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giovedì 18 febbraio 2016

A Lampedusa il nuovo "approccio hotspot" ha le caratteristiche del trattenimento illegittimo sanzionato dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo. I respingimenti differiti di massa violano i diritti fondamentali della persona.



Denunciamo da mesi l'utilizzo distorto del Centro di primo soccorso ed accoglienza di Contrada Imbriacola a Lampedusa, una struttura che avrebbe dovuto garantire soltanto una accoglienza temporanea, al massimo per 48-72 ore, per le persone soccorse in mare, e che invece è diventato un centro di trattenimento per coloro che rifiutano di rilasciare le impronte digitali, o per i quali non si trova una struttura di accoglienza. Ancora centinaia i minori non accompagnati trattenuti nel centro di Lampedusa, contro le norme di legge e le Convenzioni internazionali.

http://www.meltingpot.org/A-Lampedusa-l-Hot-spot-non-ci-puo-essere.html#.VsUOfoeFOhw

http://www.statewatch.org/news/2016/jan/eu-com-refugee-crisis-sop-12-1-16-hotspots.pdf

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/12/hot-spots-zero-diritti-zero-sicurezza.html

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/soccorsi-lampedusa-respinti-ad.html

A tutti i migranti, trattenuti nel centro di Contrada Imbriacola, è impedito un accesso effettivo alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria, sono centinaia i minori non accompagnati che sono trattenuti in violazione di precise disposizioni di legge e delle Convenzioni internazionali, e tante le persone vulnerabili, come le donne vittime di tratta, che vengono trattate alla stregua di "clandestini" e quindi trasferiti in veri e propri centri di identificazione ed espulsione (CIE), come nel caso delle nigeriane nel Centro di Ponte Galeria.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/10/rimpatri-forzati-in-nigeria-la.html

Per altre centinaia di migranti sbarcati a Lampedusa, che rilasciano subito le impronte digitali, nella maggior parte dei casi, se non provengono dai paesi inseriti nella lista di paesi dai quali provengono richiedenti asilo con alte possibilità di riconoscimento dello status ( Siria, Eritrea, Irak, Afghanistan e Repubblica centroafricana, da ultimo), si distribuisce un foglio notizie prestampato, quando sono ancora storditi dopo lo sbarco, nel quale, con il riempimento di qualche casella barrata, senza neppure comprendere che cosa significa, si dichiara di essere in sostanza "migranti economici". Le autorità amministrative dunque, contro il dettato di legge,a poche ore dallo sbarco, nei confronti di persone che si sono fatte identificare senza opporre alcuna resistenza, ritengono di adottare un provvedimento di respingimento differito, previsto, con diverse modalità e presupposti, dall'art. 10 comma 2 del T.U. n.286/98. Un provvedimento che nella maggior parte dei casi non viene eseguito con accompagnamento forzato. Neppure se si ricorresse al trattenimento in un CIE, come si auspica sempre più spesso da parte delle destre. Dopo la notifica del provvedimento, subito dopo lo sbarco a Porto Empedocle, nella notte, il trasferimento in un luogo sperduto in campagna, vicino ad una delle stazioni ferroviarie della tratta Agrigento-Palermo, e l'abbandono.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/frontex-identificazioni-forzate-hotspot.html

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/negli-hotspot-di-lampedusa-e-trapani.html

I migranti sanno che possono chiedere asilo, hanno rischiato la vita per arrivare in Italia, e non tutti vogliono proseguire verso altri paesi europei. Ostinatamente, a piedi, dalle stazioni ferroviarie nelle quali vengono abbandonati nottetempo, anche a 20 chilometri dalla città, ritornano ad Agrigento dove cercano di presentare una richiesta di asilo, come possono fare, anche se sono stati "respinti".
Le procedure che li attendono sono sommarie, e le percentuali di accoglimento delle loro richieste nel caso della Commissione territoriale di Agrigento non superano il dieci per cento.

http://www.meltingpot.org/Hotspot-e-respingimenti-differiti-il-modello-Lampedusa.html#.VsUSYIeFOhw

http://www.meltingpot.org/Appello-La-verita-sul-sistema-Hot-Spot-Violazioni-e.html#.VsUSkoeFOhw

Non sono tutti "migranti economici". Quando si riesce ad impugnare un provvedimento di diniego i tribunali annullano sempre più spesso le decisioni delle Commissioni territoriali, che però possono fare anche un ricorso. Un procedimento giudiziario in questo caso può durare anche tre anni.

http://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-bologna-sezione-i-civile-ordinanza-del-27-ottobre-2015/

In ogni caso i tempi si allungano e le persone bloccate nei centri di accoglienza dopo tanto tempo di attesa sono fuori da qualsiasi percorso di inserimento sociale. Con il blocco della relocation verso altri paesi europei il sistema di prima accoglienza italiano, che non consiste solo negli Hotspot rischia di esplodere, soprattutto quando con la primavera aumenteranno gli arrivi e nelle strutture di accoglienza di diversa natura non ci saranno più posti disponibili.

https://tutmonda.wordpress.com/2016/01/09/no-fingerprints-we-want-to-move-la-lotta-a-oltranza-dei-migranti-a-lampedusa-contro-la-trappola-di-dublino-e-il-sistema-hot-spot-di-alessandra-sciurba-e-martina-tazzioli/

http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2016/02/11/news/migranti_hotspot_viminale-133166114/?ref=search

Questi sono i fatti, sono fatti confermati da una condanna dell'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'Uomo ( caso Khalifia) relativa a violazioni nel trattenimento dei migranti che a Lampedusa e ad Agrigento si verificano ancora.

66. A titolo preliminare la Corte nota che il Governo considera che i ricorrenti non sono stati oggetto di alcuna espulsione o estradizione e che pertanto i fatti del caso di specie non rientrano in ciò che prevede la lettera f) del primo paragrafo dell'articolo 5 della Convenzione, che autorizza «l'arresto o […] la detenzione regolari» di una persona per impedire a quest’ultima di entrare illegalmente nel territorio», o nei confronti della quale è in corso una «procedura di espulsione o di estradizione » (paragrafo 58 supra).
Tuttavia il Governo non indica sotto quale altro comma del primo paragrafo dell'articolo 5 la privazione della libertà dei ricorrenti potrebbe essere giustificata.
67. Come la giurisprudenza della Corte ha avuto modo di precisare (paragrafo 60 supra), l'elenco dei motivi per i quali una persona può essere privata della sua libertà è esaustivo. Ciò implica che una privazione della libertà che non rientri in nessuno dei commi dell'articolo 5 § 1 della Convenzione viola inevitabilmente tale disposizione.
68.  Tuttavia, nonostante le affermazioni del Governo, nel caso di specie la Corte è pronta ad ammettere che la privazione della libertà dei ricorrenti fosse prevista dal comma f) del primo paragrafo dell'articolo 5. Al riguardo, essa osserva che gli interessati erano entrati irregolarmente nel territorio italiano e che fu avviata una procedura per identificarli e rimpatriarli.
69. Per di più la Corte rileva che le parti sono concordi nell’affermare che la legge italiana non prevede espressamente il trattenimento di migranti che, come i ricorrenti, sono sistemati in un CSPA (paragrafi 54-55 e 59 supra). È vero che l’articolo 14 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (paragrafo 27 supra) prevede tale trattenimento, ma quest’ultimo si applica soltanto agli stranieri che è necessario soccorrere o per i quali devono essere effettuati dei controlli supplementari sulla identità o attendere i documenti di viaggio e la disponibilità di un trasportatore. Ora, non è così nel caso di specie. Inoltre, gli stranieri ai quali è applicabile tale trattenimento sono sistemati in un CIE con una decisione amministrativa sottoposta al controllo del giudice di pace. I ricorrenti, al contrario, sono stati sistemanti di fatto in un CSPA e nei loro confronti non è stata adottata alcuna decisione formale che disponga il loro trattenimento. Su questo punto è opportuno sottolineare che nel suo decreto del l° giugno 2012, il GIP di Palermo ha dichiarato che la questura di Agrigento si era limitata a registrare la presenza dei migranti nel CSPA senza adottare decisioni che disponessero il loro trattenimento e lo stesso valeva per quanto riguardava la sistemazione dei migranti sulle navi (paragrafi 20-21 supra).


https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.wp?previsiousPage=mg_1_20&contentId=SDU1187525

http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/01/hotspot-lampedusa-migranti

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8fcc06f1-6ca9-48be-a93d-acf81ed35e6b.html

Le difformità tra le situazioni nei diversi Hotspot non sono conseguenza della legge, ma degli uomini che la applicano, perché in provincia di Trapani, dove pure hanno aperto un Hotspot ( nel vecchio Centro di identificazione ed espulsione di Milo), le cose vanno diversamente, dopo i primi migranti giunti nel centro con un provvedimento di respingimento adottato dalla questura di Palermo, poche ore dopo lo sbarco del 28 dicembre 2015. Adesso i tempi di passaggio nell'Hotspot sono conformi a quanto prevede la legge, dall'Hotspot si può presentare una richiesta di asilo, che poi viene formalizzata dopo il trasferimento in un centro di accoglienza, senza l'adozione immediata di provvedimenti di respingimenti differiti.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/negli-hotspot-di-lampedusa-e-trapani.html

http://www.affaritaliani.it/milano/migranti-respinti-da-hotspot-di-trapani-400529.html

http://www.trapanioggi.it/migranti-respinti-da-hotspot-ricollocati-nel-trapanese-e-in-lombardia/

Dopo quel precedente negativo, imputabile comunque alla questura di Palermo, la maggior parte dei migranti che ne fa richiesta, dopo essere stata adeguatamente informata, può avere accesso alla procedura di asilo SENZA ricevere provvedimenti di respingimento differito. E la maggior parte dei migranti che arriva nell'Hotspot di Milo, a differenza di quanto avviene tra Lampedusa ed Agrigento, viene poi trasferita nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. In fondo si applica soltanto lì una circolare del Ministero dell'interno dell'8 gennaio 2016, che ricorda ai prefetti ed al capo della polizia come la categoria di migranti economici sia del tutto priva di una base legale, e come non ci siano "paesi terzi sicuri" al punto di negare pregiudizialmente ad intere categorie di migranti, selezionati sulla base della nazionalità, l'accesso alla procedura di asilo.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/il-ministero-dellinterno-interviene-con.html

Tutto questo era oggetto di una mia breve dichiarazione rilasciata ad un giornalista della trasmissione La Gabbia della rete La 7, che mi aveva cercato per una intervista. Intervista  tagliata al di fuori di ogni pur comprensibile esigenza di spazio, perché evidentemente non in linea con l'impostazione data dal conduttore della trasmissione, che voleva mettere in evidenza soltanto la inefficacia dei respingimenti differiti (verificata), senza dare rilievo a diritti violati dei tanti migranti che ricevono provvedimenti di respingimento del tutto illegittimi ed ineseguibili, quando non subiscono trattenimenti arbitrari, ai quali si impedisce l'accesso alla procedura di asilo, o si negano i più elementari diritti di difesa.



http://www.agrigentonotizie.it/cronaca/rimpatrio-migranti-video-agrigento-febbraio-2016.html

Per non parlare dei diritti negati ai soggetti più vulnerabili, ai minori non accompagnati abbandonati nel centro di contrada Imbriacola, e poi offerti alla dispersione ed allo sfruttamento altrui, alle vittime di tratta, abbandonati nelle mani di trafficanti senza scrupoli che hanno libero accesso nei centri di accoglienza, riuscendo pure ad intimidire gli operatori ed i cittadini solidali che da soli si battono per difendere la dignità di queste persone. Ma di tutto questo La Gabbia naturalmente non ne ha parlato. Non faceva notizia.

http://www.meltingpot.org/Hotspot-e-schemi-di-ricollocazione-la-soluzione-giusta-per.html?var_mode=calcul#.VsUEE4eFOhx

Un recente rapporto della Commissione per i Diritti Umani del Senato, Presidente il Senatore Luigi Manconi conferma adesso le gravi violazioni  e le inefficienze che si verificano nei CIE e nei nuovi Hotspots, prendendo in esame soprattutto il nuovo Hotspot di Lampedusa, meglio il nuovo "approccio Hotspot" realizzato all'interno del vecchio Centro di soccorso e prima accoglienza di Contrada Imbriacola.

https://www.senato.it/1383?documento=2503&voce_sommario=90#

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/500765/Migranti-gli-hotspot-Una-fabbrica-di-irregolari-Il-sistema-va-rivisto

2. L'hotspot di Lampedusa

La Commissione diritti umani del Senato ha seguito con molta attenzione l'avvio dell'approccio hotspot in Italia, avviato a Lampedusa a partire dalla fine del settembre 2015 in seguito a quanto contenuto nell'Agenda europea sulle migrazioni (maggio 2015) e alla successiva Roadmap del ministero dell'interno (settembre 2015). A cinque mesi dall'attivazione dell'hotspot, è possibile avanzare alcune riflessioni sui risultati emersi.
Il centro è stato riaperto nell'ottobre 2014 in seguito a lavori di ristrutturazione finalizzati all'aumento della capienza fino a oltre 350 posti. La struttura, situata in contrada Imbriacola e gestita dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d'Italia, è composta da una serie di compound destinati a ospitare i migranti sbarcati sull'isola dopo essere stati soccorsi in mare. Una parte è riservata ai minori, un'altra alle donne. Nei compound di dimensioni più contenute si trovano gli uffici amministrativi dell'ente gestore, l'ufficio immigrazione della questura di Agrigento, il presidio sanitario e quello delle organizzazioni internazionali operanti all'interno del centro. Non ci sono spazi comuni né è prevista alcuna attività per i migranti ospitati, i quali rimangono nei dormitori o passano il tempo vagando all'interno della struttura. Il centro è stato pensato per una primissima accoglienza e per una permanenza dei migranti di periodi di tempo molto brevi (48 ore). Con l'introduzione delle nuove procedure previste dall'Agenda europea sulle migrazioni, di fatto, si determina in molti casi una permanenza più lunga dando luogo a una serie di criticità, denunciate in una lettera aperta al ministro dell'interno dello scorso gennaio dal sindaco Giusi Nicolini: "sia le caratteristiche strutturali del Centro, sia gli oneri previsti dal Capitolato d'affidamento del servizio, non sono idonei e sufficienti a garantire condizioni dignitose di accoglienza a persone che vengono trattenute da oltre 30 giorni e che potrebbe essere trattenute addirittura a tempo indeterminato. Ciò è anche dimostrato dal fatto che indumenti e scarpe sono forniti dalla Parrocchia e dalla comunità, dal fatto che oltre 135 minori non accompagnati sono lasciati liberi e senza alcuna tutela in qualunque ora del giorno e della notte, che qualche ospite viene sottoposto a cure mediche solo su richiesta di volontari lampedusani che vengono casualmente a conoscenza delle specifiche problematiche di salute". Da quanto potuto verificare nel corso del sopralluogo, le condizioni del centro da un punto di vista igienico e strutturale sono apparse appena dignitose con una serie di carenze evidenti (bagni poco puliti e non riscaldati, dormitori stipati di letti con poco spazio rimanente per muoversi).
La visita è stata preceduta da un incontro con il prefetto e il questore di Agrigento, alcuni funzionari del ministero dell'interno e i responsabili del centro durante il quale sono stati acquisiti dati e informazioni sulle nuove procedure all'interno dell'"approccio hotspot", avviate a Lampedusa a partire dalla fine del settembre 2015 in seguito a quanto contenuto nell'Agenda europea sulle migrazioni (maggio 2015) e alla successiva Roadmap del ministero dell'interno (settembre 2015).
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Queste le nuove procedure previste dal ministero dell'interno nelle strutture individuate come hotspot:
a) Tutte le persone sbarcate sono sottoposte a screening medico al fine di accertare immediatamente eventuali problemi sanitari di ogni singolo individuo.
b) Successivamente sono intervistate da funzionari degli uffici immigrazione, i quali compilano il cd. foglio-notizie contenente le generalità, la foto e le informazioni di base della persona, nonché l’indicazione circa la sua volontà o meno di richiedere la protezione internazionale. Le persone suscettibili di aderire alla cd. procedura di ricollocazione (relocation) vengono informate circa le modalità e gli effetti della procedura. In questa fase è previsto il supporto dei funzionari dell’EASO (la preposta Agenzia Europea per il Supporto all’Asilo). Ha pertanto luogo una prima differenziazione tra le persone richiedenti asilo/potenziali ricollocabili e quelle in posizione irregolare.
c) Sulla base degli esiti delle menzionate attività/interviste di pre-identificazione le persone potrebbero essere ulteriormente intervistate da funzionari di polizia investigativa con il supporto di funzionari Frontex ed Europol al fine di acquisire informazioni utili per scopi investigativi e/o di intelligence. L’individuazione delle persone da sottoporre ad interviste di approfondimento in quanto suscettibili di fornire preziose informazioni può aver luogo anche prima del loro arrivo nelle aree hotspots (ad es. quando di trovano ancora sui mezzi di salvataggio oppure non appena arrivano nel porto di sbarco).
d) Subito dopo la procedura di pre-identificazione, tutte le persone saranno fotosegnalate come CAT 2 (ingresso irregolare) e registrate in conformità con la legislazione nazionale ed europea (ad eccezione di quelle ricollocabili che saranno registrate come CAT 1). Saranno foto-segnalati come CAT 1 (richiedenti asilo) anche coloro che manifestano la volontà di richiedere la protezione internazionale e pertanto, successivamente, formalizzeranno la propria intenzione compilando il modello “C3” nelle strutture per richiedenti asilo (cioè i cd. regional hubs presenti sul territorio nazionale) dove verranno trasferiti dopo la conclusione delle menzionate attività di registrazione. Le persone richiedenti asilo e suscettibili di rientrare nella procedura di ricollocazione formalizzeranno la propria domanda di protezione internazionale compilando uno specifico modello “C3” in lingua inglese con il supporto di esperti degli Stati membri selezionati dall’EASO.
Per le persone richiedenti asilo ma non rientranti nella procedura di ricollocazione, l’attività di foto-segnalamento come CAT 1 e la compilazione del modello “C3” sarà effettuata soltanto da funzionari della polizia scientifica e personale degli uffici immigrazione dell’Italia. Questi ultimi e gli esperti dell’EASO sono supportati da mediatori culturali il cui numero dovrebbe raggiungere le 15-20 unità, da ingaggiare con utilizzo dei fondi dell’Unione europea.
e) Successivamente le persone che richiedono la protezione internazionale saranno trasferite nei vari regional hub presenti sul territorio nazionale; le persone che rientrano nella procedura di ricollocazione saranno trasferite nei regional hub dedicati; le persone in posizione irregolare e che non richiedono protezione internazionale saranno trasferite nei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.I.E.). Tali trasferimenti interni saranno effettuati tramite autobus o aeroplani con l’ausilio delle scorte di polizia. Si possono effettuare anche trasferimenti via mare (nel caso di persone che debbano essere trasferite dall’isola di Lampedusa). I costi inerenti tali trasferimenti sono co-finanziati dall’Unione europea.
La verifica delle nuove procedure contenute nel documento di attuazione della decisione europea è stata oggetto della visita all'hotspot di Lampedusa della Commissione diritti umani. Sono emersi alcuni nodi nello svolgimento delle operazioni riguardanti aspetti molto delicati in termini di rispetto di quanto prevedono norme nazionali ed europee e convenzioni internazionali in ambito di asilo e accoglienza.

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2.1 La pre-identificazione
In particolare, destano preoccupazione le modalità di svolgimento della pre-identificazione. Appena sbarcati, infatti, gli stranieri vengono trasferiti nel CPSA di contrada Imbriacola. Viene dato loro un cambio di vestiti asciutti che indossano in un piccolo spogliatoio e subito dopo svolgono un colloquio con gli agenti dell'Ufficio immigrazione affiancati da un interprete (inglese, francese, arabo e lingua tigrina). Il colloquio si svolge in uno spazio all'aperto, coperto da una tettoia, dove si trovano dei tavoli e delle panche. Allo straniero viene consegnato il cd. foglio notizie su cui vanno inserite le generalità (nome, cognome, data di nascita, residenza, paternità, nazionalità, luogo di partenza). Viene poi chiesto il motivo dell'arrivo in Italia e vi sono una serie di risposte da selezionare: venuto in Italia per lavoro; per raggiungere i familiari; per fuggire alla povertà; per asilo; e infine l'opzione "altro". Il documento, una volta compilato, viene firmato dallo straniero e controfirmato dall'operatore della polizia e dall'interprete.
Questo passaggio fondamentale e necessario a "una prima differenziazione tra le persone richiedenti asilo/potenziali ricollocabili e quelle in posizione irregolare" - come scritto nella Roadmap del ministero dell'interno - si svolge dunque quando i profughi, soccorsi in mare e appena sbarcati, sono spesso evidentemente ancora sotto shock a causa di un viaggio lungo e rischioso. Non si tratta poi di un colloquio vero e proprio, ma della semplice compilazione di un questionario che risulta formulato in maniera estremamente stringata e poco comprensibile.
Non tutti gli stranieri, infatti, sono in grado di comprendere quanto viene richiesto poiché le zone di provenienza sono diverse e l'accesso alle quattro lingue tradotte dai mediatori non è scontato. Inoltre, la presenza di persone analfabete o poco alfabetizzate è evidentemente molto alta. Come si è potuto verificare dai colloqui svolti con i migranti ospitati nel centro nel corso della visita, solo una parte era in grado di capire e usare quelle lingue, mentre molti di loro conoscevano solo la lingua del loro paese di provenienza. In più casi è emerso, dalle parole dei profughi, che non avessero nozione di quanto era accaduto nella fase di pre-identificazione né fossero al corrente della loro situazione in quel momento.

Se pure viene contemplata la possibilità di cambiare quanto dichiarato e sottoscritto e di manifestare la volontà di chiedere protezione in qualsiasi momento, appare difficile che si ricorra a tale possibilità non avendo cognizione delle conseguenze delle operazioni cui si viene sottoposti.

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Andrebbe definita in maniera più chiara la finalità di tale passaggio: se il foglio notizie serve semplicemente a raccogliere le generalità a fini operativi per le forze dell'ordine e per l'accoglienza nella struttura, basterebbe raccogliere le generalità dello straniero, come tra l'altro avveniva in precedenza al momento dello sbarco.
Se invece il foglio notizie è determinante per stabilire la futura condizione del migrante e il suo destino, anche in termini di libertà personale, questa fase assume un rilievo tale da dover assicurare che venga svolta nelle condizioni di massima lucidità e consapevolezza, e quindi non contestualmente allo sbarco, ma in un momento successivo previa adeguata informazione sulle normative vigenti, sulla situazione di ciascuno e delle possibili future destinazioni. Tale passaggio procedurale non può avere luogo se, nel caso in cui si palesi l'impossibilità per il migrante comunicare, non si mettono a disposizione tutti gli strumenti per una effettiva comprensione di quanto sta avvenendo.
Inoltre si dovrebbe assicurare un approccio maggiormente orientato alla singola persona, prestando estrema attenzione alla storia di ciascuno ed individuando eventuali persone vulnerabili e bisognose di interventi appropriati alla loro condizione. La presenza a Lampedusa di funzionari EASO (Ufficio europeo di sostegno all'asilo), da quanto verificato e appreso nel corso della visita, non sembra essere finalizzata al sostegno all'informativa in questa fase della procedura, quanto piuttosto all'eventuale procedura di ricollocamento negli altri Stati membri per coloro che intendono chiedere asilo.
Si ricorda in merito quanto previsto Direttiva 2013/32/Ue nel Considerando 26: “Al fine di garantire l’effettivo accesso alla procedura di esame, è opportuno che i pubblici ufficiali che per primi vengono a contatto con i richiedenti protezione internazionale, in particolare i pubblici ufficiali incaricati della sorveglianza delle frontiere terrestri o marittime o delle verifiche di frontiera, ricevano le pertinenti informazioni e la formazione necessaria per riconoscere e trattare le domande di protezione internazionale tenendo debitamente conto, tra l’altro, dei pertinenti orientamenti elaborati dall’EASO. Essi dovrebbero essere in grado di dare ai cittadini di paesi terzi o agli apolidi presenti sul territorio, compreso alla frontiera, nelle acque territoriali o nelle zone di transito degli Stati membri, e che manifestano l’intenzione di presentare una domanda di protezione internazionale, le pertinenti informazioni sulle modalità e sulle sedi per presentare l’istanza. Ove tali persone si trovino nelle acque territoriali di uno Stato membro, è opportuno che siano sbarcate sulla terra ferma e che ne sia esaminata la domanda ai sensi della presente direttiva”.

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Lo stesso prefetto Morcone, a capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione, con una circolare ai prefetti ha sottolineato la necessità di rispettare le "garanzie che la legge prevede a tutela del diritto all'informazione dei migranti e del diritto a presentare domanda di asilo, che, peraltro, può essere esercitato dall'interessato in qualsiasi momento, anche quando già si trova da tempo in Italia". Nella circolare vengono poi richiamati, con riferimento al diritto all'informazione, l'articolo 8 della direttiva 2013/33/UE, che ha introdotto il principio secondo il quale hanno diritto all'informazione tutti coloro per i quali sussistano elementi che lascino supporre l'intenzione di presentare una domanda di asilo, e l'ordinanza 25 marzo 2015, n.5926 della IV Sezione Civile della Corte di Cassazione, che ha precisato che "qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le Autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per favorire l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento ". Si invitano dunque i prefetti a vigilare affinché, in considerazione della particolare vulnerabilità dei richiedenti asilo, vengano rispettate "una serie di garanzie procedimentali volte ad assicurare l'effettività del sistema di protezione: il diritto ad una puntuale informazione sui propri diritti e doveri nell'ambito della procedura; il diritto di avvalersi dell'assistenza di un interprete della sua lingua o di lingua a lui comprensibile; il diritto all'assistenza ed alla rappresentanza legali; il diritto di non essere respinto o espulso solo per la propria nazionalità; il diritto di non essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda".
Per una effettiva comprensione delle procedure cui si viene sottoposti nel corso della pre-identificazione, occorrerebbero dunque una serie di interventi urgenti:
- lo svolgimento di un colloquio vero e proprio per determinare l'eventuale bisogno di protezione in presenza di operatori UNHCR, senza limitarsi alla compilazione del modulo;
- una presenza numericamente più consistente di operatori delle diverse organizzazioni internazionali all'interno del centro per un'azione informativa più efficace e mirata;
- il ricorso a un maggior numero di mediatori, specializzati anche in altre lingue rispetto alle quattro previste;
- tempi diversi che tengano conto delle condizioni fisiche e psicologiche delle persone che sbarcano sulle nostre coste.

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2.3 Dati relativi all'hotspot di Lampedusa
L'analisi dei dati relativi al periodo 1 settembre 2015-13 gennaio 2016, così come forniti dalla Prefettura di Agrigento, porta ad alcune riflessioni. A Lampedusa sono arrivati 4.597 cittadini stranieri e, come anticipato, ne sono stati registrati e identificati 3.234. Tra queste, 870 provenienti dall'Eritrea, 848 dalla Somalia, dalla Nigeria 711, dal Marocco 535, 235 dal Sudan, 222 dal Gambia, Mali 133, Guinea 130, Siria 129, e numeri più bassi da altri paesi19.
Al programma di ricollocamento hanno avuto accesso 563 persone, che corrispondono a circa il 12% di quelle sbarcate. 279 sono già state trasferite nei paesi di destinazione, 198 sono in attesa di partire e altre 86 hanno avviato la procedura i primi giorni di gennaio e si trovano presso l'Hub di Villa Sikania. Come previsto in sede europea si tratta di eritrei (nella maggior parte), insieme a siriani e iracheni.
Del totale dei profughi sbarcati a Lampedusa nel periodo di riferimento, 502 persone, circa il 10%, hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e sono stati inseriti nel circuito nazionale dell'accoglienza.
Quanto ai minori, accompagnati e non, ne sono sbarcati complessivamente 612. Di questi, 320 minori non accompagnati sono stati trasferiti da Lampedusa e inseriti nel circuito d'accoglienza in Sicilia. Altri 20, minori accompagnati, verranno ricollocati.
19 I dati del 2015 a livello nazionale confermano quanto accaduto a Lampedusa: su 153.842 stranieri sbarcati in Italia, gli eritrei rappresentano la maggior parte (38.612), seguiti da cittadini provenienti da Nigeria (21.886), Somalia (12.176), Sudan (8.909), Gambia (8.123), Siria (7.444), Mali (5.752), Senegal (5.751), Bangladesh (5.039) e Marocco (4.486).
Tra quanti non hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e quindi sono stati considerati migranti irregolarmente presenti sul territorio italiano, 74 sono stati trasferiti nei Cie in tutta Italia, mentre 775 hanno ricevuto un provvedimento di respingimento differito, con l'ordine di lasciare il territorio nazionale entro 7 giorni, e sono complessivamente più del 18 % del totale degli stranieri arrivati a Lampedusa. Questi ultimi, secondo quanto denunciato da alcune associazioni, una volta trasferiti da Lampedusa, sono sbarcati a Porto Empedocle dove hanno ricevuto il provvedimento del questore di Agrigento, senza aver ricevuto nessuna informazione in merito a ciò che sarebbe loro accaduto e senza aver diritto a essere ospitati nel circuito d'accoglienza. Di fatto, sono destinati a rimanere irregolarmente nel territorio italiano e a vivere e lavorare illegalmente e in condizioni estremamente precarie nel nostro Paese.
Esiste per i destinatari del provvedimento di respingimento differito disposto dal Questore, la possibilità di un ricorso giurisdizionale in base all’art. 10 del testo unico sull’immigrazione. Il provvedimento va impugnato davanti a un tribunale amministrativo ma appare complicato immaginare che i migranti, trasferiti dopo pochi giorni dallo sbarco a Lampedusa e da lì a Porto Empedocle con il provvedimento del questore in mano, abbiano avuto la possibilità di conoscere la procedura e accedervi, di entrare in contatto con un legale per poi fare ricorso. Vanno richiamati in merito gli articoli 5 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che sanciscono il diritto ad un rimedio effettivo tutelando le persone da ogni eventuale discriminazione e da respingimenti decretati in modo indifferenziato verso una pluralità di persone, senza la valutazione del singolo caso.
Non risulta chiaro dai dati forniti dalla Prefettura di Agrigento la situazione di 708 migranti sui 3.234 identificati. Per quanto riguarda la differenza tra migranti fotosegnalati 3.234 a fronte dei 4.597 migranti sbarcati, essa è dovuta anche alla possibilità, avallata dalle ultime disposizioni ministeriali, di foto-segnalare nella provincia di destinazione, il migrante trasferito da Lampedusa, che abbia comunque manifestato la volontà di accedere alla protezione internazionale.
Questi dati possono essere incrociati con quelli forniti dall'agenzia Frontex sui rimpatri effettuati dal nostro Paese. Il numero esiguo, come già evidenziato, dipende da diversi fattori: innanzitutto i rimpatri vengono effettuati solo verso quei paesi con cui l'Italia ha un accordo di riammissione (Tunisia, Nigeria, Egitto); inoltre, continua ad essere difficile la collaborazione con le autorità consolari dei diversi paesi ai quali compete l'identificazione delle persone da rimpatriare. Infine, le spese, nonostante l'intervento di Frontex nella gestione dei voli, continuano a essere molto alte.

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3. Alcune riflessioni
Il bilancio del nuovo approccio hotspot a quasi cinque mesi dall'avvio, analizzando i dati e quanto emerso nel corso della visita, non può che considerarsi deficitario ed evidenzia un sostanziale fallimento del programma di ricollocamento e dell'attuazione dei rimpatri, le due direttrici principali su cui è articolato il piano europeo.
Inoltre va segnalata la presenza di alcune criticità nell'attuazione della nuova procedura e di nodi delicati da affrontare e sciogliere coniugando l'esigenza di aumentare l'efficacia del piano
europeo con il rispetto della normativa nazionale e internazionale in materia di asilo e accoglienza.
La difficoltà maggiore rappresentata dalla procedura hotspot è quella dell’identificazione certa delle persone che giungono in Italia. Ciò non significa solo la determinazione dell’identità ma anche dello status e, dunque, delle motivazioni che le hanno portate a emigrare. Il rischio è che il tempo a disposizione, unitamente all’ingente mole di lavoro, incidano negativamente su tali procedure portando a una cernita sommaria di chi può e chi non può fare ingresso in Europa basata su automatismi più che su attente valutazioni che tengano conto degli elementi soggettivi e della storia individuale della persona sbarcata.
L'intero sistema andrebbe riconsiderato partendo dai risultati di questi primi mesi di attuazione: a fronte di un tasso di identificazioni che ha superato l'80%, non corrispondono risultati positivi in termini di persone ricollocate e persone rimpatriate. Unico risultato tangibile è l'aumento di stranieri con in mano un decreto di respingimento differito del Questore che intima di lasciare il nostro paese entro sette giorni, persone che di fatto rimangono poi nel territorio italiano irregolarmente.
Va inoltre ricordato che oltre 153.000 persone sono sbarcate in Italia quest'anno, rispetto ai 170.100 del 2014, con un calo di sbarchi pari al 9%. Gli eritrei hanno rappresentato la comunità di stranieri maggioritaria (38.612), seguiti da cittadini provenienti da Nigeria (21.886), Somalia (12.176), Sudan (8.909), Gambia (8.123), Siria (7.444), Mali (5.752), Senegal (5.751), Bangladesh (5.039) e Marocco (4.486).
Nello stesso tempo si registra un aumento del 23% delle richieste d'asilo in Italia. Secondo i dati forniti dal Presidente della Commissione Nazionale Asilo, nel 2015 (dato aggiornato all’11/12), 79.900 persone hanno chiesto asilo in Italia rispetto alle 64.886 del 2014, e provengono soprattutto da Nigeria, Pakistan, Senegal e Afghanistan. Se alla procedura di ricollocamento come disposto attualmente a livello europeo accedono solo persone provenienti dalla Siria, dall'Eritrea e dall'Iraq, è evidente che la maggior parte dei richiedenti asilo sono destinati a rimanere in Italia e a concludere nel nostro paese la procedura.

D'altra parte, come segnalato dal Governo nella relazione inviata alle Camere sulla proposta di decisione del Consiglio che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell'Italia, della Grecia e dell'Ungheria, il criterio prescelto per individuare i richiedenti bisognosi di protezione internazionale circoscrive l'applicazione della misura a poche nazionalità non risolvendo il problema generale, per l'Italia, dell'accoglienza dei rifugiati provenienti dall'Africa sub-sahariana, il cui flusso verso le nostre coste è intenso e costante.




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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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