
- quanto alle circolari ministeriali che specificano questa normativa, a parte quelle che specificano le modalità applicative del limite minimo di reddito previsto per il ricongiungimento familiare e per la richiesta della carta di soggiorno di lungo periodo in conformità alla previsione di legge, con riferimento al permesso di soggiorno per lavoro subordinato, va considerata la Circolare n. 5792 del 09 luglio 2012 del Ministero dell'Interno, concernente l'attuazione delle modifiche introdotte dall'articolo 4, comma 30, della legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha modificato ed integrato il richiamato comma 11 dell'articolo 22 del decreto legislativo n. 286/98, fissando in un anno il termine minimo per il permesso di soggiorno in attesa di occupazione, prevedendo anche che decorso il termine, "trovano applicazione i requisiti reddituali di cui all'articolo 29, comma 3, lettera b)," del citato decreto legislativo n. 286.
La circolare afferma che con tale ulteriore previsione si è voluto chiarire che l'eventuale, successivo rinnovo del permesso di soggiorno potrà aver luogo qualora il lavoratore straniero dimostri un reddito minimo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, in base ai precisi parametri indicati nella lettera b), del comma 3 dell'articolo 29.
La normativa sopra riportata deve essere tuttavia letta sistematicamente in connessione con altre disposizioni dello stesso testo unico che fanno riferimento a singole fattispecie:
- in primo luogo, proprio con riferimento alla circolare n. 5792/2012 da ultimo citata, deve osservarsi che l'art. 29, comma 3, lett. b), definisce solo i requisiti reddituali validi ai fini del ricongiungimento familiare, prevedendo che il richiedente dimostri, con riferimento al reddito complessivo del nucleo familiare convivente, un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale aumentato della metà dell'importo dell'assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere. Per il ricongiungimento di due o più figli di età inferiore agli anni quattordici ovvero per il ricongiungimento di due o più familiari titolari dello status di protezione sussidiaria è richiesto, in ogni caso, un reddito non inferiore al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale.
Contrariamente a quanto affermato dalla circolare n. 5792 deve, pertanto, necessariamente ritenersi che l'art. 22, comma 11, richiama i limiti di reddito di cui all'art. 29, comma 3, lett. b, per gli effetti dalla stessa norma previsti e cioè ai fini delle procedure di ricongiungimento familiare, e non per il rilascio o rinnovo dell'ordinario permesso di soggiorno, per il quale continua ad applicarsi la norma generale di cui all'art. 4, comma 3. Non avrebbe del resto senso prevedere una norma più stringente - rispetto al permesso ordinario - per il permesso di soggiorno per lavoro subordinato successivo alla scadenza del termine per il permesso di soggiorno in attesa di occupazione.
- l'art. 9, comma 1, ai fini della richiesta della carta di soggiorno CE di lungo periodo, è assai preciso proprio sullo stesso punto, richiedendo per la relativa richiesta di dimostrare la disponibilità di un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale e, nel caso di richiesta relativa ai familiari, di un reddito sufficiente secondo i parametri indicati nell'articolo 29, comma 3, lettera b); - il successivo comma 7 dello stesso art. 9, che disciplina dettagliatamente i casi di revoca della carta di soggiorno di lungo periodo, non prevede la revoca per il venir meno dei requisiti di carattere economico previsti per il rilascio, limitandosi a richiamare tra i requisiti per il rilascio quelli relativi alla condotta di cui al comma 4 dello stesso articolo 9.
Sempre in tema di specifici requisiti di reddito richiesti solo nel momento in cui si avanzano istanze particolarmente qualificate quale il ricongiungimento familiare, si deve osservare che non è prevista né sarebbe in alcun modo ragionevole una autonoma revoca del ricongiungimento familiare per il temporaneo venir meno degli specifici limiti di reddito di cui all'art. 29, comma 3, ferma la necessità di dimostrare in sede di rinnovo del permesso di soggiorno la capacità di sostentamento proprio e dei propri familiari.
6. - L'analisi della normativa svolta dimostra, in primo luogo, che la legge, quando intende precisare tassativi limiti di reddito, lo fa espressamente, come avviene in presenza di specifiche e qualificate finalità, quali: la richiesta di carta di soggiorno di lungo periodo, la richiesta di permesso di soggiorno di lavoro autonomo e il ricongiungimento familiare, valendo sempre negli altri casi la norma generale che richiede la disponibilità di "mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno" ovvero di "un reddito, da lavoro o da altra fonte legittima, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi nel territorio dello Stato", senza quantificare detta soglia di sufficienza.
Di conseguenza, il riferimento al parametro dell'assegno sociale non può applicarsi meccanicamente e nella stessa maniera nei casi in cui esso è espressamente previsto e dove non lo è.
Il limite minimo corrispondente all'assegno sociale, ove non è espressamente previsto dalla legge, può valere come un criterio ragionevole disponibile per fissare un reddito sufficiente al sostentamento, ma deve essere nell'applicazione temperato da altri criteri di pari ragionevolezza relativi ad altre circostanze concorrenti non disciplinate in modo specifico dalla legge.
7. - In conclusione, le norme che prevedono requisiti di reddito (anche quelle che fanno riferimento ad un preciso limite minimo) sono rivolte a regolare in modo specifico la fase di richiesta di rilascio del permesso di soggiorno e del suo rinnovo, momento in cui il requisito di reddito deve sussistere, ma non disciplinano in modo altrettanto esplicito gli effetti di trascorse temporanee carenze di reddito, ovvero di difficoltà di dimostrare la continuità di quel livello di reddito per tutto il periodo di validità del precedente permesso di soggiorno.
La valutazione di tali irregolarità resta, dunque, affidata all'Autorità amministrativa che deve verificare se esse possano rientrare nelle irregolarità sanabili (ex art. 5, comma 5, tu) dal successivo ripristino delle condizioni di reddito, ovvero nelle eccezioni espressamente contemplate attraverso il richiamo ai casi di temporanea carenza di reddito di cui all'art. 22, comma 11.
In altri termini, la conclusione raggiunta conduce alla ragionevole applicazione del necessario requisito di reddito durante il periodo di validità dei permessi di soggiorno, non spingendosi fino a prescrivere una regola di necessaria, assoluta e ininterrotta continuità di un certo livello di reddito “fisso” nella misura, come del resto può constatarsi nella comune prassi amministrativa, nella quale generalmente l'Autorità motiva la non presa in considerazione di un nuovo rapporto di lavoro, dopo un periodo di carenza di reddito, solo quando si ha ragione di credere che si tratti di un rapporto di lavoro fittizio strumentalmente predisposto al solo fine del rinnovo del permesso di soggiorno.
8. - Facendo applicazione dei richiamati principi al caso in esame, deve ritenersi che avendo il ricorrente dimostrato le opportunità lavorative sopravvenute (doc. 9 della produzione in primo grado: dichiarazione del sig. Krasniqi Arsim del 22.5.2013; doc. 4 e 5 della produzione in appello: rinnovazione d’impegno all’assunzione datata 20.12.2013 e nuova proposta di lavoro presso la ditta MATRIX s.r.l. del 23.12.2013), nonché avendo egli dimostrato la pregressa iscrizione al Centro per l’impiego di Ravenna sin dal febbraio 2012 (cessato il precedente lavoro alla fine del 2011) ed essendo stato in possesso di permesso per attesa occupazione di durata inferiore all’anno (circostanza, questa, non contestata), ad avviso del Collegio, l’Amministrazione avrebbe dovuto attribuire maggiore rilevanza al sopravvenire di una situazione che lascia presumere la potenzialità reddituale per il futuro, nonostante le temporanee carenze di reddito verificatesi in passato.
9. - In definitiva, le circostanze rappresentate dall’appellante, alla luce delle considerazioni sopra esposte, avrebbero richiesto un’adeguata e specifica valutazione da parte dell'autorità amministrativa.
La mancanza di ciò determina una carenza di motivazione e la conseguente illegittimità del provvedimento impugnato in primo grado e, a maggior ragione, dei provvedimenti di mera conferma del rifiuto, successivamente adottati, nonostante le ripetute ordinanze cautelari di questa Sezione, chiaramente dirette ad ottenere il riesame della situazione lavorativa e reddituale complessiva dell’appellante, considerate le sopravvenienze documentate.
Ne consegue la necessità di un riesame da parte della competente autorità amministrativa al fine di fondare la valutazione su elementi che riguardino la situazione attuale e le sue prospettive e non il passato, che può essere significativo solo ove da esso si possano dedurre elementi pregnanti e adeguatamente motivati di inaffidabilità sulla presente e futura capacità lavorativa e di produzione di reddito dello straniero in attuazione della "ratio" unitaria che ispira la normativa in materia come sopra definita.
10. - Conclusivamente, l’appello va accolto, ai fini di un’adeguata e specifica valutazione da parte dell'autorità amministrativa.
11. - Le spese di giudizio si compensano tra le parti, considerata la novità delle questioni affrontate.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 novembre 2014 con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Romeo, Presidente
Carlo Deodato, Consigliere
Roberto Capuzzi, Consigliere
Dante D'Alessio, Consigliere
Paola Alba Aurora Puliatti, Consigliere, Estensore

E già in precedenza

 TAR Lombardia n. 2584 del 21 novembre 2013 – domanda di rinnovo del permesso di soggiorno
per lavoro subordinato – rifiuto motivato dalla carenza del requisito reddituale – insufficienza del
quadro istruttorio assunto dall’amministrazione ai fini dell’esame della pratica – illegittimità del
rifiuto
E’ illegittimo il provvedimento, col quale è stata rifiutata la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato a causa della carenza del requisito reddituale in capo al richiedente. Il provvedimento impugnato non ha minimamente valutato l’inserimento sociale del ricorrente, il quale si trova in Italia dall’età di quattordici anni, assieme alla madre ed al fratello, avendo pertanto perduto ogni legame con il paese d’origine. Inoltre, l’amministrazione, nel procedere al doveroso riesame della posizione del ricorrente, anche con riguardo al possesso di fonti lecite di sostentamento, dovrà considerare, in aggiunta alla possibilità di tenere conto dei redditi della madre, convivente con il medesimo ricorrente, che questi, sebbene successivamente all’instaurazione del presente giudizio, ha documentato di aver costituito un rapporto di lavoro a tempo pieno ed a tempo indeterminato. Occorre, infatti, riconoscere il giusto rilievo ai fatti sopravvenuti ed alla circostanza che, in rapporto alla situazione lavorativa dell'istante, sussistano tutti i presupposti per il rilascio del citato permesso, dando rilievo alle sopravvenienze capaci di determinare l'accoglimento della pretesa del ricorrente, quali appunto la titolarità di un nuovo contratto di lavoro.

Riferimenti normativi
artt. 4, comma 3 e 5, comma 5, TU
art. 13, commi 2 e 2 bis, Regolamento


Il rinnovo del permesso di soggiorno sarebbe possibile anche in caso di lavoro autonomo

http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/pa24.php?idDoc=16470369&idDocType=3

Si devono anche considerare le condizioni di salute della persona che chiede il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, anche in casi di insufficienza di reddito.

TAR Emilia Romagna n. 749 del 20 novembre 2013 – diniego del rinnovo del permesso di
soggiorno per carenza del requisito reddituale – produzione di documentazione medica attestante
la presenza di una grave malattia – omessa considerazione del fattore esimente – illegittimità del
diniego
E’ illegittimo il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno, motivato sulla carenza del requisito
reddituale relativamente agli anni 2007 e 2008. Ora, se è vero che il requisito del possesso di un reddito minimo idoneo al sostentamento dello straniero e del suo nucleo familiare costituisce un requisito soggettivo non eludibile ai fini del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno – per attenere alla sostenibilità dell’ingresso dello straniero nella comunità nazionale in ragione del suo stabile inserimento nel contesto lavorativo e della sua capacità di contribuire allo sviluppo economico e sociale del paese ospitante – è altresì
vero che, quando interviene una patologia che impedisce temporaneamente allo straniero di svolgere una qualsiasi attività lavorativa, lo stato di necessità legato a tale evenienza determina una sostanziale sospensione del termine entro il quale va maturato il requisito di legge e impone all’Amministrazione di vagliare la posizione dello straniero alla luce di tale eccezionale situazione, da comparare con le generali condizioni di vita dell’interessato e con la concreta possibilità che lo stesso riacquisti in tempi brevi la capacità di produrre reddito per il proprio sostentamento.
Riferimenti normativi
artt. 4, comma 3, 5, comma 5 e 6, comma 5, TU
art. 13, comma 2, Regolamento






0 commenti:

Posta un commento

Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


Diritti sotto sequestro