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martedì 5 gennaio 2016

Lampedusa, Trapani, Pozzallo. Le procedure da Hot Spot rimangono prive di basi legali e diventano discrezionalità di polizia. Confinati nel limbo o respinti nell'irregolarità. Il trattenimento amministrativo utilizzato per il prelievo forzato delle impronte.


Lampedusa oggi, "hot spot" a cielo aperto. Dal centro di Contrada Imbriacola si entra e si esce. Si arriva persino a protestare al porto, o davanti alla chiesa, ma nessuno fugge dall'isola. E chi si avvicina ai migranti rischia. Le istituzioni però non portano neppure cibo ed acqua, li vogliono prendere per fame e per sete, come stanno attendendo che crollino per strada sotto la pioggia battente, oppure al confino nel centro di Contrada Imbriacola, fino a quando non si faranno prendere le impronte digitali, la condanna a restare per sempre in Italia, mentre la meta del loro viaggio e i loro amici e parenti sono tutti in nordeuropa.
Questo è il non-senso dell'Hot Spot di Lampedusa. Una condizione speciale, per le persone, migranti ed italiani, e per l'intero territorio, una situazione che si replica nel tempo, come nel 2011, quando tutta l'isola fu trasformata in un immenso Hot Spot. 


foto di Mariangela Orlando.

Mariangela Orlando ha aggiunto 2 nuove foto.
Sto pensando seriamente che e' un abuso di potere invitarmi a lasciare il suolo pubblico di una piazza sui gradini di una Chiesa, mentre io mi chino sorridendo ...ad un ragazzo con un cartello in mano. E' una folla muta e composta di ragazzi richiedenti asilo.
Mi chiedo che Stato e' questo in cui forze di Polizia non in divisa, non identificabili come tali, senza nome e cognome, invitano una cittadina a dichiarare le proprie generalita' solo perché sorride ad un rifugiato. Mi chiedo che Stato e' questo e verso cosa stiamo andando, mentre un altro agente di Polizia schernendoli dice che sono stati aiutati da qualcuno a scrivere "questi cazzo di cartelli"...
Questo e' solo un piccolo istante di ordinaria follia.. da Lampedusa...


http://siciliamigranti.blogspot.it/2016/01/una-sera-in-piazza-lampedusa.html

Altre foto da Lampedusa, da un post di Annalisa D'ancona


https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1008703772506696&set=pcb.1008703825840024&type=3&theater

Eritrei  ed altri migranti di varia nazionalità, sono confinati da oltre un mese a Lampedusa perché si rifiutano di rilasciare le impronte digitali. Le promesse di trasferimento in altri paesi sono state smentite dei fatti. Il Regolamento Dublino continua a produrre ingiustizie,  e la sua applicazione appare di fatto preclusa anche quando dovrebbe funzionare, come quando si hanno già parenti entro il terzo grado regolarmente soggiornanti in altri  stati Ue. I paesi nordici ripristinano i controlli di frontiera e chiudono a nuovi richiedenti asilo. Verso la fine dello spazio Schengen di libera circolazione. 



Il prelievo delle impronte digitali, ai fini del fotosegnalamento per il sistema EURODAC, non può essere estorto con il ricorso all'uso della forza, come prevedeva la circolare del ministero dell'interno del 26 settembre 2014, e neppure con il prolungamento del trattenimento amministrativo, come avviene periodicamente nell'isola di Lampedusa o a Pozzallo. Si tratta di una forma di violenza morale inaccettabile, di una prassi di polizia del tutto priva di basi legali, tanto che, a livello europeo, si discute da mesi su quale possa essere la base legale per l'uso della detenzione amministrativa al fine di prelevare le impronte digitali. L'art. 13 della Costituzione italiana vieta la violenza fisica o morale, che dunque vengono equiparate, ai danni di persone sottoposte a limitazioni della libertà personale da parte della polizia. E la vieta anche la Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'Uomo.

Ma quali sarebbero le basi normative per il prelievo forzato delle impronte digitali nei centri di prima accoglienza oggi camuffati da Hot Spot ? E come si trasforma lo stato di un CIE, quello di Trapani Milo, con le sue mura ed i suoi cancelli, in Hot Spot, in soli due giorni? Nessuna norma di legge prevede ancora in Italia gli Hot Spots o le procedure che si stanno svolgendo all'interno delle strutture che oggi vengono così denominate con un tratto di penna. In realtà le uniche previsioni che si possono richiamare sono quelle relative i Centri di prima accoglienza.

 Secondo il D.Lgs. 142/2015, al comma 2 dell’art. 8,“le funzioni di soccorso e prima assistenza, nonché di identificazione, continuano ad essere svolte nelle strutture allestite ai sensi del decreto legge 30.10.1995, n. 451, convertito, con modificazioni, dalla legge 29.12.1995, n. 563”. 

Si tratta di una vecchia legge del 1995, la cd. legge Puglia, che prevedeva centri di prima accoglienza CPA  istituiti in vista del successivo rimpatrio nei paesi di origine ( allora prevalentemente i paesi balcanici e l'Albania). Centri nei quali negli anni si sono verificate numerose violazioni dei diritti fondamentali e della dignità dei migranti che ci sono stati rinchiusi. Da ultimo le prassi amministrative condannate dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo, con la sentenza del primo settembre 2015,  proprio per abusi verificatisi nel Centro di soccorso e prima accoglienza di Contrada Imbriacola a Lampedusa, in un contesto che oggi rischia di ripetersi, con l'aggiunta dei funzionari europei di FRONTEX e di EASO:

Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 1° settembre 2015 - Ricorso n. 16483/12 - Causa Khlaifia e altri c. Italia


La normativa in materia di prima accoglienza ed identificazione, nella carenza di indicazioni precise sullo status dei luoghi e sulla condizione giuridica dei migranti,  appare contraria al principio costituzionale della riserva di legge, sancito dall'art. 10 della Costituzione italiana, perché non fissa i diritti ed i doveri dei migranti e delle autorità di pubblica sicurezza all'interno dei centri di prima accoglienza, tra i quali oggi si inventano (meglio all'interno dei quali vanno inserite le procedure da) Hot Spots.

Anche quando si accetta il prelievo delle impronte digitali le prospettive non sono più roseee. E' sostanzialmente fallita la Roadmap che il nostro governo aveva pomposamente lanciato alcuni mesi fa per dimostrare di accogliere gli indirizzi della Commissione e del Consiglio europeo, del tutto privi peraltro di efficacia normativa vincolante perchè mai tradotti in Regolamenti o in Direttive.

In base alla circolare del 6 ottobre 2015, “la procedura di relocation è stata concepita dall’Unione europea al fine di alleviare la pressione migratoria sul territorio italiano e presuppone, tra l’altro, la presentazione, da parte dell’Italia, di una Roadmap, nonché l’istituzione di specifici hotspots (aree di sbarco attrezzate), dove assicurare le operazioni di soccorso, prima assistenza, registrazione e fotosegnalamento di tutti i migranti, “lItalia ha messo in atto il nuovo approccio "hotspot". Essenzialmente questo è stato fatto attraverso un piano volto a canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati dove vengono effettuate tutte le procedure previste come lo screening sanitario, la pre-identificazione, la registrazione, il foto-segnalamento e i rilievi dattiloscopici degli stranieri”. 


Secondo la Roadmap, “tutte le persone saranno fotosegnalate come CAT 2 (ingresso irregolare), … mentre saranno fotosegnalati come CAT 1 (richiedenti asilo) coloro che manifestano la volontà di richiedere la protezione internazionale e successivamente formalizzeranno la propria intenzione compilando il modello C3 nelle strutture per richiedenti asilo (cd. regional hubs)”

http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2015/11/Roadmap-2015.pdf

http://www.asgi.it/notizia/hotspot-il-tavolo-nazionale-asilo-chiede-incontrare-il-ministro-dellinterno/

http://www.a-dif.org/2015/12/16/il-fallimento-della-road-map-italiana/

http://www.a-dif.org/2015/11/21/viminale-una-road-map-senza-futuro/

Ma di "Hubs", centri di smistamento per richiedenti asilo, in Sicilia ne esiste soltanto uno, in provincia di Agrigento, ed è un vecchio Centro di accoglienza straordinaria, a Siculiana, una struttura che si sarebbe dovuto chiudere da tempo. E gli Hot Spots invece sarebbero già tre ( a Lampedusa, Trapani e Pozzallo). Intanto ad Agrigento funziona a pieno regime la fabbrica dei respingimenti differiti, quindi della irregolarità.

http://www.agrigentonotizie.it/cronaca/video-la-notte-all-addiaccio-dei-migranti-respinti-ad-agrigento.html


La polizia dovrebbe informare le persone prima di operare una qualsiasi selezione, e la rapidità della consegna dei provvedimenti di respingimento conferma che è stata negata qualsiasi informazione, come si è verificato a Palermo ed a Trapani ancora in questi ultimi giorni ( sbarco del 28 dicembre). le conseguenze a Trapani sono state evidenti. Persone abbandonate all'addiaccio dopo la notifica del decreto di respingimento"con accompagnamento alla frontiera" (?) e poi ricondotte nell'Hot Spot di Trapani Milo, un vecchio CIE, con al garanzia che avrebbero avuto accesso alla procedura di protezione internazionale ed un posto nel sistema di accoglienza. 

http://www.interno.gov.it/it/notizie/trapani-e-attivo-lhotspot-i-migranti

http://www.cir-onlus.org/it/comunicazione/news-cir/45-ultime-news-2/1941-migranti-attivato-a-trapani-il-2-hotspot-in-italia

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/01/04/trapani-respingimento-differito-per-196-richiedenti-asilo-poi-il-dietrofront-delle-istituzioni/460165/

Ma dopo il provvedimento di respingimento, se non verrà sospeso da un tribunale ordinario, potrebbe esserci una procedura abbreviata, un diniego sommario, magari solo sulla scorta della provenienza nazionale, come si sta rilevando in molte commissioni territoriali, e quindi, in assenza di ricorso, un provvedimento di espulsione. Intanto ogni questura applica le circolari sugli Hot Spot a discrezione, soprattutto della diversa natura dei luoghi ( ex CIE a Trapani Milo, CSPA a Pozzallo e Lampedusa), con la situazione abnorme di Trapani dove all'interno dell'Hot Spot di Milo dovrebbe continuare a lavorare, come in passato, la Commissione territoriale. 
Nel Cspa di Pozzallo per le identificazioni entrano anche gli agenti consolari dei paesi che collaborano con l'Italia per le politiche di riammissione, con interpreti al seguito. L'Italia collabora anche con paesi dai quali i migranti fuggono per chiedere asilo, e poi come possono fidarsi gli stessi migranti a rilasciare le impronte alla polizia italiana ?

http://www.a-dif.org/2016/01/05/soldi-alle-polizie-europee-che-perseguitano-i-profughi-eritrei/

La situazione dell'Hot Spot di Pozzallo è fin troppo nota, e sulla situazione all'interno della struttura regna una omertà assoluta, dopo la circostanziata denuncia con la quale Medici Senza frontiere ha deciso di interrompere tutte le attività prestate da anni all'interno di quella struttura.

http://archivio.medicisenzafrontiere.it/pdf/Rapporto_CPI_CPSA_Pozzallo_final.pdf

Alcune proposte

Questo l'inferno dal quale fuggono i migranti che arrivano dalla Libia. Date le attuali condizioni del paese di dovrebbe ruconoscere a tutti loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari, in base all'art. 20 del T.U. 286 del 1998, come si fece nel 2011 nel corso della cd. emergenza Nord-Africa

http://www.globalresearch.ca/hillarys-dirty-war-in-libya-new-emails-reveal-propaganda-executions-coveting-libyan-oil-and-gold/5499358

Occorre un intervento normativo urgente a livello nazionale che stabilisca il rispetto delle garanzie procedurali sancite dalle Direttive dell'Unione Europea e dai decreti legislativi di attuazione in favore dei potenziali richiedenti asilo. vanno  ritirate tutte le più recenti circolari del ministero dell'interno, che risultano in violazione di legge e di norme di rango superiore, come le Convenzioni internazionali o i Regolamenti europei. A partire dai diritti di informazione legale ( negata) sulla condizione giuridica dei migranti soccorsi in mare e sbarcati nei porti italiani.

Occorre soprattutto sottrarre alla discrezionalità delle forze di polizia, nell'ammissione alla procedura per il riconoscimento dello status di protezione internazionale.magari sulla base della provenienza nazionale e degli accordi di riammissione esistenti con i paesi di origine. In Italia NON è in vigore una lista di "paesi terzi sicuri", e la categoria del "migrante economico" utilizzata poche ore dopo lo sbarco costituisce un uso distorto ed illegittimo della discrezionalità amministrativa.

La prassi dei respingimenti differiti deve essere contrastata perché si può tradurre in respingimenti collettivi vietati dall'art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla Cedu. Va abrogato l'art. 10 comma 2 del T.U. 286 del 1998 perchè norma palesemente in contrasto, per come viene applicato, con gli articoli 3, 13 e 24 della Costituzione italiana. Altrimenti vanno sollevati ricorsi a raffica contro i provvedimenti di respingimento e in quella sede si deve arrivare ad un pronunciamento della Corte Costituzionale.

Va chiarito il ruolo delle organizzazioni già coinvolte in passato nel Progetto Praesidium, soprattutto nella prima identificazione, nella individuazione dei soggetti vulnerabili, delle vittime di tortura, delle vittime di tratta e dei minori non accompagnati. Attività che sempre più spesso sono svolte dai volontari presenti agli sbarchi. Fino a quando i porti non saranno del tutto blindati. Come già è successo a Catania.

Occorre denunciare pubblicamente il fallimento dei piani di rilocazione dall'Italia verso altri paesi europei, e sollecitare, anche per questa ragione, una modifica sostanziale del Regolamento Dublino, con il riconoscimento di un diritto di asilo "europeo" valido in tutti i paesi UE.

Vanno aperti canali umanitari per evitare che i migranti debbano affidarsi a trafficanti senza scrupoli, che soprattutto nei mesi invernali, possono lucrare su viaggi della disperazione che si concludono in naufragi o che comportano un numero sempre più elevato di vittime per la fame ed il freddo.




ASGI AL MINISTERO DELL’INTERNO:

Modificare subito le prassi amministrative per garantire sempre i diritti di ogni  straniero soccorso in mare e sbarcato: ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua condizione giuridica, manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, non essere respinto o espulso soltanto per la sua nazionalità, non essere trattenuto soltanto per identificazione

Documento del Consiglio direttivo del 21/10/2015


Dopo che il Consiglio europeo ha approvato nel settembre 2015 le decisioni sulla ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Stati dell’Unione europea, in Italia le forze di polizia e le autorità di pubblica sicurezza sembrano avere modificato le prassi circa il soccorso, l’identificazione e l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei migranti stranieri soccorsi e sbarcati.
Le nuove prassi paiono motivate anche dall’obiettivo imposto dal Ministero dell’Interno di attuare in Italia gli Hot Spot (metodi o luoghi, la cui istituzione e attività è di per sé priva di alcuna efficacia giuridicamente vincolante in Italia perché nessuna norma italiana o dell’UE li precisa) e gli impegni presi dal Governo italiano nella Italy’s road map inviata il 15 settembre alla Commissione europea per poter fruire della ricollocazione dei richiedenti asilo sbarcati in Italia (impegni privi di qualsiasi efficacia giuridica diretta nel diritto nazionale perché sono inseriti in un mero documento di lavoro riservato).
Tali nuove prassi adottate spesso comportano atti illegittimi e lesivi dei diritti di cui godono i migranti e i richiedenti asilo soccorsi in mare e sbarcati sul suolo italiano.
In particolare si segnalano molti casi di provvedimenti di respingimento adottati dai Questori nei confronti di stranieri soccorsi in mare e sbarcati sul territorio italiano, attuati prima che potessero effettivamente manifestare la loro volontà di presentare domanda di asilo. Tali provvedimenti sono stati adottati soprattutto in Sicilia e nell’ambito dei cd. “Hotspot” di recente attivazione (a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Lampedusa), che sembrano configurati come luoghi chiusi nei quali operano le forze di polizia italiane, supportate dai rappresentanti delle agenzie europee (Frontex, Europol, Eurojust ed EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), in cui gli stranieri appena sbarcati in Italia sono sottoposti a rilievi fotodattiloscopici ai fini della loro identificazione e sarebbero poi distinti e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di accoglienza per richiedenti asilo oppure sarebbero destinatari di un provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul territorio italiano senza alcuna misura di accoglienza non essendo comunque possibile alcun rimpatrio.
In proposito occorre ribadire l’esigenza di garantire sempre i diritti fondamentali degli stranieri soccorsi e sbarcati, nei cui confronti invece talvolta si adottano atti illegittimi e perciò si chiede al Ministero dell’Interno di intervenire subito per farli cessare immediatamente e per provvedere in modo generale a colmare eventuali lacune e a prevenire interpretazioni o prassi non conformi alle norme vigenti in modo da evitare discrezionalità eccessiva e il ripetersi di atti illegittimi, anche impartendo precise direttive o circolari o predisponendo norme regolamentari.


1.      Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato ha il diritto di ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua situazione giuridica e ha il diritto di manifestare in qualsiasi momento (anche quando già si trova da tempo in Italia) la volontà di presentare domanda di asilo.

A tale fine le autorità che provvedono al soccorso e allo sbarco devono con la massima cautela e comprensione (anche in rapporto alle condizioni di salute e ai traumi patiti nel viaggio e nel salvataggio) dedicare tempo per comprendere la situazione di ogni persona straniera soccorsa e la sua provenienza, la sua età, i suoi legami familiari, i motivi del viaggio verso l’Italia, la presenza di familiari in Italia o in altri Stati UE, le circostanze del viaggio e dell’eventuale naufragio.
Nel fare ciò è evidente che lo straniero deve potersi esprimere nella sua lingua e deve ricevere informazioni precise e complete sulla sua condizione giuridica nella sua lingua.
In particolare deve comprendere modi e tempi per manifestare la volontà di presentare domanda di asilo e deve comprendere tempi e modi delle procedure di presentazione della domanda in Italia, incluse le procedure di identificazione, nonché delle possibilità (o impossibilità) di presentare domanda di asilo in altri Stati dell’UE e delle possibilità di essere ricollocato come richiedente asilo in altro Stato UE.
Si ricorda che il decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo della Direttiva 2013/33/UE sull’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale e della Direttiva 2013/32/UE sulla qualifica della protezione internazionale) qualifica come richiedente asilo/protezione internazionale colui che ha “manifestato la volontà di chiedere tale protezione” (cioè prima ancora di avere verbalizzato la richiesta) e chiarisce che le misure di accoglienza si riferiscono ai “richiedenti   protezione   internazionale   nel   territorio nazionale, comprese le frontiere e  le  relative  zone  di  transito, nonché le acque territoriali, e dei  loro  familiari  inclusi  nella domanda di protezione internazionale” (art. 1, comma 1) e che le misure di accoglienza “si applicano  dal momento della manifestazione della volontà” (art.1, comma 2).
In proposito si ricorda che le navi italiane in mare aperto sono comunque considerate territorio italiano dall’art. 4 del codice della navigazione, sicché di queste misure la persona deve potere fruire fin dal suo soccorso a bordo delle navi.
Nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione, lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, alla quale consegue il diritto ad avere tutte le informazioni sull’accoglienza e sulla possibilità di contattare le organizzazioni umanitarie, anche ai centri alle frontiere (come prescrive l’art. 10-bis d.lgs. n. 25/2008, introdotto dal d.lgs. n. 142/2015).
Nessuno sa, dunque, se lo straniero abbia potuto effettivamente manifestare la volontà di chiedere la protezione internazionale, in quanto non vi è alcun controllo né sulle navi, né negli uffici di polizia, né nei centri di accoglienza.



2. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato in Italia e sprovvisto di titoli per il soggiorno non può essere respinto od espulso senza una valutazione completa della situazione della persona o soltanto perché le autorità di pubblica sicurezza presumono che la sua nazionalità o lo Stato di provenienza non abbia alcuna rilevanza ai fini di un’ipotetica domanda di asilo o sulla base di accordi bilaterali conclusi in forma semplificata con gli Stati di origine

Non è possibile comprendere quali siano i criteri in base ai quali ogni straniero soccorso e sbarcato è poi distinto tra richiedente asilo o migrante economico e a tal fine non può essere sufficiente neppure ciò che dice lo straniero stesso senza un accertamento approfondito della sua situazione.
Anche  la Cassazione ha ribadito il dovere della Pubblica amministrazione di informare tutti i cittadini stranieri al loro arrivo della possibilità e del significato di avanzare una domanda di protezione internazionale ed anzi ha espressamente affermato il principio secondo cui “qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per favorire l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento” (Cass., sez. VI civ., ord. 5926 del 25.03.2015).
Infatti i provvedimenti di respingimento disposti dai Questori sono motivati in modo assai sommario senza alcuna descrizione precisa e individualizzata della situazione dell’interessato che potrebbe essere comunque inespellibile a seguito di altre circostanze che le autorità devono rilevare d’ufficio anche a prescindere da una sua manifestazione di volontà di presentare domanda di asilo, perché p.es. nel suo Paese sarebbe oggetto di persecuzione (divieto di espulsione o respingimento previsto dall’art. 19, comma 1 del d. lgs. n. 286/1998) o di violenze o di conflitti o di torture o di trattamenti inumani o degradanti (divieto imposto ad ogni Stato dall’art. 3 CEDU).
In ogni caso una persona che entri irregolarmente nel territorio dello Stato, ma che manifesta la volontà di presentare domanda di asilo in via generale non può mai essere destinatario di un provvedimento di respingimento (art. 10, comma 4, e art. 19, comma 1 d. lgs. n. 286/1998).
Inoltre allorché una persona manifesti volontà di presentare domanda di asilo dopo che ha già ricevuto un provvedimento di respingimento ha comunque diritto di restare sul territorio dello Stato fino alla decisione definitiva sulla sua domanda (art. 7 d. lgs. n. 25/2008) e il Questore deve comunque revocare il provvedimento che in base all’art. 10, comma 4 d. lgs. n. 286/1998 cessa di avere efficacia in caso di applicazione delle norme sul diritto di asilo; in tali ipotesi va altresì revocato, perché privo di ogni base giuridica anche l’ordine di lasciare il territorio nazionale impartito dal questore ai sensi dell’art. 14, comma 5-bis d. lgs. n. 286/1998 e dunque in tali casi non si può neppure disporre il trattenimento di questo straniero per il solo fatto che non ha ottemperato a tale ordine.
Peraltro, ogni provvedimento di respingimento deve ritenersi comunque nullo allorché lo straniero sia stato ammesso nel territorio dello Stato per necessità di pubblico soccorso quando è stato soccorso in acque internazionali ed è giunto in Italia soltanto perché trasportato in Italia da una nave che l'ha soccorso in virtù degli obblighi previsti dal diritto internazionale del mare.
In ogni caso, le persone salvate e sbarcate che sono oggetto di respingimento (ma ciò avviene anche in diversi aeroporti e porti italiani) sono stranieri che avrebbero dichiarato di essere migranti economici e che perciò consapevolmente dichiaravano di non volere protezione e di essere quindi migranti economici.
Tuttavia più probabilmente si è trattato di casi di fraintendimento derivante dal fatto che taluni stranieri sono analfabeti o non comprendono bene la lingua con cui si parla loro o i moduli che sono loro forniti, il che è stato verosimilmente favorito dalle forze di polizia, che (tra l'altro) in questi giorni hanno apprestato un formulario da sottoporre ai richiedenti al loro arrivo, strutturato in forma di risposta multipla relativa alle ragioni per le quali si è deciso di venire in Italia, in cui compaiono diverse possibili risposte legate a motivazioni economiche, ma non l'intenzione di richiedere protezione internazionale. Al contempo, è noto come nel corso dell'ultimo anno moltissimi cittadini egiziani e tunisini sbarcati in Sicilia siano stati rimpatriati forzatamente nell'immediatezza del loro arrivo, subito dopo una intervista condotta tramite un mediatore delle forze dell'ordine dalla quale emergeva che l'interessato non voleva avanzare domanda di protezione internazionale ma era giunto in Italia per ragioni esclusivamente economiche. L'intervista era condotta senza la presenza di un avvocato o di un organo di garanzia. Appare poco plausibile che nessuno di questi stranieri avesse voluto presentare la domanda di protezione internazionale, mentre è ragionevole supporre che le forze di polizia abbiano indotto lo straniero ad essere frainteso.
In definitiva, nessuna norma attribuisce alle forze di polizia la facoltà di distinguere tra richiedenti asilo (inespellibili) e migranti economici irregolari (espellibili), sicché i fatti che si ripetono con costanza in questi giorni sono realisticamente da imputare a una prassi illegittima delle forze dell'ordine contraria alla normativa italiana ed europea e configurante verosimilmente un comportamento illecito.  
Occorre dunque cambiare fin da subito questa prassi, modificare i formulari di pre-identificazione prevedendo espressamente anche la richiesta di asilo e di protezione internazionale ed anzi fare in modo che in tutti i valichi di frontiera e nei luoghi preposti alla raccolta delle domande di asilo e/o all'identificazione degli stranieri giunti irregolarmente sia comunque previsto in modo chiaro e riconoscibile (anche scritto in varie lingue conoscibili agli stranieri) un canale o uno sportello che consenta sempre la presentazione delle domande di asilo.
In ogni caso è forte il dubbio che la selezione tra richiedenti asilo e “migranti economici” avvenga sulla base di affermazioni fatte nell’immediatezza del soccorso dagli stranieri che spesso si trovano in situazione di disorientamento o di impaurimento e che non sono completamente informati delle conseguenze delle loro affermazioni oppure sulla base della nazionalità dichiarata dagli stranieri sbarcati o meramente supposta, il che però viola sia il diritto d’asilo (che consente a chiunque di avere accesso alla procedura per l’esame della propria domanda da parte della competente autorità, cioè in Italia le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale), sia il divieto di espulsioni o respingimenti collettivi, previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti umani, reso esecutivo in Italia con d.p.r. 14 aprile 1982, n. 217, la cui violazione da parte dell’Italia è già stata accertata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’ha condannata perché sulle navi o nei centri di primo soccorso e accoglienza il respingimento è stato disposto senza alcuna forma di esame individuale di ogni straniero o da parte di personale impreparato per effettuare delle interviste a ciascuno e senza che i respinti abbiano avuto a disposizione degli interpreti o dei consulenti legali e ciò per la Corte è sufficiente per affermare l’assoluta assenza di garanzie sufficienti per valutare realmente ed individualmente la situazione dei migranti presi a bordo o soccorsi a terra. (si vedano le sentenze della Cedu 21.10.2014, caso 16643/09 Sharifi e altri contro Italia e Grecia, caso 27765/09 23.02.2012 Hirsi Jamaa ed altri c. Italia).
In particolare, la Corte, proprio a proposito di respingimenti disposti dal Questore nei confronti di stranieri (tunisini) soccorsi e ospitati in un centro di primo soccorso e accoglienza, ha affermato che il divieto di espulsioni collettive è violato ogniqualvolta decreti di respingimento siano disposti nei confronti di stranieri della medesima nazionalità che si trovino in analoghe circostanze e non contengano alcun riferimento alla situazione personale degli interessati ovvero non  si possa provare che i colloqui individuali sulla situazione specifica di ogni straniero si siano svolti prima dell'adozione di questi decreti, ovvero allorché gli accordi bilaterali con i loro Stati di provenienza non sono stati resi pubblici e prevedano il rimpatrio dei migranti irregolari tramite procedure semplificate, sulla base della semplice identificazione della persona interessata da parte delle autorità consolari (si veda la sentenza della CEDU 1.09.2015 Khlaifia e altri c. Italia nella causa n. 16483/12).
In proposito è inquietante che nel documento Italy’s Roadmap si affermi che il Ministero dell’Interno sta cercando di stipulare Accordi veloci con alcuni paesi per agevolare i rimpatri forzati; tra essi vi sono Paesi dai quali provengono gran parte dei richiedenti asilo in Italia (Gambia, Costa d’Avorio, Pakistan, Bangladesh) e che hanno diritto di accesso alla procedura per l’esame della domanda ed eventualmente a rivolgersi all’Autorità giudiziaria in caso di esito negativo.
Si tratta, in ogni caso, di accordi che comportano atti di natura politica (trattandosi spesso di accordi con regimi non democratici) o che incidono su materia coperta da riserva di legge e perciò devono essere comunque sottoposti a legge di autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere ai sensi dell’art. 80 Cost., in mancanza della quale la loro applicazione è del tutto illegittima.


3. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato può essere sottoposto ad identificazione soltanto nei casi, nei modi e nei termini previsti dalle norme UE e dalle norme italiane, ma in  generale non può essere sottoposto a misure coercitive per i rilievi fotodattiloscopici, né può essere trattenuto con misure coercitive al solo fine di essere identificato

Il regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (entrato in vigore il 20 luglio 2015) istituisce il sistema EURODAC e prescrive di effettuare i rilievi fotodattiloscopici nei confronti di stranieri di età non inferiore a 14 anni che abbiano presentato domanda di protezione internazionale  (art. 9), o che siano fermati dalle competenti autorità di controllo in relazione all'attraversamento irregolare via terra, mare o aria della frontiera in provenienza da un paese terzo e che non siano stati respinti, o che rimangano fisicamente nel territorio e che non siano in stato di custodia, reclusione o trattenimento per tutto il periodo che va dal fermo all'allontanamento sulla base di una decisione di respingimento (art. 14) e in entrambi i casi i rilevamenti devono essere effettuati quanto prima e devono essere trasmessi al sistema centrale EURODAC entro 72 ore.
In presenza di tali obblighi  identificativi da parte delle autorità la legislazione italiana consente agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza al più di accompagnare gli stranieri per l’identificazione (art. 4 testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, art. 6, comma 4 d. lgs. n. 286/1998) e in particolare l’identificazione del richiedente asilo può essere effettuata presso luoghi aperti e non già presso luoghi “chiusi”, cioè deve avvenire presso i centri di primo soccorso e accoglienza (art. 8, comma 2 d. lgs. n. 142/2015) o presso i centri governativi di prima accoglienza (art. 9 d. lgs. n. 142/2015)  o presso le questure (art. 11, comma 4 d. lgs. n. 142/2015), salve le ipotesi di richiedente asilo che sia trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione.
Infatti, i rilievi fotodattiloscopici non possono avvenire con misure limitative della libertà personale fuori delle ipotesi previste dalla legge di trattenimento in un centro di identificazione e di espulsione disposto nei confronti di straniero già espulso (art. 14 d. lgs. n. 286/1998), o nei confronti di richiedenti asilo che abbiano presentato la domanda di asilo quando erano già destinatari di provvedimenti di espulsione o sottoposti a provvedimento di trattenimento (cioè che chiedano asilo dopo quei provvedimenti), o che siano ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica (avendo subito condanne per determinati reati) o se pericolosi socialmente o sospetti terroristi, o nel caso di rischio di fuga (se il richiedente asilo ha, precedentemente alla domanda di asilo, fornito sistematicamente false generalità al solo scopo di impedire l’esecuzione o l’adozione del provvedimento di espulsione) (art. 6 d. lgs. n. 142/2015).
Al di fuori di quelle ipotesi, dunque, non è legittimo alcun trattenimento dei richiedenti asilo.
Anche il regolamento UE che istituisce EURODAC ingiunge di effettuare i rilievi quanto prima, mentre il termine di 72 ore riguarda soltanto la trasmissione dei rilievi già fatti agli organismi europei e non autorizza di per sé alcuna forma di trattenimento.
Inoltre ogni eventuale imposizione al richiedente asilo a non lasciare un determinato luogo o a soggiornare in un altro determinato luogo può derivare soltanto dagli obblighi di permanenza notturna nei centri governativi di accoglienza (art. 10 d. lgs. n. 142/2015), mentre in tutti gli altri casi altri vincoli non sono previsti e al singolo richiedente asilo non trattenuto in un CIE può essere al più soltanto imposto l’obbligo di un determinato luogo di residenza o di una area geografica in cui circolare, ma tali eventuali restrizioni devono essere prescritte volta per volta dal Prefetto del luogo in cui la domanda è stata presentata o in cui si trova il centro con atto scritto e motivato e comunicato ad ogni richiedente asilo (art. 5, comma 4, d. lgs. n. 142/2015).
Perciò, qualsiasi altra forma di privazione della libertà in questa fase è da considerarsi illegittima per violazione dell’art. 13 Cost. (probabilmente configurando un reato di sequestro di persona)  al di fuori delle ipotesi di accompagnamento presso gli uffici di polizia previsti per tutti coloro (italiani o stranieri) che rifiutino di farsi identificare (art. 11 d.l. 21.03.1978, n. 59, conv. in legge n. 191/1978) e al di fuori del fermo identificativo previste per tutti i cittadini (anche italiani), ipotesi nelle quali l’accompagnamento e il fermo sono da effettuarsi sotto il controllo costante della magistratura penale e con la possibile partecipazione di un difensore e comunque per un periodo non superiore alle 24 ore. Non sono previste, in altre termini, nuove forme di detenzione o di trattenimento. Conseguentemente, sono da ritenersi illegittime le pratiche occasionalmente utilizzate nel centro di Pozzallo nel recente passato (e testimoniate da importanti organizzazioni no profit)  e soprattutto sono illegittime le intenzioni del Governo italiano che nella RoadMap ha assicurato alle istituzioni europee che in questi centri di primo soccorso i cittadini stranieri saranno privati della loro libertà fino al momento della identificazione.
La normativa italiana non consente in alcun modo di utilizzare la forza per vincere la resistenza passiva dei cittadini stranieri che si rifiutano di farsi identificare. L'Asgi ha già avuto modo di stilare un documento in cui dettagliatamente si evidenzia l'impossibilità da parte delle forze dell'ordine di fare uso della forza per costringere i cittadini stranieri a sottoporsi al rilevamento delle impronte. I comportamenti contrari a tale divieto assumono un rilievo penale (maltrattamenti, lesioni o altro).

Pertanto si chiede che il Ministero dell’Interno provveda immediatamente e nelle apposite linee guida sui centri di accoglienza per richiedenti asilo chiarisca la natura giuridica degli hotspot, fermo in ogni caso il rispetto del diritto di asilo garantito dall’art. 10, comma 3 Cost. e delle riserve assolute di legge e delle riserve di giurisdizione per le misure restrittive della libertà personale previste dall’art. 13 Cost., e che negli “hotspot” sia consentita una immediata e completa informazione circa il diritto di chiedere la protezione internazionale, senza che in essi avvenga alcuna forma di artificiosa selezione tra richiedenti asilo e migranti economici senza discriminazioni basate su criteri vietati dalla legge e consentendo che in tali strutture sia sempre garantita la presenza dell’UNHCR e delle associazioni umanitarie.





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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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