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sabato 30 gennaio 2016

In Sicilia si trasformano i potenziali richiedenti asilo in "migranti economici" da respingere, costretti alla clandestinità, se non si riescono ad eseguire i rimpatri forzati. Malgrado le circolari ministeriali prassi ancora difformi ed in contrasto con la normativa.



      I vari tentativi, riscontrabili a livello europeo, di riportare le questioni dell’immigrazioni e dell’asilo alla materia dell’ordine pubblico, della sicurezza interna, e da ultimo al contrasto al terrorismo, non hanno ancora prodotto atti legislativi giuridicamente vincolanti all’interno degli stati membri dell'Unione, restando soltanto sul piano degli indirizzi politici e amministrativi rivolti ai governi nazionali. 



In Italia, dove pure si è fatto frequente riferimento all’esigenza di adottare norme e prassi conformi agli indirizzi europei, non risultano atti legislativi che, in materia di immigrazione ed asilo, abbiano sostanzialmente innovato la disciplina vigente negli anni passati, ad eccezione del decreto legislativo 142 del 18 agosto 2015, che dava attuazione ( rifusione) alle Direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE, rispettivamente in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, e di accoglienza dei richiedenti. Si diffonde intanto la tesi che la maggior parte dei migranti che arrivano in Europa, spesso per esigenze di soccorso, o in fuga dall'inferno libico, sarebbero soltanto "migranti economici", dunque non avrebbero diritto ad uno status legale di protezione.

   

A partire dal 26 settembre 2014  si è verificato un flusso continuo di circolari ministeriali, alcune note e pubblicate, altre rimaste riservate, che hanno variamente disciplinato la materia della prima accoglienza, dell’identificazione e registrazione, dell’ammissione alle procedure di asilo, del trattenimento e dei respingimenti,  per soddisfare le richieste politiche che provenivano dall’Unione Europea, soprattutto in merito alle procedure di prelievo delle impronte digitali nei cd. HOTSPOT ( definiti nelle circolari come “aree di sbarco attrezzate”), cinque dei quali in Sicilia, al fine di contenere il fenomeno, ampiamente verificato nel corso del 2014, di cittadini stranieri che, senza essere registrati e foto segnalati in Italia, raggiungevano altri paesi europei nei quali depositavano una istanza di protezione internazionale. Le prassi si sono talmente accelerate che i minimi diritti di informazione e le garanzie dei diritti fondamentali della persona migrante sono apparsi a rischio, al punto che alcune settimane fa il Ministero dell'interno ha diffuso una circolare rivolta, tra gli altri, al Capo della Polizia e dunque alle singole questure.


Pesa certamente il blocco delle operazioni di trasferimento dei richiedenti asilo verso altri paesi europei. Prima ancora che vi fosse certezza sulla reale disponibilità dei paesi dell’Unione Europea ad accettare le persone che, dopo essere entrate in Italia ed in Grecia dovevano essere ricollocate (in misura assai mutevole, ad ogni riunione del Consiglio Europeo) fino ad un tetto massimo di 40.000 persone in due anni per l’Italia, poi ampliato ma senza alcun avvio di queste operazioni, l’Italia presentava al Consiglio Europea una ROADMAP centrata proprio sull’apertura degli Hotspot in vista della possibilità successiva e del tutto eventuale di una ricollocazione dei migranti giunti a partire dal mese di aprile verso altri stati dell’Unione Europea che avessero consentito, si badi bene su base volontaria, ad accogliere tali persone.


Adesso il Ministro Alfano ribalta le carte in tavola e sostiene che il blocco dei trasferimenti di richiedenti asilo dagli Hotspot e dagli Hub italiani verso altri paesi dell'Unione Europea dipenderebbe dal mancato completamento degli Hotspot previsti nella Roadmap presentata lo scorso anno a Bruxelles dal governo italiano. Il ministro nasconde il fatto inoppugnabile che centinaia di richiedenti asilo che si erano fatti fotosegnalare subito dopo lo sbarco con la promessa della "rilocazione" sono rimasti intrappolati in Italia da oltre due mesi, senza che le promesse che erano state fatte loro fossero mantenute.

Ma quali sarebbero le basi normative per il prelievo forzato delle impronte digitali nei centri di prima accoglienza oggi camuffati da Hot Spot ? E come si trasforma lo stato di un CIE, quello di Trapani Milo, con le sue mura ed i suoi cancelli, in Hot Spot, in soli due giorni, tra Natale e Capodanno? Nessuna norma di legge prevede ancora in Italia gli Hot Spots o le procedure che si stanno svolgendo all'interno delle strutture che oggi vengono così denominate con un tratto di penna. In realtà le uniche previsioni che si possono richiamare sono quelle relative i Centri di prima accoglienza.

Secondo il D.Lgs. 142/2015, al comma 2 dell’art. 8,“le funzioni di soccorso e prima assistenza, nonché di identificazione, continuano ad essere svolte nelle strutture allestite ai sensi del decreto legge 30.10.1995, n. 451, convertito, con modificazioni, dalla legge 29.12.1995, n. 563”. 

La normativa amministrativa  in materia di prima accoglienza ed identificazione, nella carenza di indicazioni precise sullo status dei luoghi e sulla condizione giuridica dei migranti,  appare contraria al principio costituzionale della riserva di legge, sancito dall'art. 10 della Costituzione italiana, perché non fissa i diritti ed i doveri dei migranti e delle autorità di pubblica sicurezza all'interno dei centri di prima accoglienza, tra i quali oggi si inventano (meglio all'interno dei quali vanno inserite) le procedure o pratiche Hotspot.

  Le più recenti decisioni europee, comunque ancora prive di un effettivo valore vincolante, hanno insistito molto sulla relocation dall'Italia, e dalla Sicilia in particolare, verso altri paesi dell'Unione Europea che si sono dichiarati disponibili ad accogliere richiedenti asilo sbarcati nel nostro territorio, al fine dichiarato di allentare "la pressione migratoria".  Gli indirizzi indicati dalla Commissione e dal Consiglio europeo hanno comportato, da parte dell'Italia, dopo l'adozione della Roadmap, l'istituzione di sei Hotspots ( aree di sbarco attrezzate), uno in Puglia, a Taranto, e cinque in Sicilia, a Lampedusa, Augusta (Siracusa), Pozzallo (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) e Trapani per un numero complessivo (stimato) di  2100 posti. Ma queste previsioni sono rimaste soltanto sulla carta, in un clima crescente di confusione e discrezionalità amministrativa.

http://www.meltingpot.org/Ne-qui-ne-altrove-no-all-hotspot-di-Taranto.html?var_mode=calcul#.Vq0u04dzOM8


All'inizio del 2016 sono aperti in regime di Hotspot solo i centri di Lampedusa e di Trapani Milo, mentre il CSPA ,Centro di soccorso e prima accoglienza, di Pozzallo, che avrebbe dovuto essere trasformato in Hotspot, entro il 30 novembre 2015, con la presenza di un nutrito stuolo di agenti di FRONTEX e di funzionari di EASO, è rimasto sostanzialmente immutato, anche se qualcuno gli ha cambiato il nome, con il trattenimento di centinaia di persone, anche donne e minori, in una condizione di promiscuità, e privi di una qualsiasi informazione legale, come documentato da ultimo dalla denuncia dell'organizzazione Medici senza Frontiere.

Il Centro di soccorso e prima accoglienza di Pozzallo , oltre ad essere sede di un ufficio distaccato di Frontex, si caratterizza ancora per la possibilità, verificata già dallo scorso anno, concessa agli agenti consolari, di entrare e di procedere ai riconoscimento delle persone che le forze di polizia ritengono qualificabili come "migranti economici". Con il rischio di un respingimento collettivo e di un rimpatrio forzato, prima ancora che abbiano potuto formalizzare la domanda di protezione internazionale, se provengono da paesi con i quali l'Italia, o l'Unione Europea, hanno stretto accordi di riammissione che contemplano "procedure semplificate"( Marocco, Egitto, Nigeria, Tunisia).

http://www.meltingpot.org/Riconoscimento-dello-status-di-rifugiato-ad-una-cittadina.html#.Vq0v6YdzOM8

http://dirittocivilecontemporaneo.com/2014/11/la-corte-di-appello-di-catania-concede-la-protezione-sussidiaria-con-una-interessante-applicazione-della-remissione-in-termini-ex-art-153-c-p-c/

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/04/le-commissioni-territoriali-alzano.html

http://www.questionegiustizia.it/articolo/riconoscimento-dello-status-di-rifugiato-a-cittadino-nigeriano-per-ragioni-di-orientamento-sessuale_10-11-2014.php

http://dirittocivilecontemporaneo.com/category/asilo-e-protezione-internazionale/

Chi fugge dal Gambia e perchè ?

http://www.unimondo.org/Notizie/Gambia-chi-scappa-dalla-nuova-superpotenza-africana-149873

http://www.reuters.com/article/2014/11/07/us-gambia-un-rights-idUSKBN0IR1ZS20141107

Il tentativo di ridurre molti potenziali richiedenti asilo alla condizione di "migranti economici" e dunque di decretarne il "respingimento differito", se non una espulsione vera e propria, che li esclude dal curcuito di accoglienza e li consegna ad uno stato di "clandestinità di ritorno", corrisponde al fallimento delle pratiche di redistribuzione dei richiedenti asilo giunti in Sicilia. Un canale bloccato. 

In realtà la relocation dai centri siciliani verso altri paesi europei è fallita completamente e negli ultimi mesi dello scorso anno non si riuscivano a ritrasferire verso gli stati dell'Unione Europea, che si erano dichiarati disponibili, più di 200 richiedenti asilo, a fronte di diverse migliaia di persone sbarcate, appartenenti alla categoria di richiedenti asilo " in clear need of protection" una categoria priva di fondamento legale, e discriminatoria, perchè includeva solo siriani, eritrei ed irakeni, ma non afghani, somali o maliani. Per questa ragione si fa un ricorso sempre più diffuso alla categoria dei "migranti economici" o provenienti da "paesi terzi sicuri", ai quali, subito dopo lo sbarco, viene sottoposto un questionario "trappola" definito come "foglio notizie". Che serve appunto per limitare l'accesso al canale della protezione internazionale.





"Migranti economici" ai quali, solo perché, una volta barrata la casella che la motivazione del loro ingresso in Italia sarebbe costituita dalla ricerca di un lavoro, dopo la prima identificazione e quindi l'uscita dall'Hotspot, si consegna un provvedimento di respingimento differito, con l'intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale. Un provvedimento che non si sarebbe dovuto adottare senza una completa informazione individuale, e soprattutto sulla base di un questionario che nella sua articolazione grafica appare costruito per strappare una dichiarazione ovvia anche per un potenziale richiedente asilo. La volontà di lavorare nel paese di ingresso non esclude le ragioni che possono giustificare il riconoscimento di uno status di protezione, ma costituisce una risposta scontata per chiunque non si voglia condannare ad un destino di parassitismo. 

In molti di questi casi, come si è  ricavato da numerose testimonianze concordanti,  per le modalità di raccolta di questi "fogli notizie" allo sbarco manca alcuna informazione legale individuale, anche per l'assenza di quegli enti che avrebbero dovuto garantirla, e comunque non viene concessa una sola possibilità di lasciare legalmente il territorio nazionale, in assenza di documenti e mezzi economici. 



Assenza di informazione legale che in alcuni casi, come in provincia di Agrigento, è documentata anche dall'utilizzazione di formulari prestampati che nelle indicazioni delle conseguenze penali relative all'inottemperanza dell'ordine di allontanamento,  non corrispondono neppure alla normativa vigente dal 2011, facendo invece riferimento alle norme introdotte nel 2004 dopo la legge Bossi-Fini.

In una audizione del Capo Dipartimento del Ministero dell'interno dott. Morcone, davanti alla Commissione di indagine sui centri per stranieri, il 3 dicembre scorso, veniva documentato il mancato avvio dei ritrasferimenti verso altri paesi europei, ma si insisteva sulla necessità di attivare al più presto gli Hotspots richiesti dall'Unione Europea, anche per evitare l'avvio della procedura di infrazione contro l'Italia davanti alla Corte di Giustizia di Lussemburgo. Nel frattempo le persone che secondo la polizia non manifestavano la volontà di chiedere asilo in Italia, o che si rifiutavano di farsi prelevare le impronte digitali, volendo proseguire verso altri paesi europei nei quali avevano già legami familiari o sociali, rimanevano in uno stato di trattenimento prolungato, come a Lampedusa, oppure ricevevano un provvedimento di respingimento differito, come verificato in numerosi casi a Siracusa, a Catania, a Palermo, a Trapani e ad Agrigento

Dopo l’ultima circolare diffusa dal ministero dell’interno, all'inizio dell’anno, si osserva che nella provincia di Trapani, dove il vecchio CIE di Milo funziona come Hotspot dal 28 dicembre scorso, dopo gli sbarchi non si sono più verificati provvedimenti di respingimento collettivo adottato dal Questore,  e che la maggior parte dei migranti sbarcati ha potuto avere accesso alla procedura di protezione internazionale. A differenza delle province di Ragusa e di Agrigento dove le questure hanno insistito nella notifica indiscriminata dei provvedimenti di respingimento collettivo dopo una rapidissima procedura di identificazione, e quindi della qualificazione come "migrante economico". Il cd. foglio notizie compilato dopo lo sbarco è servito, nella maggior parte dei casi, a qualificare come migranti economici persone, che provenivano dal Gambia, dal Mali, dalla Nigeria, dal Burkina Faso, e da altri paesi sub sahariani dilaniati dagli attacchi terroristici, dunque persone, anche donne e minori,  che avrebbero potuto non solo presentare una istanza di protezione, come spetta a tutti i migranti senza eccezione alcuna, ma avere fondate possibilità di accoglimento della domanda. Eppure l'art. 10 della Costituzione italiana non permette alcuna distinzione sulla base della nazionalità di provenienza e riafferma la natura individuale, come vero e proprio diritto soggettivo,  del diritto di sottoporre alle competenti autorità nazionali ( oggi le Commissioni territoriali) una istanza di protezione.

Ma anche quando si riconosce il diritto di accesso alla procedura, valutazione che non dovrebbe rientrare tra le competenze della polizia di frontiera, si osserva come i tempi per la formalizzazione delle domande di protezione internazionale siano troppo lunghi e, soprattutto dopo i provvedimenti di respingimento differito, non consentano l'inserimento nel sistema nazionale di accoglienza (SPRAR) o nei centri di accoglienza straordinari (CAS) gestiti dalle prefetture. Con conseguenze sempre più gravi per le persone più vulnerabili, come le donne e i minori non accompagnati, anche perchè sembra accantonata la circolare Amato del 2007 che in caso di dubbio stabiliva la presunzione di minore età, in conformità a Convenzioni internazionali sottoscritte anche dall'Italia, che non dovrebbero essere cancellate con il ritiro di una circolare.

Gli Hub per l'accoglienza previsti  anche in Sicilia come luogo di transito temporaneo di coloro che, dopo essere arrivati negli Hotspots  manifestano la volontà di rilasciare le impronte e di chiedere asilo in altri paesi europei, dove gli stessi migranti dovrebbero compilare una richiesta di asilo sulla base di un modello C 3 "europeo", non sono ancora in funzione, al punto che l'unico Hub esistente in Sicilia risulta essere in realtà quello di Villa Sikania, a Siculiana in provincia di Agrigento, con una disponibilità di posti molto inferiore al numero delle persone temporaneamente accolte negli Hotspots, o comunque sbarcate in altri luoghi ed appartenenti, in virtù della loro nazionalità, alla categoria dei migranti in clear need of protection, sulla base dei rilievi statistici Eurostat sui tassi di accoglimento delle istanze di protezione internazionale in Europa.

Agli sbarchi nei porti , soprattutto ad Augiuta ed a Catania, si rischia un inasprimento delle procedure di prima identificazione, anche per la massiccia presenza di agenti e di interpreti di FRONTEX, coadiuvati da agenti dell'agenzia europea EASO, con forme di selezione sempre più celeri che rischiano di impedire la tempestiva individuazione dei soggetti vulnerabili, dei minori non accompagnati, delle vittime di tratta. Senza la presenza di mediatori specializzati molti minori dichiarano di essere maggiorenni, e tra questi si trovano anche vittime di tratta. 

Dagli HOTSPOT è sempre più concreto il rischio di finire dentro un CIE ( Centro di identificazione ed espulsione), e quindi di essere rimpatriati, come si sta verificando in questi ultimi mesi dal CIE di Ponte Galeria e  dal vicino aeroporto internazionale di Roma Fiumicino. Si tratta di una parte ancora modesta dei migranti che sbarcano in Sicilia, dopo essere stati soccorsi nel Canale di Sicilia, ma le pressioni europee sono fortissime, per dare maggiore effettività ai rimpatri, e le procedure seguite, nei casi esemplari che si scelgono, risultano sempre più sommarie. Se si guardano le percentuali delle persone effettivamente riaccompagnate nel paese di origine, si potrebbe osservare che la logica è quella del "colpirne dieci per educarne cento". Il rischio di un possibile rimpatrio forzato, al di là della sua effettiva realizzazione, distrugge qualsiasi prospettiva di inserimento sociale, induce alla irreperibilità, riconsegna le vittime ai trafficanti, e può creare disperazione e frustrazioni incontrollabili.






3. Alcune proposte:

Si moltiplicano i provvedimenti di respingimento,  provvedimenti illegittimi che i tribunali continuano a sospendere, ma che sono un  marchio indelebile sulla pelle di chi non ha ricevuto alcuna informazione allo sbarco. Si chiede al Ministero dell’interno il ritiro delle circolari adottate lo scorso anno ( come quella del 6 ottobre 2015) che stabiliscono prassi prive di fondamento legale per quanto concerne le modalità di trattenimento delle persone condotte o temporaneamente ristrette dalle forze di polizia all’interno degli Hot Spot o di altre similari strutture di primissima accoglienza nelle quali si realizzi comunque una limitazione della libertà personale in assenza di convalida giurisdizionale.

Le questure devono ritirare in autotutela provvedimenti di respingimento di carattere collettivo, chiaramente privi di motivazione individuale, e lesivi dei successivi diritti di accesso alla procedura di asilo ed al sistema di accoglienza.

Occorre rivedere tutto il sistema della prima accoglienza in Italia, soprattutto in quei luoghi che, già da tempo Centri si soccorso e prima accoglienza al di fuori delle regole, adesso sono stati presentati all'opinione pubblica come Hot Spot, magari "sperimentali" ma dove continuano tutte le prassi già denunciate da tempo, da singole associazioni e da grandi organizzazioni umanitarie.

Il Centro “Hotspot” di Lampedusa deve essere riconvertito al più presto in Centro di soccorso e prima accoglienza ( CSPA), con il rigoroso rispetto di quanto previsto dall’art. 22 del Regolamento di attuazione n.394 del 1999, in base al quale la permanenza in queste strutture deve essere quanto più breve possibile e nella prassi non superiore a 48-72 ore. 
Dovrà prevedersi un sistema di trasferimento rapido dei migranti soccorsi e sbarcati a Lampedusa, anche con il ricorso a mezzi aerei, come si faceva già negli anni precedenti, in modo da garantire sempre una congrua disponibilità di posti nella struttura di prima accoglienza di Contrada Imbriacola. 
Dovrà interrompersi la prassi tuttora in corso, di mantenere a tempo indeterminato in uno stato di trattenimento nel centro dell’isola, quanti subito dopo lo sbarco, rifiutano di farsi prelevare le impronte digitali. Questa prassi di polizia rischia di reiterare quelle “condizioni disumane e degradanti” all’interno del centro in perenne sovraffollamento, e quella negazione dei diritti di difesa, che, appena lo scorso settembre, hanno portato ad una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo ( caso Khlaifia).

Si ribadisce la più netta opposizione verso la militarizzazione della prima accoglienza, con le limitazioni dell’accesso alle zone portuali di sbarco, come si sta verificando da mesi nel porto di Catania. Si denuncia il ricorso all’uso della forza da parte della polizia nei confronti di chi si rifiuta di rilasciare le proprie impronte, all’esclusivo fine di non subire le conseguenze dell’iniquo Regolamento Dublino, e non certo perché vogliono delinquere in Europa.

Le associazioni umanitarie devono avere libero accesso alle zone di sbarco, anche per le necessarie attività di mediazione e di individuazione dei soggetti vulnerabili o dei minori non accompagnati, attività che le forze dell’ordine ed i pochi rappresentanti delle organizzazioni umanitarie convenzionate non riescono ad assolvere.

Per chi non ha documenti validi si può considerare il prelievo delle impronte digitali solo ai fini del sistema AFIS, senza un immediato trasferimento dei dati nel sistema Dublino-Eurodac, almeno fino a quando le procedure di ricollocamento ( relocation) non rispetteranno i tempi e gli impegni presi dagli stati europei. In ogni caso si dovrà tenere conto della volontà del richiedente asilo, e della possibilità già accordata dall'attuale Regolamento Dublino III di ricongiungimenti fino al terzo grado di parentela con familiari già residenti in altri stati dell'Unione Europea.

Il Centro di primo soccorso ed accoglienza (CSPA) di Pozzallo, oggi ridefinito Hotspot, deve essere ristrutturato, ridotto nella massima capienza consentita e aperto alle associazioni indipendenti e in tutti i centri di prima accoglienza deve cessare la prassi del trattenimento prolungato di chi resiste al prelievo forzato delle impronte digitali. Vanno sospesi i rimpatri immediati di persone che subito dopo lo sbarco non hanno avuto alcuna occasione di un accesso effettivo alla procedura di asilo, nè hanno potuto esercitare i diritti di difesa previsti dalla legge contro le misure di rimpatrio con accompagnamento forzato.

Occorre sottrarre alla discrezionalità delle forze di polizia, nell'ammissione alla procedura per il riconoscimento dello status di protezione internazionale, magari sulla base della provenienza nazionale e degli accordi di riammissione esistenti con i paesi di origine. In Italia NON è in vigore una lista di "paesi terzi sicuri", e la categoria del "migrante economico" utilizzata poche ore dopo lo sbarco costituisce un uso distorto ed illegittimo della discrezionalità amministrativa.

La prassi dei respingimenti differiti deve essere superata perché si può tradurre in respingimenti collettivi vietati dall'art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla Cedu. Va abrogato l'art. 10 comma 2 del T.U. 286 del 1998 perchè norma palesemente in contrasto, per come viene applicato, con gli articoli 3, 13 e 24 della Costituzione italiana. Altrimenti vanno sollevati ricorsi contro i provvedimenti di "respingimento differito"e in quella sede si deve arrivare ad un pronunciamento della Corte Costituzionale.

Va chiarito il ruolo delle organizzazioni già coinvolte in passato nel Progetto Praesidium, scaduto il 30 giugno 2015, soprattutto nella prima identificazione, nella individuazione dei soggetti vulnerabili, delle vittime di tortura, delle vittime di tratta e dei minori non accompagnati. Attività che sempre più spesso sono svolte dai volontari presenti agli sbarchi. Fino a quando i porti non saranno del tutto blindati. Come già è successo a Catania.

Occorre denunciare pubblicamente il fallimento dei piani di rilocazione (relocation) dall'Italia verso altri paesi europei, e sollecitare, anche per questa ragione, una modifica sostanziale del Regolamento Dublino, con il riconoscimento di un diritto di asilo "europeo"valido in tutti i paesi UE.

Vanno aperti canali umanitari, per evitare che i migranti debbano affidarsi a trafficanti senza scrupoli, che soprattutto nei mesi invernali, possono lucrare su viaggi della disperazione che si concludono in naufragi o che comportano un numero sempre più elevato di vittime per la fame ed il freddo. Va altresì garantita la possibilità di raggiungere legalmente altri paesi europei con documenti di viaggio rilasciati dalle autorità italiane. Da questo punto di vista, nei prossimi negoziati con le autorità europee, qualora si continuasse a verificare l'assenza di una reale volontà di condivisione degli oneri di accoglienza, va considerata la possibilità di adottare un decreto legislativo per la concessione del permesso di soggiorno per protezione temporanea in base all'art. 20 del T.U. 286 del 1998, come già si fece nel 2011 in occasione della cd. emergenza nordafrica.


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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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