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venerdì 8 gennaio 2016

La verità sul sistema Hot Spot – Violazioni e illegalità a Lampedusa. La denuncia delle associazioni - A Venezia protesta anche il sindacato di polizia per la mancanza di regole sul prelievo forzato delle impronte.


A Lampedusa i migranti che protestavano contro il prelievo forzato delle impronte digitali ed il trattenimento prolungato senza basi legali, sono rientrati nel centro di Contrada Imbriacola, ma la loro protesta non è rientrata. Non lasciamoli soli.

Il centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa deve essere riconvertito a centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) come prevede la legge. La modalità Hot Spot imposta dall'Europa con decisioni informali e scelte di organi amministrativi, è priva di basi legali. Occorre una decisione urgente del governo, adesso che le navi umanitarie si sono ritirate e che l'isola di Lampedusa acquista una importanza ancora maggiore che in passato per lo svolgimento delle operazioni SAR ( ricerca e salvataggio della vita umana in mare).  

http://www.bresciaoggi.it/home/italia/migranti-msf-ultima-nave-in-porto-1.4550121

Chiudere le pratiche HOT SPOT, salvare vite umane in mare e riconoscere a tutti i diritti fondamentali della persona umana e l'accesso informato alle procedure di protezione.

http://it.radiovaticana.va/news/2016/01/07/lampedusa

http://agensir.it/quotidiano/2016/1/7/lampedusa-rientrata-la-protesta-don-zerai-habeshia-al-commissario-ue-non-trattarli-come-pacchi/

.agi.it/cronaca/2016/01/07/news/proteste_per_i_migranti_a_lampedusa_sindaco_noi_ignorati

Esistono limiti precisi alla discrezionalità di polizia nello stabilire le modalità ed i tempi di prelievo delle impronte digitali ai fini del fotosegnalamento.

http://fra.europa.eu/en/publication/2015/fundamental-rights-implications-obligation-provide-fingerprints-eurodac

http://www.statewatch.org/news/2015/nov/epthinktank-eu-Fingerprinting-refugees-eurodac-regulation.pdf


Davide Camarrone      8 gennaio 2016
Hotspot di Lampedusa, la sindaca chiede al Ministero dell’interno una verifica urgente delle procedure UE
“L’isola è luogo di primo soccorso e non può perdere il proprio ruolo per un esperimento inefficace imposto dall’UE”. Queste le parole della sindaca Giusi Nicolini alla luce delle ripetute pacifiche manifestazioni dei migranti eritrei sull’isola. A Lampedusa è stato istituito il primo hotspot d’Europa, contando forse sul fatto che la struttura di Contrada Imbriacola era modello di efficienza. Adesso, proprio a Lampedusa, emergono le criticità e i limiti dell’iniziativa europea e l’acuirsi di attrito tra il sistema hotspot e la convenzione di Dublino. “Ho chiesto che il Ministero dell’interno effettui una verifica urgente dello stato di questo esperimento denominato ‘hotspot’ – spiega la sindaca - al fine di rilevare le necessarie modifiche da apportare alle procedure imposte dall’UE all’Italia”. “Ancora una volta quindi è Lampedusa il punto di sperimentazione delle politiche sui flussi migratori, e – aggiunge Giusi Nicolini – non possiamo più permetterci il lusso di gravi errori sulla pelle dei migranti e di Lampedusa che ha già pagato un caro prezzo negli anni passati”
Rientrata la protesta dei migranti eritrei che per due giorni hanno manifestato sul sagrato della chiesa San Gerlando in Lampedusa, restano i segni delle criticità che le direttive europee e l’istituzione dell’hotspot a Lampedusa hanno fin qui palesato. La sindaca di Lampedusa e Linosa aveva già rappresentato alle autorità competenti i punti deboli delle procedure. Aspetti già messi in luce dagli artefici delle ripetute proteste. “Se a protestare sono gli eritrei, che hanno diritto al ricollocamento sul territorio europeo, – aveva già dichiarato Giusi Nicolini – è evidente che qualcosa non funziona circa l’informazione che questi ricevono all’interno del centro di accoglienza”
I motivi della protesta sarebbero da imputare alle carenti informazioni circa le destinazioni stabilite dalle quote di ricollocamento, l’impossibilità per i migranti di esprimere preferenze tra i paesi di destinazione e le enormi difficoltà che questi hanno nel richiedere il ricongiungimento al familiare che dopo il soccorso è stato trasferito in una struttura diversa o che già risiede in Europa. Per i due giorni di protesta, i migranti sono stati accolti all’interno della parrocchia per ripararsi dal freddo e dalla pioggia durante la notte e volontari dell’isola hanno provveduto a non fargli mancare acqua e cibo. “Lampedusa si è ancora una volta fatta carico delle mancanze altrui – spiega la sindaca – ma la cosa più importante in questo momento è che l’hotspot pregiudica il naturale ruolo di primo porto sicuro per i migranti soccorsi nel Canale di Sicilia”. La congestione del centro di prima accoglienza impedisce infatti l’ausilio della struttura in caso di necessità prioritaria di approdo dopo il soccorso in mare.

La verità sul sistema Hot Spot – Violazioni e illegalità a Lampedusa La denuncia delle associazioni

Nelle ultime settimane sono arrivate a Palermo, ma anche a Catania e in altre città della Sicilia, decine di persone provenienti da Mali, Gambia, Pakistan, Somalia, Eritrea, Nigeria, con in mano  solo un decreto di respingimento differito che intima di lasciare il territorio italiano dalla frontiera di Roma  Fiumicino entro 7 giorni. Provengono tutte da Lampedusa, dove sono arrivate dopo essere state  intercettate in mare e portate sull’isola.
A questi migranti non è stato consentito di fare richiesta di  protezione internazionale, nonostante siano entrati in contatto con l’Alto Commissariato delle  Nazioni Unite per i Rifugiati.
Raccontano di essere stati informati della possibilità di chiedere asilo,  ma di non aver avuto modo di farlo realmente.
Raccontano di essere stati invece costretti a firmare un foglio di cui non hanno compreso il contenuto perché in una lingua a loro sconosciuta (quando  invece in calce al decreto c’è sempre assurdamente scritto che ‘l’interessato si rifiuta di firmare’ e  questo perché si tratta di moduli prodotti in serie e prestampati).
Raccontano ancora di essere stati fotosegnalati e imbarcati con altri migranti sulla nave per Porto Empedocle e, a bordo, di essere stati poi separati in gruppi sulla base di criteri ad oggi incomprensibili.
Queste persone  sono state  quindi abbandonate alla stazione di Agrigento, o in altre piccole stazioni dell’agrigentino, con il solo decreto di respingimento in tasca.
Un decreto avverso il quale gli avvocati delle reti di sostegno siciliane hanno già presentato ricorso perché del tutto illegittimo e incostituzionale.
Nel frattempo, centinaia di migranti in maggioranza eritrei sono illegalmente detenuti a Lampedusa per settimane, perché si rifiutano di farsi prendere le impronte digitali: non perché abbiano  qualcosa da nascondere, ma perché vogliono raggiungere i loro cari che si trovano in altri paesi  dell’Unione europea senza restare imbrigliati nelle maglie del Regolamento cosiddetto Dublino 3, o dell’ambigua promessa di ricollocamenti mai avviati realmente se non in pochissimi casi usati dal  governo a fini propagandistici.
L’Europa sta usando la retorica dell’accoglienza dei rifugiati per perseguire drammaticamente la  sua guerra alle migrazioni dai Sud del mondo.
Queste le prime conseguenze della messa in opera del sistema degli Hot Spot, che vede Lampedusa, ancora una volta, come luogo di sperimentazione dell’inasprimento delle politiche  migratorie e di inedite violazioni dei diritti fondamentali.
Le notizie sono quelle di formulari a risposte multiple (il cosiddetto ‘foglio notizie’) somministrati, laddove non compilati, da funzionari  non meglio identificati, sia italiani che dell’Ue, sulla base dei quali si stabilisce definitivamente chi  può chiedere asilo.
È innanzitutto il diritto di asilo a essere quindi cancellato da questo sistema: un diritto soggettivo  perfetto che può essere richiesto ovunque e da chiunque indipendentemente dalla sua origine e  provenienza nazionale. Un diritto completamente negato nel momento in cui si pensa di stabilire in  pochi giorni e solo sulla base della nazionalità chi possa accedere alle procedure di  riconoscimento della protezione, e chi invece debba essere ‘clandestinizzato’, insieme alle migliaia di richiedenti asilo diniegati, costantemente in aumento per chiare direttive governative, e sempre  più spesso destinatari di provvedimenti di espulsione notificati contestualmente al rigetto della loro  domanda di protezione arbitrariamente dichiarata ‘manifestamente infondata’.
Ed è questo il punto: dopo un tempo di caotico riassestamento delle politiche europee delle migrazioni, a fronte dei rivolgimenti epocali degli ultimi anni, la strumentale divisione tra ‘veri’ e  ‘falsi’ rifugiati è adesso usata per ‘clandestinizzare’ i profughi, tornando a rinfoltire quelle masse di  invisibili da marginalizzare e sfruttare, per poi urlare all’emergenza sociale o sanitaria di fronte alle  conseguenze di queste scelte illegittime e irresponsabili.
L’unica emergenza, visto anche il calo degli arrivi attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, e la diminuzione constante, dal 2008 ad oggi, degli ingressi dai tradizionali paesi di emigrazione, è  rappresentata, insieme alle morti alle frontiere d’Europa, dall’illegalità e dall’ingiustizia del sistema  posto in essere.
Fermo restando che le uniche politiche migratorie coerenti e razionali, oltre che giuste, sarebbero  rappresentate dall’apertura di canali di ingresso legali che sottraggano le persone ai trafficanti e  alla morte alle frontiere, permettendo loro di entrare in Europa in sicurezza, identificate e senza  doversi nascondere,
Chiediamo ora con urgenza:
– Che ogni migrante in qualunque luogo d’Italia abbia immediato ed effettivo accesso alla richiesta di protezione internazionale;
– Che vengano revocati tutti i decreti di respingimento differito fino ad oggi consegnati sulla base  del sistema hot spot lanciato a Lampedusa;
– Che il centro di Lampedusa venga immediatamente chiuso e si rinunci all’apertura di ulteriori hot spot che non hanno alcuna base giuridica se non decisioni della Commissione e del Consiglio  europeo, e che sono strutturalmente progettati sull’annullamento del diritto d’asilo e sulla  violazione dei diritti di tutti i migranti;
– Che cessino immediatamente le prassi di rilascio dei decreti di espulsione notificati ai richiedenti asilo nel momento stesso in cui la loro domanda viene dichiarata ‘manifestamente infondata’;
– Che nessuna violenza sia autorizzata nel prelievo delle impronte digitali, e il governo italiano  rivendichi invece in Europa la cancellazione del Regolamento Dublino in tutte le sue versioni;
– Che si receda immediatamente dagli accordi di riammissione coi paesi di origine e di transito,  che il più delle volte vedono Italia e Unione europea negoziare con dittatori e carnefici, e che  sono volti solamente a fornire copertura formale a pratiche di respingimento ed espulsione collettive.
Primi firmatari: Borderline Sicilia Onlus, Centro salesiano Santa Chiara di Palermo, Circolo Arci Porco Rosso di Palermo, Ciss – Cooperazione Internazionale Sud Sud, Comitato Antirazzista Cobas (Palermo), Comitato NoMuos/NoSigonella, Forum Antirazzista di Palermo, La città Felice(Ct) – Le città vicine, L’Altro Diritto Sicilia, Laici Missionari Comboniani, Palermo Senza Frontiere, Rete Antirazzista Catanese
Melting Pot Europa, Action Diritti in Movimento (Roma), Confederazione Cobas, Terre des Hommes, LasciateCIEntrare, Cidis Onlus, Collettivo Askavusa Lampedusa, Arci Sicilia, La Gatta di Pezza, MiscelArti, ADIF (Associazione Diritti e Frontiere), Emmaus Villafranca, Naga Onlus, Associazione Città Migrante (Reggio Emilia), Arci Nazionale, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Rete Antirazzista Fiorentina, Accoglienza Degna (Bologna), Sportello Migranti TPO (Bologna), Umanisti di Cremona, SEL- Sinistra Ecologia e Libertà, ParalleloPalestina (Milano), Le Mafalde – Associazione interculturale di Prato, Rete Milano Senza Frontiere, Emmaus Palermo, Campagna Miseria Ladra, Palermo, Comunità Emmaus Ferrara, Associazione Laboratorio 53, Associazione Oltre il Mare Onlus, Ora in silenzio contro la guerra (Genova)
Prime adesioni individuali: Vincenzo Viviani, Martina Tazzioli (Université Aix-Marseille), Alessandra Sciurba (L’Altro Diritto Sicilia), Luca Casarini (Presidenza Sel), Leonardo Cavaliere (Minori Stranieri Non Accompagnati), Manfred Bergmann, CADI (Comitato Antirazzista Durban Italia), Caterina Donattini, Elisa Marini, Paola La Rosa, Alessio Di Florio (Associazione Antimafie Rita Atria), Orazio Irrea (Université Paris 1 – Panthéon La Sorbonne), Diletta Moscatelli, Doriana Goracci, Costanza Dolce, Enzo Arighi, Alberto Soave, Paola Sarzo, Calogero Lo Piccolo, Vincenzo Cadoni, Letizia Palumbo (Università di Palermo), Barbara Stagno, Filippo Miraglia (Vicepresidente Arci), Walter Massa (coordinatore immigrazione Arci) , Salvo Lipari (Presidente regionale ARCI Sicilia), Serena Romano (Università di Palermo), Carmelinda Cannilla (Avvocato Diritto Immigrazione), Nicola Fratojanni (Sinistra Italiana e Coordinatore Nazionale SEL) Stefano Galieni (Responsabile nazionale immigrazione Prc), Francesca Helm (Università di Padova), Vittoria Pagliuca, Luisa Gaetti, Mariangela Calderone, Emanuela Maria Bussolati, Francesco Andreini, Oana Parvan (Goldsmiths University of London), Roberto Traverso, Erasmo Palazzotto (Sinistra Italiana – SEL – Vicepresidente Commissione Esteri), Jacopo Landi (Haiticherie onlus), Federico Oliveri (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa), Maria Romano, Luca Guzzetti (Universita’ di Genova), Antonio Bruno, Norma Bertullacelli, Edo Facchinetti
Per adesioni: forumantirazzistadipalermo@gmail.com

http://www.centroastallipalermo.it/la-verita-sul-sistema-hot-spot-violazioni-e-illegalita-a-lampedusa-la-denuncia-delle-associazioni/

Il sindacato di polizia UGL protesta a Venezia contro il prelievo forzato delle impronte digitali, ma solo  per difendere il diritto dei poliziotti a non essere indagati, e denuncia anche "associazioni dei migranti, buonisti, ecc. contro la polizia". Insomma, se ci sono magistrati e dirigenti si può anche usare la forza, basta che gli agenti non rischino di prendere denunce.

Occorre invece ripristinare lo stato di diritto, nell'interesse di tutti contro il diritto della forza che spesso sfocia nella violenza privata ed in altri reati più gravi.

Questo l'articolo de "La Nuova Venezia". Siamo avvertiti, anche i cittadini solidali che denunciano sono adesso nel mirino.

VENEZIA. «Non useremo la forza contro nessuno, se prima non ci saranno regole chiare e scritte e non interpretabili, a tutela degli operatori della polizia scientifica e dell’ufficio immigrazione. Durante le operazioni di identificazione e fotosegnalamento ci sia la presenza di un dirigente della polizia e anche del pubblico ministero di turno». A dirlo a nome del sindacato di polizia Ugl il vicesegretario nazionale, Mauro Armelao.
«Oramai tutti lo sanno che l’Europa ha bacchettato l’Italia per il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti provenienti dall’Africa. Ovvio che il nostro Ministro, dovendo correre ai ripari emana opportune direttive al fine far fotosegnalare obbligatoriamente tutti i migranti, tant’è che agli stessi profughi, viene consegnato un modulo multilingue, che li avvisa chiaramente che dovranno essere identificati e fotosegnalati», spiega Armelao.
«Fin qui sembra tutto bello, facile e tranquillo, ma quello che ha attirato la nostra attenzione è che nella parte finale dello stesso modulo si dice anche che: “In ogni caso la polizia procedera’ all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario”.Uso della forza con chi? Con un profugo che siamo andati a prendere in mare per salvargli la vita e che dobbiamo accudire per almeno un anno o più? Esistono protocolli operativi scritti in maniera chiara e non interpretabili a tutela degli operatori della Polizia Scientifica e degli Uffici Immigrazione delle Questure, chiamati rispettivamente a fotosegnalare e ad identificare i migranti? Cosa accadrebbe agli operatori della Polizia se a qualche profugo che si rifiuta di sottoporsi al fotosegnalamento, viene causata una lesione o un trauma (distorsione polso e/o dita della mano ecc) mediante l’uso della forza? Apriti cielo!!! Bisognava fare così, dovevate fare colà, dovevate parlare, trattare, discutere, ecc ecc, le parole e i consigli di chi è seduto comodamente su una sedia in un ufficio caldo e sicuro si sprecherebbero e avanti colleghi indagati e associazioni dei migranti, buonisti ecc contro la polizia. Vogliamo da subito regole chiare, protocolli operativi, norme a tutela degli operatori di polizia e oltre a tutto questo chiediamo anche che durante le operazioni di identificazione e fotosegnalamento ci sia Sempre, e non come ora a Venezia, la presenza di un Dirigente o di un funzionario delegato che assista a tutte le operazioni e ci sia anche la presenza del Pubblico Ministero di turno che possa assistere alle operazioni e che possa rendersi conto di come gli operatori di polizia siano costretti a lavorare a mani nude per sottoporre, in maniera forzosa, al fotosegnalamento magari un migrante di 20 anni alto due metri del peso di 120 kg. Secondo noi è giusto che questo “fardello” sia equamente diviso in parti uguali e con medesime responsabilità per tutti, agenti operanti, ispettori, funzionari, Dirigenti e anche Procura della Repubblica, perché sarebbe chiamata ad intervenire in caso d’arresto o denuncia di un migrante o peggio ancora, vedere denunciato un poliziotto per aver causato delle lesioni di cui si parlava prima. Altrimenti venga il Ministro dell’Interno Alfano ad insegnarci come dobbiamo comportarci con questa tipologia dì intervento. Sempre troppo facile parlare e dare ordini. La realtà dei fatti è ben altra cosa. Qui non parliamo dell’uso della forza durante una manifestazione, qui stiamo parlando di un’eventuale uso della forza, all’interno di un ufficio, per fotografare una persona che deve rimanere ferma e seduta su una sedia e deve mettere successivamente tutti i polpastrelli e i palmi delle due mani su uno scanner apposito. Vi sembra semplice? Credeteci se una persona decide di fare resistenza passiva è pressoché impossibile che nessuno si faccia male. Quindi? Il problema sta nel Regolamento di Dublino, se la politica europea cambiasse queste regole i problemi sarebbero risolti. I migranti che si rifiutano di farsi fotosegnalare in Eurodac lo fanno solamente perché non vogliono rimanere in Italia, quindi se si cambiassero le regole, questi migranti potrebbero essere sottoposti a fotosegnalamento nel paese di arrivo, esempio in Italia, ma poi lasciati andare verso il paese europeo prescelto che dovrà curare successivamente la richiesta di asilo politico. Diciamo noi ci vuole tanto? E’ inutile voler intestardirsi nel trattenere una persona, contro la sua volontà, in un paese in cui non ha nessun amico o parente. Sapete quanta minor spesa di soldi pubblici per mantenere i profughi in Italia in attesa del riconoscimento di rifugiato? Purtroppo è tutta una questione di scelte politiche, solo la politica a livello europeo può cambiare le cose....."

http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2016/01/06/news/gli-agenti-non-fotosegnaliamo-piu-i-profughi-senza-ordini-chiari-1.12729189

Anche in Francia stato di eccezione per affrontare l'emergenza migranti nel territorio di Calais.

http://france3-regions.francetvinfo.fr/nord-pas-de-calais/delocalisation-du-camp-de-migrants-de-grande-synthe-decision-lundi-897689.html

http://www.lavoixdunord.fr/region/migrants-de-calais-le-nouveau-collectif-de-riverains-de-ia33b48581n3201074

 Riceviamo dalla rete Migreurop ed inoltriamo. I cittadini solidali vengono perseguiti ovunque.

http://www.liberation.fr/france/2016/01/07/la-nuit-a-calais-les-crs-arrosent-la-jungle-de-lacrymogenes_1424987

https://www.youtube.com/watch?v=OQCP_inka-Q


Riproponiamo ancora una volta quelle che dovrebbero essere le regole da seguire nelle procedure di fotosegnalamento nel rispetto delle norme vigenti e dei principi costituzionali.

ASGI AL MINISTERO DELL’INTERNO:

Modificare subito le prassi amministrative per garantire sempre i diritti di ogni  straniero soccorso in mare e sbarcato: ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua condizione giuridica, manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, non essere respinto o espulso soltanto per la sua nazionalità, non essere trattenuto soltanto per identificazione

Documento del Consiglio direttivo del 21/10/2015
  
Dopo che il Consiglio europeo ha approvato nel settembre 2015 le decisioni sulla ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Stati dell’Unione europea, in Italia le forze di polizia e le autorità di pubblica sicurezza sembrano avere modificato le prassi circa il soccorso, l’identificazione e l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei migranti stranieri soccorsi e sbarcati.
Le nuove prassi paiono motivate anche dall’obiettivo imposto dal Ministero dell’Interno di attuare in Italia gli Hot Spot (metodi o luoghi, la cui istituzione e attività è di per sé priva di alcuna efficacia giuridicamente vincolante in Italia perché nessuna norma italiana o dell’UE li precisa) e gli impegni presi dal Governo italiano nella Italy’s road map inviata il 15 settembre alla Commissione europea per poter fruire della ricollocazione dei richiedenti asilo sbarcati in Italia (impegni privi di qualsiasi efficacia giuridica diretta nel diritto nazionale perché sono inseriti in un mero documento di lavoro riservato).
Tali nuove prassi adottate spesso comportano atti illegittimi e lesivi dei diritti di cui godono i migranti e i richiedenti asilo soccorsi in mare e sbarcati sul suolo italiano.
In particolare si segnalano molti casi di provvedimenti di respingimento adottati dai Questori nei confronti di stranieri soccorsi in mare e sbarcati sul territorio italiano, attuati prima che potessero effettivamente manifestare la loro volontà di presentare domanda di asilo. Tali provvedimenti sono stati adottati soprattutto in Sicilia e nell’ambito dei cd. “Hotspot” di recente attivazione (a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Lampedusa), che sembrano configurati come luoghi chiusi nei quali operano le forze di polizia italiane, supportate dai rappresentanti delle agenzie europee (Frontex, Europol, Eurojust ed EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), in cui gli stranieri appena sbarcati in Italia sono sottoposti a rilievi fotodattiloscopici ai fini della loro identificazione e sarebbero poi distinti e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di accoglienza per richiedenti asilo oppure sarebbero destinatari di un provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul territorio italiano senza alcuna misura di accoglienza non essendo comunque possibile alcun rimpatrio.
In proposito occorre ribadire l’esigenza di garantire sempre i diritti fondamentali degli stranieri soccorsi e sbarcati, nei cui confronti invece talvolta si adottano atti illegittimi e perciò si chiede al Ministero dell’Interno di intervenire subito per farli cessare immediatamente e per provvedere in modo generale a colmare eventuali lacune e a prevenire interpretazioni o prassi non conformi alle norme vigenti in modo da evitare discrezionalità eccessiva e il ripetersi di atti illegittimi, anche impartendo precise direttive o circolari o predisponendo norme regolamentari.


1.      Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato ha il diritto di ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua situazione giuridica e ha il diritto di manifestare in qualsiasi momento (anche quando già si trova da tempo in Italia) la volontà di presentare domanda di asilo.

A tale fine le autorità che provvedono al soccorso e allo sbarco devono con la massima cautela e comprensione (anche in rapporto alle condizioni di salute e ai traumi patiti nel viaggio e nel salvataggio) dedicare tempo per comprendere la situazione di ogni persona straniera soccorsa e la sua provenienza, la sua età, i suoi legami familiari, i motivi del viaggio verso l’Italia, la presenza di familiari in Italia o in altri Stati UE, le circostanze del viaggio e dell’eventuale naufragio.
Nel fare ciò è evidente che lo straniero deve potersi esprimere nella sua lingua e deve ricevere informazioni precise e complete sulla sua condizione giuridica nella sua lingua.
In particolare deve comprendere modi e tempi per manifestare la volontà di presentare domanda di asilo e deve comprendere tempi e modi delle procedure di presentazione della domanda in Italia, incluse le procedure di identificazione, nonché delle possibilità (o impossibilità) di presentare domanda di asilo in altri Stati dell’UE e delle possibilità di essere ricollocato come richiedente asilo in altro Stato UE.
Si ricorda che il decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo della Direttiva 2013/33/UE sull’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale e della Direttiva 2013/32/UE sulla qualifica della protezione internazionale) qualifica come richiedente asilo/protezione internazionale colui che ha “manifestato la volontà di chiedere tale protezione” (cioè prima ancora di avere verbalizzato la richiesta) e chiarisce che le misure di accoglienza si riferiscono ai “richiedenti   protezione   internazionale   nel   territorio nazionale, comprese le frontiere e  le  relative  zone  di  transito, nonché le acque territoriali, e dei  loro  familiari  inclusi  nella domanda di protezione internazionale” (art. 1, comma 1) e che le misure di accoglienza “si applicano  dal momento della manifestazione della volontà” (art.1, comma 2).
In proposito si ricorda che le navi italiane in mare aperto sono comunque considerate territorio italiano dall’art. 4 del codice della navigazione, sicché di queste misure la persona deve potere fruire fin dal suo soccorso a bordo delle navi.
Nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione, lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, alla quale consegue il diritto ad avere tutte le informazioni sull’accoglienza e sulla possibilità di contattare le organizzazioni umanitarie, anche ai centri alle frontiere (come prescrive l’art. 10-bis d.lgs. n. 25/2008, introdotto dal d.lgs. n. 142/2015).
Nessuno sa, dunque, se lo straniero abbia potuto effettivamente manifestare la volontà di chiedere la protezione internazionale, in quanto non vi è alcun controllo né sulle navi, né negli uffici di polizia, né nei centri di accoglienza.



2. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato in Italia e sprovvisto di titoli per il soggiorno non può essere respinto od espulso senza una valutazione completa della situazione della persona o soltanto perché le autorità di pubblica sicurezza presumono che la sua nazionalità o lo Stato di provenienza non abbia alcuna rilevanza ai fini di un’ipotetica domanda di asilo o sulla base di accordi bilaterali conclusi in forma semplificata con gli Stati di origine

Non è possibile comprendere quali siano i criteri in base ai quali ogni straniero soccorso e sbarcato è poi distinto tra richiedente asilo o migrante economico e a tal fine non può essere sufficiente neppure ciò che dice lo straniero stesso senza un accertamento approfondito della sua situazione.
Anche  la Cassazione ha ribadito il dovere della Pubblica amministrazione di informare tutti i cittadini stranieri al loro arrivo della possibilità e del significato di avanzare una domanda di protezione internazionale ed anzi ha espressamente affermato il principio secondo cui “qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per favorire l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento” (Cass., sez. VI civ., ord. 5926 del 25.03.2015).
Infatti i provvedimenti di respingimento disposti dai Questori sono motivati in modo assai sommario senza alcuna descrizione precisa e individualizzata della situazione dell’interessato che potrebbe essere comunque inespellibile a seguito di altre circostanze che le autorità devono rilevare d’ufficio anche a prescindere da una sua manifestazione di volontà di presentare domanda di asilo, perché p.es. nel suo Paese sarebbe oggetto di persecuzione (divieto di espulsione o respingimento previsto dall’art. 19, comma 1 del d. lgs. n. 286/1998) o di violenze o di conflitti o di torture o di trattamenti inumani o degradanti (divieto imposto ad ogni Stato dall’art. 3 CEDU).
In ogni caso una persona che entri irregolarmente nel territorio dello Stato, ma che manifesta la volontà di presentare domanda di asilo in via generale non può mai essere destinatario di un provvedimento di respingimento (art. 10, comma 4, e art. 19, comma 1 d. lgs. n. 286/1998).
Inoltre allorché una persona manifesti volontà di presentare domanda di asilo dopo che ha già ricevuto un provvedimento di respingimento ha comunque diritto di restare sul territorio dello Stato fino alla decisione definitiva sulla sua domanda (art. 7 d. lgs. n. 25/2008) e il Questore deve comunque revocare il provvedimento che in base all’art. 10, comma 4 d. lgs. n. 286/1998 cessa di avere efficacia in caso di applicazione delle norme sul diritto di asilo; in tali ipotesi va altresì revocato, perché privo di ogni base giuridica anche l’ordine di lasciare il territorio nazionale impartito dal questore ai sensi dell’art. 14, comma 5-bis d. lgs. n. 286/1998 e dunque in tali casi non si può neppure disporre il trattenimento di questo straniero per il solo fatto che non ha ottemperato a tale ordine.
Peraltro, ogni provvedimento di respingimento deve ritenersi comunque nullo allorché lo straniero sia stato ammesso nel territorio dello Stato per necessità di pubblico soccorso quando è stato soccorso in acque internazionali ed è giunto in Italia soltanto perché trasportato in Italia da una nave che l'ha soccorso in virtù degli obblighi previsti dal diritto internazionale del mare.
In ogni caso, le persone salvate e sbarcate che sono oggetto di respingimento (ma ciò avviene anche in diversi aeroporti e porti italiani) sono stranieri che avrebbero dichiarato di essere migranti economici e che perciò consapevolmente dichiaravano di non volere protezione e di essere quindi migranti economici.
Tuttavia più probabilmente si è trattato di casi di fraintendimento derivante dal fatto che taluni stranieri sono analfabeti o non comprendono bene la lingua con cui si parla loro o i moduli che sono loro forniti, il che è stato verosimilmente favorito dalle forze di polizia, che (tra l'altro) in questi giorni hanno apprestato un formulario da sottoporre ai richiedenti al loro arrivo, strutturato in forma di risposta multipla relativa alle ragioni per le quali si è deciso di venire in Italia, in cui compaiono diverse possibili risposte legate a motivazioni economiche, ma non l'intenzione di richiedere protezione internazionale. Al contempo, è noto come nel corso dell'ultimo anno moltissimi cittadini egiziani e tunisini sbarcati in Sicilia siano stati rimpatriati forzatamente nell'immediatezza del loro arrivo, subito dopo una intervista condotta tramite un mediatore delle forze dell'ordine dalla quale emergeva che l'interessato non voleva avanzare domanda di protezione internazionale ma era giunto in Italia per ragioni esclusivamente economiche. L'intervista era condotta senza la presenza di un avvocato o di un organo di garanzia. Appare poco plausibile che nessuno di questi stranieri avesse voluto presentare la domanda di protezione internazionale, mentre è ragionevole supporre che le forze di polizia abbiano indotto lo straniero ad essere frainteso.
In definitiva, nessuna norma attribuisce alle forze di polizia la facoltà di distinguere tra richiedenti asilo (inespellibili) e migranti economici irregolari (espellibili), sicché i fatti che si ripetono con costanza in questi giorni sono realisticamente da imputare a una prassi illegittima delle forze dell'ordine contraria alla normativa italiana ed europea e configurante verosimilmente un comportamento illecito.  
Occorre dunque cambiare fin da subito questa prassi, modificare i formulari di pre-identificazione prevedendo espressamente anche la richiesta di asilo e di protezione internazionale ed anzi fare in modo che in tutti i valichi di frontiera e nei luoghi preposti alla raccolta delle domande di asilo e/o all'identificazione degli stranieri giunti irregolarmente sia comunque previsto in modo chiaro e riconoscibile (anche scritto in varie lingue conoscibili agli stranieri) un canale o uno sportello che consenta sempre la presentazione delle domande di asilo.
In ogni caso è forte il dubbio che la selezione tra richiedenti asilo e “migranti economici” avvenga sulla base di affermazioni fatte nell’immediatezza del soccorso dagli stranieri che spesso si trovano in situazione di disorientamento o di impaurimento e che non sono completamente informati delle conseguenze delle loro affermazioni oppure sulla base della nazionalità dichiarata dagli stranieri sbarcati o meramente supposta, il che però viola sia il diritto d’asilo (che consente a chiunque di avere accesso alla procedura per l’esame della propria domanda da parte della competente autorità, cioè in Italia le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale), sia il divieto di espulsioni o respingimenti collettivi, previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti umani, reso esecutivo in Italia con d.p.r. 14 aprile 1982, n. 217, la cui violazione da parte dell’Italia è già stata accertata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’ha condannata perché sulle navi o nei centri di primo soccorso e accoglienza il respingimento è stato disposto senza alcuna forma di esame individuale di ogni straniero o da parte di personale impreparato per effettuare delle interviste a ciascuno e senza che i respinti abbiano avuto a disposizione degli interpreti o dei consulenti legali e ciò per la Corte è sufficiente per affermare l’assoluta assenza di garanzie sufficienti per valutare realmente ed individualmente la situazione dei migranti presi a bordo o soccorsi a terra. (si vedano le sentenze della Cedu 21.10.2014, caso 16643/09 Sharifi e altri contro Italia e Grecia, caso 27765/09 23.02.2012 Hirsi Jamaa ed altri c. Italia).
In particolare, la Corte, proprio a proposito di respingimenti disposti dal Questore nei confronti di stranieri (tunisini) soccorsi e ospitati in un centro di primo soccorso e accoglienza, ha affermato che il divieto di espulsioni collettive è violato ogniqualvolta decreti di respingimento siano disposti nei confronti di stranieri della medesima nazionalità che si trovino in analoghe circostanze e non contengano alcun riferimento alla situazione personale degli interessati ovvero non  si possa provare che i colloqui individuali sulla situazione specifica di ogni straniero si siano svolti prima dell'adozione di questi decreti, ovvero allorché gli accordi bilaterali con i loro Stati di provenienza non sono stati resi pubblici e prevedano il rimpatrio dei migranti irregolari tramite procedure semplificate, sulla base della semplice identificazione della persona interessata da parte delle autorità consolari (si veda la sentenza della CEDU 1.09.2015 Khlaifia e altri c. Italia nella causa n. 16483/12).
In proposito è inquietante che nel documento Italy’s Roadmap si affermi che il Ministero dell’Interno sta cercando di stipulare Accordi veloci con alcuni paesi per agevolare i rimpatri forzati; tra essi vi sono Paesi dai quali provengono gran parte dei richiedenti asilo in Italia (Gambia, Costa d’Avorio, Pakistan, Bangladesh) e che hanno diritto di accesso alla procedura per l’esame della domanda ed eventualmente a rivolgersi all’Autorità giudiziaria in caso di esito negativo.
Si tratta, in ogni caso, di accordi che comportano atti di natura politica (trattandosi spesso di accordi con regimi non democratici) o che incidono su materia coperta da riserva di legge e perciò devono essere comunque sottoposti a legge di autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere ai sensi dell’art. 80 Cost., in mancanza della quale la loro applicazione è del tutto illegittima.


3. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato può essere sottoposto ad identificazione soltanto nei casi, nei modi e nei termini previsti dalle norme UE e dalle norme italiane, ma in  generale non può essere sottoposto a misure coercitive per i rilievi fotodattiloscopici, né può essere trattenuto con misure coercitive al solo fine di essere identificato

Il regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (entrato in vigore il 20 luglio 2015) istituisce il sistema EURODAC e prescrive di effettuare i rilievi fotodattiloscopici nei confronti di stranieri di età non inferiore a 14 anni che abbiano presentato domanda di protezione internazionale  (art. 9), o che siano fermati dalle competenti autorità di controllo in relazione all'attraversamento irregolare via terra, mare o aria della frontiera in provenienza da un paese terzo e che non siano stati respinti, o che rimangano fisicamente nel territorio e che non siano in stato di custodia, reclusione o trattenimento per tutto il periodo che va dal fermo all'allontanamento sulla base di una decisione di respingimento (art. 14) e in entrambi i casi i rilevamenti devono essere effettuati quanto prima e devono essere trasmessi al sistema centrale EURODAC entro 72 ore.
In presenza di tali obblighi  identificativi da parte delle autorità la legislazione italiana consente agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza al più di accompagnare gli stranieri per l’identificazione (art. 4 testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, art. 6, comma 4 d. lgs. n. 286/1998) e in particolare l’identificazione del richiedente asilo può essere effettuata presso luoghi aperti e non già presso luoghi “chiusi”, cioè deve avvenire presso i centri di primo soccorso e accoglienza (art. 8, comma 2 d. lgs. n. 142/2015) o presso i centri governativi di prima accoglienza (art. 9 d. lgs. n. 142/2015)  o presso le questure (art. 11, comma 4 d. lgs. n. 142/2015), salve le ipotesi di richiedente asilo che sia trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione.
Infatti, i rilievi fotodattiloscopici non possono avvenire con misure limitative della libertà personale fuori delle ipotesi previste dalla legge di trattenimento in un centro di identificazione e di espulsione disposto nei confronti di straniero già espulso (art. 14 d. lgs. n. 286/1998), o nei confronti di richiedenti asilo che abbiano presentato la domanda di asilo quando erano già destinatari di provvedimenti di espulsione o sottoposti a provvedimento di trattenimento (cioè che chiedano asilo dopo quei provvedimenti), o che siano ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica (avendo subito condanne per determinati reati) o se pericolosi socialmente o sospetti terroristi, o nel caso di rischio di fuga (se il richiedente asilo ha, precedentemente alla domanda di asilo, fornito sistematicamente false generalità al solo scopo di impedire l’esecuzione o l’adozione del provvedimento di espulsione) (art. 6 d. lgs. n. 142/2015).
Al di fuori di quelle ipotesi, dunque, non è legittimo alcun trattenimento dei richiedenti asilo.
Anche il regolamento UE che istituisce EURODAC ingiunge di effettuare i rilievi quanto prima, mentre il termine di 72 ore riguarda soltanto la trasmissione dei rilievi già fatti agli organismi europei e non autorizza di per sé alcuna forma di trattenimento.
Inoltre ogni eventuale imposizione al richiedente asilo a non lasciare un determinato luogo o a soggiornare in un altro determinato luogo può derivare soltanto dagli obblighi di permanenza notturna nei centri governativi di accoglienza (art. 10 d. lgs. n. 142/2015), mentre in tutti gli altri casi altri vincoli non sono previsti e al singolo richiedente asilo non trattenuto in un CIE può essere al più soltanto imposto l’obbligo di un determinato luogo di residenza o di una area geografica in cui circolare, ma tali eventuali restrizioni devono essere prescritte volta per volta dal Prefetto del luogo in cui la domanda è stata presentata o in cui si trova il centro con atto scritto e motivato e comunicato ad ogni richiedente asilo (art. 5, comma 4, d. lgs. n. 142/2015).
Perciò, qualsiasi altra forma di privazione della libertà in questa fase è da considerarsi illegittima per violazione dell’art. 13 Cost. (probabilmente configurando un reato di sequestro di persona)  al di fuori delle ipotesi di accompagnamento presso gli uffici di polizia previsti per tutti coloro (italiani o stranieri) che rifiutino di farsi identificare (art. 11 d.l. 21.03.1978, n. 59, conv. in legge n. 191/1978) e al di fuori del fermo identificativo previste per tutti i cittadini (anche italiani), ipotesi nelle quali l’accompagnamento e il fermo sono da effettuarsi sotto il controllo costante della magistratura penale e con la possibile partecipazione di un difensore e comunque per un periodo non superiore alle 24 ore. Non sono previste, in altre termini, nuove forme di detenzione o di trattenimento. Conseguentemente, sono da ritenersi illegittime le pratiche occasionalmente utilizzate nel centro di Pozzallo nel recente passato (e testimoniate da importanti organizzazioni no profit)  e soprattutto sono illegittime le intenzioni del Governo italiano che nella RoadMap ha assicurato alle istituzioni europee che in questi centri di primo soccorso i cittadini stranieri saranno privati della loro libertà fino al momento della identificazione.
La normativa italiana non consente in alcun modo di utilizzare la forza per vincere la resistenza passiva dei cittadini stranieri che si rifiutano di farsi identificare. L'Asgi ha già avuto modo di stilare un documento in cui dettagliatamente si evidenzia l'impossibilità da parte delle forze dell'ordine di fare uso della forza per costringere i cittadini stranieri a sottoporsi al rilevamento delle impronte. I comportamenti contrari a tale divieto assumono un rilievo penale (maltrattamenti, lesioni o altro).

Pertanto si chiede che il Ministero dell’Interno provveda immediatamente e nelle apposite linee guida sui centri di accoglienza per richiedenti asilo chiarisca la natura giuridica degli hotspot, fermo in ogni caso il rispetto del diritto di asilo garantito dall’art. 10, comma 3 Cost. e delle riserve assolute di legge e delle riserve di giurisdizione per le misure restrittive della libertà personale previste dall’art. 13 Cost., e che negli “hotspot” sia consentita una immediata e completa informazione circa il diritto di chiedere la protezione internazionale, senza che in essi avvenga alcuna forma di artificiosa selezione tra richiedenti asilo e migranti economici senza discriminazioni basate su criteri vietati dalla legge e consentendo che in tali strutture sia sempre garantita la presenza dell’UNHCR e delle associazioni umanitarie.










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Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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