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domenica 20 dicembre 2015

Respingimenti alla frontiera portuale, adottati dalla Questura di Palermo, e detenzione a bordo delle navi traghetto in rotta verso altri porti italiani prima del ritorno verso la Tunisia.


Si è conclusa positivamente la vicenda del respingimento di una donna tunisina,da anni legalmente residente in Italia, priva di un rene e madre di tre figli, che lo scorso 13 dicembre la Questura di Palermo voleva respingere in Tunisia, dopo averla separata dai tre figli minori, perchè nelle more del breve periodo trascorso in patria, dove si era recata con la sola ricevuta, la Questura di  Ragusa, in data 10 settembre 2015, con provvedimento "debitamente notificato all'interessato", aveva negato il rinnovo del permesso di soggiorno al marito, residente legalmente in Italia da oltre tredici anni, per la carenza del reddito necessario per una famiglia con tre figli.

Domenica scorsa, all'interno del traghetto della Grandi Navi Veloci, approdato a Palermo da Tunisi, in cui si trovavano la signora A. con i suoi figli, di ritorno dalla Tunisia per ricongiungersi con il padre, alla stessa veniva impedito di scendere, dopo l'ormeggio al porto. Alla signora veniva quindi notificato un provvedimento di avvenuto rigetto del rinnovo del permesso di soggiorno richiesto per  motivi di famiglia, con decreto emesso dalla Questura di Ragusa, per essere emersa la insufficienza di reddito del capofamiglia. Alla stessa signora veniva quindi notificato un provvedimento di respingimento alla frontiera emesso dalla polizia di frontiera marittima di Palermo, in base all'art. 10 comma 1 del T.U. 286 del 1998.
La signora veniva quindi separata forzatamente dai figli, tutti di tenera età, che venivano affidati ad un parente e ricondotti dal padre in Ragusa per ricongiungersi con quest’ultimo.
La stessa donna è così rimasta rinchiusa all'interno della stessa nave passeggeri, poi attraccata presso il porto di Termini Imerese, in attesa di ripartire per Civitavecchia il pomeriggio del 17 dicembre, per la tratta Palermo -Civitavecchia. Secondo la polizia di frontiera del porto di Palermo  la donna doveva essere oggetto di un accompagnamento coatto in Tunisia in data 20 dicembre. Durante il trattenimento forzato a bordo della nave, secondo quanto denunciato dalla stessa donna in lacrime, non le venivano somministrati farmaci, ma solo tranquillanti.

Al marito della donna, che in data 14 dicembre 2015, si recava presso la Questura di Ragusa per chiedere chiarimenti sulla sorte della moglie, veniva contestualmente notificato un provvedimento di diniego  del rinnovo permesso di soggiorno inoltrato per motivi di lavoro subordinato, per presunta mancanza di reddito, nonostante dalla attestazione retributive risultasse un reddito per l’anno 2014 di Euro 6826,68 per reddito da lavoro oltre ad una ulteriore fonte di reddito derivante da indennità di disoccupazione e assegni familiari per ulteriori Euro 4.370,71 (riferiti all’anno 2014). Evidentemente, con tre figli a carico, in base alla normativa vigente e secondo le interpretazioni fornite dalle autorità amministrative non si riteneva tale reddito congruo ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno.

Nell'adozione del provvedimento di respingimento in frontiera da parte della Questura di Palermo non si è tenuto conto della presenza di motivi di impedimento dello stesso respingimento,  come si sarebbe dovuto considerare in base all'art. 19 del Testo Unico sull'immigrazione, in particolare per la presenza di tre figli minori della donna tutti nati e cresciuti in Italia. Non sembrebbero neppure rispettate le regole stabilite dall'art. 13 del Regolamento Frontiere Schengen n.562 del 2006, che accordano comunque un diritto di ricorso effettivo avverso le misure di respingimento.


Solo l'intervento di associazioni, anche a livello nazionale, di avvocati che si accingevano a preparare immediatamente un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo, e soprattutto l'impegno delle autorità consolari tunisine, costringevano le autorità italiane a prendere atto della impossibilità del rimpatrio, sia perchè il provvedimento di diniego del permesso di soggiorno conteneva comunque una intimazione a lasciare emtro 15 giorni il territorio nazionale, sia soprattutto perchè la donna era madre di tre bambini nati in Italia e residenti con lei e con il padre a Ragusa. 

Appariva a tutti evidente, alla fine, una violazione dell'art. 8 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'Uomo, se non degli articoli 3 e 13 della stessa Convenzione, per le modalità del trattenimento prolungato a bordo della nave  con l'affido al comandante ed una totale limitazione della libertà di movimento che implicava la privazione della libertà personale. Sabato  19 dicembre la donna, una volta che la nave giungeva da Civitavecchia nel porto di Palermo, veniva fatta scendere a terra e poteva ricongiungersi con i familiari alla presenza del Console tunisino con sede a Palermo. Un respingimento "immediato" in frontiera, con "affido al comandante della nave" come altri che si erano verificati negli anni a Palermo.


Un respingimento "immediato", ma che comporta anche una vera e propria detenzione a bordo di una nave, come tanti altri che si continuano a verificare, ai danni di immigrati da tempo residenti in Italia, che partono per il proprio paese con la ricevuta di rinnovo del permesso di soggiorno, e che nelle more del loro soggiorno in patria si vedono negato il rinnovo dei documenti necessari per il reingresso nel nostro paese. Come se quella ricevuta con la quale sono partiti, titolo sostitutivo del permesso di soggiorno, diventasse all'improvviso carta straccia.

Il caso singolo non è tuttavia chiuso perchè rimane ancora aperta la questione del mancato rinnovo del permesso di soggiorno del marito della donna, per insufficienza dei requisiti reddituali, una questione che in provincia di Ragusa riguarda centinaia di migranti che sono regolarmente residenti da molti anni, in prevalenza tunisini, ai quali adesso con questi provvedimenti di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno si prospetta un ritorno forzato in patria o un futuro di irregolarità e di sfruttamento, con la ritura di legami sociali costruiti negli anni e con gravissimo pregiudizio per i figli di queste famiglie costrette ad una condizione di irregolarità. Emerge sempre più evidente il carattere discriminatorio del legame tra permesso di soggiorno e requisito reddituale, imposto dalla legge vigente, che lascia peraltro ambiti discrezionali troppo ampi.


Una questione che presto sarà oggetto di una serrata vertenza proprio in provincia di Ragusa, territorio dove ancora sono assai diffusi caporalato e grave sfruttamento lavorativo, una vertenza che riguarderà tutti i migranti residenti da anni legalmente in quella provincia nella quale spendono tutte le loro energie lavorative e nella quale fanno crescere le proprie famiglie, che adesso qualcuno pensa di allontanare o relegare ai margini della società.

Le Convenzioni internazionali che proteggono i diritti dei minori e della famiglia non sono ancora cambiate. Dalla ricerca condotta nel 2000 dall'ASGI  “DAL PERMESSO ALLA CARTA DI SOGGIORNO”. 
I nodi problematici di un percorso di integrazione

"Un atteggiamento ancora più aperto, ma pur sempre giustificato dall’interpretazione della lettera e della ratio delle disposizioni sul diritto all’unità familiare, è espressa dai dirigenti degli uffici di Catania e di Firenze. In entrambi i casi, infatti, si ammette la possibilità di deroghe alle disposizioni ordinarie, rispettivamente giustificate dalla necessità di riconoscere nella pratica di ricongiungimento il “superiore interesse del fanciullo” (art. 28, co. 3, T.U.; art. 3, co. 1, Convenzione di New York)[1], e dalla forte tutela complessivamente offerta dal Testo Unico sull’immigrazione in tema di diritto dello straniero all’unità familiare"[2].





[1]Se si tratta di bambini e non raggiungono il reddito che determina la legge non siamo fiscali, perché qualunque diniego verrebbe subito rigettato davanti a tutti i giudici” (dall’intervista alla dirigente dell’Ufficio Immigrazione della questura di Catania).
[2]Senz’altro nel Testo Unico è estremamente tutelato il principio dell’unità familiare e quindi direi che, in talune circostanze, è consentito derogare anche al normale ingresso sul territorio nazionale del cittadino con specifico visto” (dall’intervista alla dirigente dell’Ufficio Immigrazione della questura di Firenze).

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TAR Veneto n. 599 del 22 aprile 2013 – domanda di rilascio del permesso di soggiorno permanente – rigetto motivato dalla carenza reddituale – erroneità dei criteri di computo adottati dalla Questura – illegittimità del rigetto
E’ accolto il ricorso avverso il provvedimento di rigetto della domanda di rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, motivato sulla carenza reddituale. Dagli atti di causa risulta, invece, un complessivo reddito familiare pari a euro 17.581,00 sommando quanto percepito a titolo di utile di impresa dal ricorrente e dal coniuge – 10.137,00 e 7.444,00 – a fronte, tra l’altro, di un fatturato pari a 64.000,00 euro circa – sicché il provvedimento appare illegittimo, non computando esattamente i redditi dell’intero nucleo e non esplicitando compiutamente quale sarebbe il limite non soddisfatto – per esempio il numero dei componenti, genitori e tre figli minori.
Riferimenti normativi
artt. 9, comma 1 e 29, comma 3, lettera b), ultimo periodo, TU

art. 16, comma 4, lettera c), Regolamento

http://www.naga.it/tl_files/naga/documenti/Sentenze%20interessanti/2013/Sentenze%20interessanti%20N.18-2013.pdf

Occorre anche considerare lo stato di salute dei richiedenti il rinnovo del permesso di soggiorno

https://avvmichelespadaro.wordpress.com/2012/01/27/stranieri-illegittimo-diniego-rinnovo-permesso-per-reddito-inadeguato-se-non-si-considera-lo-stato-di-salute-e-il-minore-in-affido-allo-straniero/

. – Il provvedimento è anche illegittimo in quanto afferma, in ultimo tra le premesse, senza alcuna
motivazione, che “ai sensi della vigente normativa il richiedente non può essere autorizzato a permanere
ad altro titolo”, laddove il provvedimento avrebbe dovuto considerare sia gli effetti delle disposizioni a
tutela del ricongiungimento familiare richiamate ai precedenti punti 7.2. e 7.3., sia le disposizioni di cui
all’art. 22, comma 11, del medesimo Testo Unico in tema di permesso in attesa di occupazione, che non
richiede affatto una esplicita richiesta dell’interessato: innanzitutto perché la norma di cui al citato comma
11 non fa menzione di tale richiesta; ed in secondo luogo perché l’art. 5, comma 9, prevede espressamente
che, in mancanza dei requisiti per un tipo di permesso di soggiorno richiesto, l’autorità amministrativa
verifichi se sussistono i requisiti “per altro tipo di permesso da rilasciare in applicazione del presente testo
unico”.

http://briguglio.asgi.it/immigrazione-e-asilo/2015/marzo/sent-cds-1223-2015.pdf

Permesso di soggiorno – Istanza di rinnovo – Fondamento – Mancata dimostrazione del possesso di sufficienti redditi di fonte lecita – Situazione complessiva effettiva dello straniero sul piano familiare, sociale e lavorativo – Omessa valutazione – Illegittimità del diniego

E' illegittima la reiezione della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, in ragione della mancata dimostrazione del possesso di redditi di fonte lecita sufficienti al sostentamento dell'istante e idonei a comprovare il suo inserimento socio lavorativo in Italia, nell'ipotesi in cui sia omessa qualsivoglia considerazione in ordine alla situazione complessiva effettiva sul piano familiare, sociale e lavorativo dello stesso. In circostanze siffatte il provvedimento gravato è viziato da difetto di istruttoria e carenza di motivazione.

"La giurisprudenza ha ormai consolidato un orientamento secondo cui è impossibile per le questure produrre una valutazione automatica delle risorse sufficienti legata ai parametri previsti dall’importo annuo dell’assegno sociale, dovendo invece considerare la storia lavorativa pregressa dell’interessato e la prospettiva di lavoro futura.

http://www.meltingpot.org/Il-rinnovo-del-permesso-di-soggiorno.html#.VnbuL4dzOM8

28 agosto 2008

Permesso di soggiorno. La questura non può calcolare il reddito sufficiente per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno in modo automatico sulla base dell’assegno sociale.
Secondo il Tar di Bologna il parametro dell'assegno sociale può solo rappresentare un termine di raffronto utile e ragionevole in base al quale valutare il dato dell'adeguatezza reddituale.

Nonostante siano trascorsi dieci anni dall’entrata in vigore del testo unico immigrazione, e sei anni dalla Bossi/Fini, ancora non sembra ben chiaro quale debba essere il criterio per valutare la capacità economica dello straniero che chiede il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro.
Per alcune questure infatti il requisito del reddito deve essere valutato sulla base degli importi dell’assegno sociale ricorrendo al  disposto dell’art. 29 comma 3 lett. b) del T.U., che indica le soglie reddituali ai fini del ricongiungimento familiare. Per altre questure, invece, la valutazione prescinde dal riferimento matematico dell’art. 29 e viene effettuata con criteri più elastici.
Nel primo gruppo rientra la Questura di Bologna il cui orientamento, però, non è stato condiviso dal Tar dell’Emilia Romagna chiamato in causa da una cittadina cinese alla quale era stato rifiutato il rinnovo del suo permesso di soggiorno per lavoro subordinato per carenza del requisito del reddito.
Secondo il Tar, invece, non può ritenersi applicabile e vincolante il disposto di cui all’art. 29, che fa riferimento all'importo annuo dell'assegno sociale, in quanto il parametro in questione è espressamente richiamato in questa disposizione  a proposito della specifica disciplina del ricongiungimento familiare, nonché in altre puntualmente riferite a singoli istituti come è il caso dell’art.  9 comma 1 T.U., a proposito del "permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo".
Per i giudici bolognesi, poiché  non può ritenersi casuale il mancato richiamo all'assegno sociale nella disciplina del rinnovo del permesso di soggiorno, questo limite può essere utilmente individuato solo come parametro di ragionevolezza in base al quale valutare l'adeguatezza o meno del reddito percepito dallo straniero nel passato o atteso nel futuro per effetto del contratto di soggiorno in corso.
In definitiva, il parametro dell'assegno sociale, “mentre non può assumere  valenza di soglia rigida e vincolante ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, può invece senz'altro rappresentare un termine di raffronto utile e ragionevole in base al quale valutare il dato dell'adeguatezza reddituale. Ciò significa che tale valutazione, da un lato, non deve essere operata attraverso l'automatico aggancio ad un valore minimo (non raggiungendo il quale l'istanza di rinnovo sarebbe respinta), dall'altro non può risultare di per sé sola sufficiente a definire il procedimento, dovendo invece inserirsi in un "paniere" di elementi rilevanti, tra i quali in primo luogo le concrete prospettive lavorative (e dunque anche reddituali) dello straniero richiedente il rinnovo del permesso di soggiorno, ma anche la durata della sua permanenza in Italia e il grado di inserimento sociale, documentato ad esempio dal percorso lavorativo pregresso e dall'esistenza di vincoli familiari”.
(R.M.)


TAR Lazio, Sezione Seconda Quater, Sentenza del 17 gennaio 2012, n. 531

E’ illegittima la decisione del Prefetto che ha respinto il ricorso gerarchico, avverso il decreto del Questore, con cui quest’ultimo ha denegato il rinnovo del permesso di soggiorno sul presupposto della mancanza di redditi sufficienti al sostentamento. Ai sensi dell’art. 5, comma 5, secondo periodo, del D.Lgs. n. 286/1998, l’Amministrazione avrebbe dovuto anche effettuare una approfondita valutazione della situazione familiare del ricorrente, in Italia per ricongiungimento familiare dal 2003, convivente con la madre e con il fratello, il quale risulta aver regolarmente lavorato in Italia per circa un anno e aver recentemente ottenuto un lavoro regolare. Quanto, infine, alla discontinuità nella attività lavorativa in Italia ed al ritorno in patria durante alcuni periodi, dette circostanze non possono di per sé essere indicative del venir meno dei vincoli familiari in Italia in assenza di altri elementi indiziari a supporto di tale ipotesi e soprattutto in presenza di un dato che dimostra proprio il contrario intendimento del ricorrente di mantenere i legami con l’Italia, ovvero la sua recente nuova assunzione.


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

[...]

per l'annullamento

del decreto della Prefettura di Viterbo [...] con il quale è stato rigettato il ricorso avverso il decreto della Questura di Viterbo del 9.9.2010 di mancato rinnovo del permesso di soggiorno;
[...]
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue
FATTO
Con il ricorso in epigrafe, il ricorrente, cittadino dello Sri Lanka, impugna il provvedimento della Prefettura di Viterbo, [...] con il quale è stato rigettato il ricorso avverso il decreto della Questura di Viterbo del 9.9.2010 di mancato rinnovo del permesso di soggiorno.
Il decreto del Questore di Viterbo aveva rigettato la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per attesa occupazione in quanto il ricorrente risultava aver lavorato nel 2007 solo per 112 giorni e nel 2008 solo per 20 giorni, soggiornando per la gran parte del tempo fuori dal territorio nazionale. Sulla base di tali dati, il Questore aveva ritenuto che egli non fosse in grado di dimostrare la disponibilità di fonti lecite di sostentamento sufficienti.
Egli aveva quindi fatto ricorso al Prefetto della provincia di Viterbo, il quale aveva rigettato il gravame rilevando come nel periodo di validità del precedente titolo di soggiorno, scaduto in data 6.6.2010, il ricorrente aveva documentato, mediante l’attestazione dei contributi versati, di aver lavorato nel 2007 solo per 95 giorni e nel 2008 per 130 giorni, nulla risultando per il 2009. Inoltre, il Prefetto aveva rilevato che l’asserita assunzione come lavoratore domestico a far data dal 1.10.2010 non risultava comprovata dalla anteriore denuncia all’INPS, come previsto dalla normativa vigente.
Nell’atto di ricorso, il ricorrente ha rilevato di essere entrato in Italia a seguito di ricongiungimento familiare con la madre nel 2003; ha documentato di essere stato alle dipendenze della ditta srl Cxxx dall’11.9.2007 al 14.7.2008 (v. allegati al ricorso); di essere tornato al suo Paese nel 2009 a causa della mancanza di lavoro in Italia ; di essere stato quindi nuovamente assunto, con contratto stipulato in data 16.9.2010, con mansioni di domestico (v. Contratto di assunzione allegato al ricorso).
Tanto premesso, il ricorrente deduce la violazione dell’art. 5 del d.lgs. 286/98 e dell’art. 9 e 29 del citato decreto.
[...]
Il ricorso è fondato e deve essere accolto.
Come è noto, l’art. 5, comma 5 del d.lgs. 286/98 prevede che in occasione dell’esame della prima richiesta o di rinnovo del permesso di soggiorno debbano essere valutati nuovi elementi, nel frattempo sopraggiunti, che ne consentano il rilascio.
Inoltre, lo stesso articolo 5, a seguito delle modifiche introdotte col d.,lgs. n. 5 del 2007, e successivamente modificato dall'articolo 1, comma 22, lettera d), della legge 15 luglio 2009, n. 94, prevede che, qualora si tratti di uno straniero che è entrato in Italia a seguito di ricongiungimento familiare, debba anche tenersi conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato e dell'esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d'origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale.
In sostanza, la norma impone alla amministrazione di effettuare una approfondita valutazione circa l’inserimento dello straniero nel nostro Paese e la effettività dei suoi vincoli familiari, qualora egli sia entrato in Italia a seguito di ricongiungimento familiare(cfr. ex multis Consiglio Stato, sez. VI, 16 febbraio 2011 , n. 995).
Nel caso di specie, invece, il provvedimento di diniego adottato dal Prefetto di Viterbo non ha effettuato una adeguata valutazione della situazione familiare del ricorrente, in Italia per ricongiungimento familiare dal 2003, convivente con la madre e con il fratello, il quale risulta aver regolarmente lavorato in Italia per circa un anno e aver recentemente ottenuto un lavoro regolare; il Prefetto infatti si è solo limitato a verificare il numero di giornate lavorative per le quali risultano pagati i contributi previdenziali e la mancata comunicazione dell’ultimo contratto di lavoro all’INPS.
La valutazione condotta dal Prefetto di Viterbo non appare dunque completa ed esaustiva sotto questo profilo.
D’altro canto, la discontinuità nella attività lavorativa in Italia e la circostanza del ritorno in Patria durante per alcuni periodi non può di per sé essere indicativa del venir meno dei vincoli familiari in Italia in assenza di altri elementi indiziari a supporto di tale ipotesi e soprattutto in presenza di un dato che dimostra proprio il contrario intendimento del ricorrente di mantenere i legami con l’Italia,
ovvero la sua recente nuova assunzione.
A questo proposito il ricorrente ha sottolineato che la sua assunzione come lavoratore domestico era già intervenuta a far data dal 1.10.2010 da parte della signora Nxxx ed è stata poi seguita – in ottemperanza all’invito verbale da parte della questura di Viterbo - dalla stipula del contratto di soggiorno, inoltrato ai centri per l’impiego in data 1.10.2011. Tale inoltro non era stato effettuato prima perché si era in attesa del rilascio del permesso di soggiorno richiesto.
In conclusione, il ricorso deve essere accolto e il provvedimento impugnato va pertanto annullato.
[...]
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato nei sensi di cui alla motivazione.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 24 novembre 2011 [...]








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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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