Powered by Blogger.

Archivio blog

Search

domenica 15 maggio 2016

Pozzallo, dall'accoglienza alla detenzione, cambiano le sigle e il CSPA diventa Hotspot. Frontex entra nel centro, i consoli identificano, i minori rimangono intrappolati. Una storia indecente che nessuno vuole raccontare.




Pozzallo (Ragusa), sbarchi e trattenimento amministrativo: Hotspot da sempre.

1) Meno di mille richiedenti asilo, ricollocati dall’Italia verso altri paesi europei da quando sono stati aperti i primi Hotspot in Sicilia, dove peraltro è attivo un solo Hub regionale per l’accoglienza, con gravi problemi di gestione del sistema dei trasferimenti, un’emergenza che dura da anni e che oggi dopo l’imposizione degli Hot Spot da parte dell’Unione Europea, si sta ancora aggravando, soprattutto a Lampedusa e nel vecchio CSPA ( Centro di soccorso e prima accoglienza di Pozzallo (Ragusa). Da mesi le cronache riferiscono di sbarchi a Pozzallo, e periodicamente il centro di primo soccorso ed accoglienza si riempie oltre il limite previsto dalla Convenzione, spesso anche con molti minori stranieri non accompagnati trattenuti per settimane.                                                                                                                                                          http://minoristranierinonaccompagnati.blogspot.it/2016/05/minori-stranieri-non-accompagnati-negli.html?m=0                                                                                                                   Adesso il centro è stato ridefinito come Hotspot ed al suo interno è operante un ufficio distaccato dell'Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex).




All’interno dei nuovi Hotspot che poi sono vecchi CSPA (a Lampedusa e Pozzallo (RG), ed un CIE a Trapani Milo), regole del tutto incerte e gravi violazioni dei diritti della persona migrante, a partire dalla durata del trattenimento in assenza di convalida giudiziaria, e dai provvedimenti di respingimento collettivo, che a Pozzallo continuano ancora ad essere notificati. Procedono a rilento i voli congiunti di Frontex per i rimpatri forzati dei cd. migranti economici, di quelli che vengono definiti come migranti “illegali”. Ma  il proposito di dare effettività alle misure di allontanamento forzato, con il quadro normativo differenziato dei singoli stati membri rischia di produrre una procedura inutilmente violenta, su numeri che appaiono del tutto irrisori, che non giustificano neppure l’enfasi posta dai mezzi di informazione sui risultati in termini di maggiore sicurezza per i residenti in Europa e di maggior controllo delle frontiere esterne, come requisito per il mantenimento del regime di libera circolazione introdotto dal Trattato di Schengen.


Questa la base legale degli Hotspot in Italia. Non esistono misure legislative provenienti dall'Unione Europea che possano giustificare trattenimenti prolungati oltre le 24-48 ore. A meno di non applicare le norme in materia di centri di identificazione ed espulsione, con avvocati e convalida giurisdizionale del trattenimento ( art. 14 T.U. n.286 del 1998).

I centri di primo soccorso ed accoglienza sono previsti dall’art. 23 del Regolamento di attuazione 394/1999 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998 e successive modificazioni.

 Art. 23 (Attività di prima assistenza e soccorso)
1. Le attività di accoglienza, assistenza e quelle svolte per le esigenze igienico-sanitarie, connesse al soccorso dello straniero possono essere effettuate anche al di fuori dei centri di cui all’articolo 22, per il tempo strettamente necessario
all’avvio dello stesso ai predetti centri o all’adozione dei provvedimenti occorrenti per l’erogazione di specifiche forme di assistenza di competenza dello Stato.
2. Gli interventi di cui al comma 1 sono effettuati a cura del prefetto con le modalità e con l’imputazione degli oneri a norma delle disposizioni di legge in vigore, comprese quelle del decreto-legge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito dalla
legge 29 dicembre 1995, n. 563.
La funzione dei CSPA, o CPSA come pure si possono definire, è strettamente correlata dunque a quella dei centri di permanenza temporanea (CPT), oggi ridefiniti come centri di identificazione ed espulsione (CIE) ed al sistema di accoglienza nel quale andrebbero sollecitamente sistemati i richiedenti asilo e tutti coloro nei confronti dei quali non vengono adottati nei termini di legge provvedimenti di respingimento o di espulsione, o non vengono immediatamente respinti.

L’art. 14 del Testo Unico sull’immigrazione e gli articoli 20, 21 e 22 del Regolamento di Attuazione n.394 del 1999 disciplinano le modalità di trattenimento amministrativo degli stranieri, trattenuti nei CPT, oggi CIE, comunemente riconosciuta come una limitazione della libertà personale, a partire dalla sentenza della Corte Costituzionale n.105 del 2001. Al riguardo sono imposti dalla legge, in base alla riserva di giurisdizione, tempi assai stretti per l’adozione dei decreti, adottati dal questore, di trattenimento e per la successiva convalida da parte dell’autorità giurisdizionale ( 48 + 48 ore dall’inizio del trattenimento).
La Corte costituzionale, con ordinanza del 22 novembre 2001 n. 385, dichiarava:
- la manifesta inammissibilità della censura rivolta nei confronti dell’art. 20 del Regolamento "trattandosi di disposizione contenuta in un atto privo del requisito della forza di legge";
- la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 14 comma 3 del T.U. sollevata in riferimento all’art. 24 della Costituzione.
Secondo la Corte nel procedimento di convalida del trattenimento l’effettività del diritto di difesa non è compromessa, "potendo comunque lo straniero, fin dall’inizio del trattenimento nel centro, ricevere visitatori provenienti dall’esterno e in particolare il difensore che abbia eventualmente scelto ed essendogli altresì garantita libertà di corrispondenza, anche telefonica (art. 21, commi 1 e 3, del D.P.R. n. 394 del 1999)".
La libertà di ricevere visitatori dall’esterno, tra i quali anche i difensori, e la possibilità di comunicazione telefonica, costituiscono quindi diritti inalienabili che vanno riconosciuti allo straniero sottoposto alla limitazione della libertà personale nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Non ricorrono invece espresse previsioni al riguardo per quanto concerne i CSPA, a fronte della brevità del trattenimento che il Regolamento 394 del 1999 stabilisce espressamente pur non precisando la durata massima, che nella prassi si attesta tra le 48 e le 72 ore. Quando si ecceda tale durata di tempo la situazione delle persone comunque sottoposte ad una limitazione della libertà personale all’interno dei CSPA ( oggi ridefiniti Hotspot) appare peggiore di quella di chi si trova dentro i CIE, nei quali operano avvocati e giudici di pace per le convalide, e del tutto priva di base legale.
La disciplina dei centri di prima assistenza e soccorso, che di seguito definiremo convenzionalmente come CSPA non trova infatti una diretta base legale nel T.U. sull’immigrazione, ma è certamente soggetta a tutte le disposizioni previste dall’ordinamento nazionale e dal diritto dell’Unione Europea per quanto concerne l’ingresso, l’identificazione, la prima accoglienza ed il soccorso di tutti coloro che fanno ingresso nel territorio dello stato dopo essere stati salvati in mare da mezzi civili o militari. Esistono al riguardo norme regolamentari e circolari adottate da parte del ministero dell’interno, che evidentemente si collocano ad un rango gerarchico inferiore rispetto alle fonti legislative interne ed europee. Ed esistono principi costituzionali, come gli’artt. 13 e 24 della Costituzione italiana, che hanno una immediata efficacia precettiva tutte le volte in cui si verificano limitazioni della libertà personale dello straniero ammesso nel territorio dello stato per esigenze di soccorso.

In particolare l’art. 13 della Costituzione italiana vieta qualunque violenza “fisica o morale” ai danni di persone comunque sottoposte a limitazioni della libertà personale, mentre l’art.24 riconosce il diritto di difesa in qualunque grado e fase di un procedimento amministrativo e giurisdizionale. Alla “violenza fisica” il Costituente parifica dunque la “violenza morale” esercitata su persone che sono sottoposte a limitazioni della libertà personale per effetto di provvedimenti o di prassi di polizia.

In Sicilia i centri di prima accoglienza e soccorso sono due, quello di Lampedusa a Contrada Imbriacola e quello di Pozzallo in provincia di Ragusa. Nel corso degli anni, a seconda dell’andamento dei salvataggi in mare, e delle scelte politiche che si sono succedute, anche con riferimento alle attività dell’agenzia europea Frontex per il controllo delle frontiere esterne, in questi centri si sono verificate forme diverse di limitazione della libertà personale dei migranti che vi erano accolti, con proteste e violazioni di legge che sono state oggetto di numerosi articoli giornalistici, di argomentate denunce e da ultimo anche di una importante decisione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che il primo settembre del 2015 ha condannato l’Italia, nel caso Klhaifia, per la violazione, verificata proprio nel CPSA di Lampedusa nel 2011, degli articoli 3,5,13 e dell’art.4 del Quarto Protocollo allegato della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo.

Osservano i giudici di Strasburgo come : “69. Per di più la Corte rileva che le parti sono concordi nell’affermare che la legge italiana non prevede espressamente il trattenimento di migranti che, come i ricorrenti, sono sistemati in un CSPA (paragrafi 54-55 e 59 supra). È vero che l’articolo 14 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (paragrafo 27 supra) prevede tale trattenimento, ma quest’ultimo si applica soltanto agli stranieri che è necessario soccorrere o per i quali devono essere effettuati dei controlli supplementari sulla identità o attendere i documenti di viaggio e la disponibilità di un trasportatore. Ora, non è così nel caso di specie. Inoltre, gli stranieri ai quali è applicabile tale trattenimento sono sistemati in un CIE con una decisione amministrativa sottoposta al controllo del giudice di pace. I ricorrenti, al contrario, sono stati sistemanti di fatto in un CSPA e nei loro confronti non è stata adottata alcuna decisione formale che disponga il loro trattenimento. Su questo punto è opportuno sottolineare che nel suo decreto del l° giugno 2012, il GIP di Palermo ha dichiarato che la questura di Agrigento si era limitata a registrare la presenza dei migranti nel CSPA senza adottare decisioni che disponessero il loro trattenimento e lo stesso valeva per quanto riguardava la sistemazione dei migranti sulle navi (paragrafi 20-21 supra).
70. La Corte conclude che la privazione della libertà contestata era priva di base legale nel diritto italiano.
Questa constatazione è avvalorata da quelle della commissione straordinaria del Senato, che, nel suo rapporto approvato il 6 marzo 2012 (paragrafo 31 supra), ha notato che la permanenza nel centro di Lampedusa inizialmente limitata al tempo strettamente necessario per accertare l'identità del migrante e la legalità della sua presenza sul territorio italiano, si protraeva talvolta per più di venti giorni «senza che fossero state adottate decisioni formali sullo status giuridico delle persone trattenute». Secondo la commissione straordinaria, questo trattenimento prolungato «senza alcuna misura giuridica o amministrativa» che lo prevedesse aveva generato «un clima di tensione molto forte». É anche opportuno ricordare che la sottocommissione ad hoc dell’APCE ha esplicitamente raccomandato alle autorità italiane di «chiarire lo status giuridico del trattenimento de facto nei centri di accoglienza di Lampedusa» e, soprattutto per quanto riguarda i Tunisini, di «mantenere in stato di trattenimento amministrativo i migranti in situazione irregolare soltanto secondo una procedura definita dalla legge, avallata da un organo giudiziario e oggetto di un controllo giudiziario periodico» (si veda il paragrafo 92 punti vi. e vii. del rapporto pubblicato il 30 settembre 2011 – paragrafo 34 supra).
71. Infine, anche supponendo che il trattenimento dei ricorrenti fosse previsto dall’accordo bilaterale con la Tunisia, la Corte rileva che l’accordo in questione non poteva dare al suddetto trattenimento una base legale sufficiente ai sensi dell’articolo 5 della Convenzione. In effetti, il contenuto di tale accordo non è stato reso pubblico (paragrafo 29 supra) e non era dunque accessibile agli interessati, che non potevano pertanto prevedere le conseguenze della sua applicazione (si veda, in particolare, la giurisprudenza citata ai paragrafi 63-64 supra). Inoltre, non vi è nulla che indichi che il suddetto accordo prevedesse delle garanzie adeguate contro l’arbitrio (si veda, ad esempio e mutatis mutandis, Nasroulloïev c. Russia, n. 656/06, § 77, 11 ottobre 2007).
72. Ne consegue che la privazione della libertà dei ricorrenti non soddisfaceva il principio generale della certezza del diritto e contrastava con lo scopo di proteggere l’individuo dall’arbitrio. Dunque essa non può essere considerata «regolare» ai sensi dell’articolo 5 § 1 della Convenzione. Pertanto nel caso di specie vi è stata violazione di tale disposizione.73. Questa constatazione dispensa la Corte dal verificare se la privazione della libertà dei ricorrenti fosse necessaria nelle circostanze del caso di specie (si veda, in particolare, la giurisprudenza citata al paragrafo 65 supra)”


Si può dunque ritenere che il trattenimento amministrativo, o comunque le varie forme di limitazione della libertà personale alle quali sono sottoposte le persone “accolte” nei centri di prima accoglienza e soccorso siano prive di base legale, base legale che non si riscontra nei più recenti atti normativi interni, fino al decreto legislativo n.142 del 2015 o negli indirizzi politici adottati dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione Europea, peraltro privi di efficacia vincolante nei confronti dei singoli stati o direttamente incidenti sul piano del diritto interno, come soltanto può verificarsi per le Direttive non attuate nel termine previsto o inattuate seppure in parte, per i Regolamenti e per le decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Il Centro di prima assistenza e soccorso di Pozzallo è stato caratterizzato nel tempo da una serie continua di proteste per la durata del trattenimento che si è realizzato in quella struttura, per la mancanza di informazioni che si sarebbero dovute impartire agli “ospiti”, e per le condizioni igienico-sanitarie oltre che per la promiscuità che si determinava non appena venivano superati, come spesso avveniva, i limiti di capienza della struttura. Fatti incontestabili, documentati nel tempo da diversi rapporti, da ultimo quello dell’associazione Medici Senza Frontiere (MSF), che ha deciso alla fine del mese di dicembre del 2015, di interrompere la sua attività all’interno del centro.


Soprattutto a partire dall’avvio dell’operazione Mare Nostrum ( 18 ottobre 2013) la struttura di Pozzallo veniva sovraccaricata da un numero altissimo di ingressi di persone che, in assenza di un piano di accoglienza nazionale, adottato soltanto nel mese di luglio del 2014, erano costrette a restare per settimane nei centri di prima accoglienza e soccorso siciliani, anzi precisamente in quello di Pozzallo, perché per tutto il 2014 il CSPA di Lampedusa funzionava soltanto con una capienza minima, per la scelta del governo di non sbarcare in un isola tanto piccola i migranti soccorsi in mare.
Si può calcolare che nel corso del 2014 oltre 30.000 persone siano state “accolte”, meglio transitate, nel CSPA di Pozzallo, e che la maggior parte di loro si siano allontanate dopo il foro segnalamento, ma prima che venissero prelevate le impronte digitali, anche perché il Regolamento Dublino ed il correlato Regolamento Eurodac allora vigenti non prevedevano in tempi immediati l’espletamento di queste rilevazioni, generalmente rinviate al momento della formalizzazione della domanda di asilo con il modello C 3. Il centro di Pozzallo, soprattutto a partire dalla primavera del 2014 era comunque caratterizzato da continue proteste per l’affollamento, le condizioni igienico-sanitarie, il trattenimento di minori non accompagnati in promiscuità con adulti, e in genere la durata del trattenimento, ben oltre le 48-72 ore consentiti dalla prassi amministrativa .

La situazione peggiorava notevolmente dopo la circolare del Ministero dell’interno del 26 settembre 2014, che imponeva, in un suo allegato da distribuire ai migranti, il prelievo generalizzato delle impronte digitali, subito dopo l’ingresso nei CSPA ed anche con il “ricorso all’uso della forza”, una circolare che rimaneva affidata nella sua concreta attuazione alla discrezionalità delle forze di polizia che nel tempo ed a seconda delle condizioni di affollamento della struttura di Pozzallo ne facevano una applicazione differenziata, anche a seconda della provenienza nazionale delle persone “accolte” nel centro.

Da quel momento, e negli stessi giorni in cui veniva avviata a livello europeo l’operazione “Mos maiorum” tendente ad intensificare i controlli di polizia sui migranti comunque entrati irregolarmente nell’area Schengen, si susseguivano numerosi episodi di protesta. E non mancavano denunce ed esposti sull’assenza di basi legali dell’identificazione “forzata” dei migranti attraverso il prelievo delle impronte digitali. Materia coperta da riserva di legge, sulla quale non si può ritenere sufficiente una determinazione dell’autorità amministrativa.
Questa una sintetica rassegna dei più rilevanti episodi di protesta verificatisi nel CSPA di Pozzallo a partire dal 2012 e poi nel corso del 2013 e del 2014, poi proseguite anche per tutto il 2015.

Nel 2012 già a marzo, snel centro di soccorso e prima accoglienza di Pozzallo, sciopero della fame e tensione alle stelle


Nel 2013 a giugno, il regime di trattenimento amministrativo si alterna a periodi nei quali si lascia la possibilità di uscire a piccoli gruppi che dovrebbero farev rientro nel centro dopo qualche ora. Aumentano i casi di allontanamento.
“Da 2 giorni agli ospiti, che prima venivano trattenuti nella struttura, è data la possibilità di allontanarsi. Un agente di Polizia in servizio al momento della nostra visita, ci dice che è permessa loro l’uscita a gruppi di massimo 50 persone al giorno senza obbligo di far ritorno in quanto richiedenti asilo "senza obbligo di dimora". 
Un gruppo di  giovani eritrei ci raccontano invece che è consentito di uscire solo a 40 persone al giorno e che in realtà questo diversivo è possibile solo 1 volta alla settimana per ciascuno di loro e per la durata massima di 5 ore.  I ragazzi, sorridenti, ci dicono che quello è "un giorno di festa" per loro”.


Nel 2013, a settembre, fotosegnalamenti con prelievo forzato delle impronte digitali, cominciano le fughe di massa


Sempre nel mese di settembre del 2013, una visita del deputato Erasmo Palazzotto conferma il trattenimento amministrativo oltre i termini di legge e la presenza di minori non accompagnati in promiscuità con adulti
"Gravi mancanze, in particolare per quanto riguarda la situazione dei minori non accompagnati". È stato il commento del deputato di Sinistra Ecologia e Libertà Erasmo Palazzotto in visita in alcune strutture che ospitano i migranti sbarcati sulle coste siciliane. Secondo Palazzotto, inoltre, i minori sarebbero ospitati “in condizioni di promiscuita”, si legge in un comunicato, e "per periodi superiori a quelli previsti dalla legge". Sulla gestione, poi, degli immigrati egiziani Palazzotto sottolinea: "Sono respinti in blocco, mentre le norme lo vietano espressamente. Inoltre a loro è impedito di entrare in contatto con le associazioni umanitarie e di essere messi nelle condizioni di richiedere l'asilo politico, nonostante la grave situazione di instabilità e violenza in cui è caduto il loro paese. Ed aggiunge: In merito a queste situazioni, nei prossimi giorni presenterò una interrogazione parlamentare all'indirizzo del ministro degli Interni, Angelino Alfano".


Nel 2014, a gennaio, finiscono a Pozzallo anche alcuni migranti sbarcati a Lampedusa dopo la strage del 3 ottobre 2013
https://eritreademocratica.wordpress.com/2014/01/23/da-migranti-a-detenuti/
http://www.terrelibere.org/4726-pozzallo-peggio-di-lampedusa-chaouki-denuncia-pestaggi-e-sparizioni/

Nel corso del 2014, in particolare durante l’estate, si verificavano evidenti disparità di trattamento, anche a seconda della nazionalità dei migranti sbarcati nel porto di Pozzallo con un innalzamento esponenziale della tensione all’interno di quello che veniva definito come CSPA, ma all’interno del quale, per periodi determinati si verificava una totale limitazione della libertà personale degli “ospiti”.


Sempre nel 2014 non manca un caso di tentato suicidio, segno evidente della tensione che covava all’interno della struttura di Pozzallo

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2014/01/un-immigrato-tenta-il-suicidio-pozzallo.html

Sempre nel 2014 non mancano i problemi gestionali, il centro viene chiuso e poi riaperto tra le proteste anche da parte delle forze dell’ordine. Il centro continua ad alternare fasi nelle quali si applica il trattenimento amministrativo con una totale limitazione della libertà personale, ad altre fasi nelle quali invece si consente la possibilità di uscita giornaliera per qualche ora. Continuano le fughe di massa. Una interrogazione parlamentare, dopo una visita ispettiva, denuncia la natura del centro come luogo nel quale si pratica la limitazione della libertà personale a tempo indeterminato.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2014/01/la-chiusura-del-cpsa-di-pozzallo-ragusa.html
http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2014/04/protesta-del-silp-cgil-di-ragusa-per-le.html
Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-03479 presentato da LOREFICE Marialucia testo di Giovedì 6 febbraio 2014, seduta n. 168 LOREFICE , SILVIA GIORDANO , MANTERO , CECCONI , BARONI , DALL'OSSO , DI VITA e GRILLO . — 
Al Ministro per l'integrazione, al Ministro dell'interno . — Per sapere – premesso che: sono anni che si assiste ad un continuo flusso migratorio di uomini verso le coste italiane, essendo l'Italia una terra di frontiera e un ponte per l'Europa; i centri di primo soccorso e assistenza dovrebbero essere luoghi di transizione per i migranti, e invece spesso presentano situazioni di perenne degrado, I servizi che dovrebbero essere offerti, nonostante i fondi stanziati dal Ministero dell'interno, sono insufficienti o in molti casi assenti;il Centro di primo soccorso e accoglienza di Pozzallo dovrebbe soddisfare esigenze di transito solo per 24-72 ore, e invece i tempi di detenzione dei migranti in tale struttura sono molto più lunghi, anche di diverse settimane. A fronte di una capienza massima di 190 posti, il centro ospita oggi circa 250 migranti; la struttura adibita a ricovero per i migranti non ha una mensa; i pasti vengono consumati seduti sui materassi o in fila nel cortile; non funzionano né il servizio di lavanderia né quello di barberia; i servizi e le condizioni igieniche sono carenti. Il dormitorio è un'immensa stanza con materassi sporchi e sottili stipati per terra e senza lenzuola, dove uomini, donne e minori dormono testa piede. Il reparto femminile, che esisteva nel 2011, è scomparso. Le minime esigenze di privacy sono costantemente violate: gli uomini e le donne sono sorvegliati da telecamere e guardati a vista dalla polizia presente 24 ore su 24. Lamentano di non poter comunicare con le autorità perché non c’è un mediatore inglese. Nessuno dei migranti del centro ha ricevuto una corretta informazione sulle leggi in vigore, sui loro diritti, sulla loro possibilità di chiedere l'asilo; la condizione dei minori somali ed egiziani non accompagnati è gravissima: sono trattenuti nel centro da più di due mesi, senza tutela, in violazione del diritto nazionale e internazionale; nella stragrande maggioranza dei casi i migranti sono persone in fuga da conflitti e essere accolti con tutti i dovuti standard e nel rispetto del diritto internazionale.Essi sono vittime di arresti sommari e persecuzioni nei Paesi d'origine, fuggiti spesso a piedi attraverso il deserto del Sahara e poi sopravvissuti nella Libia post-Gheddafi che discrimina e caccia gli africani di pelle nera. Alcuni sono stati detenuti per mesi o per anni nei famigerati lager libici dove hanno subito abusi, torture e stupri; una parte dei migranti accolti nella tendopoli del PalaNebiolo a Messina è stata condotta nella Palestra dell'istituto Comprensivo «Antonio Amore» di Pozzallo per la cronica assenza di posti nei veri centri di accoglienza del sistema Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) o Sprar (Servizio per la protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati), già messi a disposizione; le forze dell'ordine che presidiano il Centro di prima accoglienza di Pozzallo hanno difficoltà a gestire la situazione per la scarsità di risorse umane delle forze dell'ordine nella provincia di Ragusa (come già evidenziato in altra precedente interrogazione n.4-01653); i trasferimenti dei migranti avvengono con ritmi molto lenti e ciò ha portato a tensioni per ragioni di differenti nazionalità, culture e religioni; è stato anche posto in essere uno sciopero della fame per ottenere condizioni di trattamento migliori riguardo i luoghi dove vengono ospitati e trasferimenti più rapidi; i responsabili del comitato antirazzista «Restiamo Umani», che hanno sostenuto la protesta dei migranti, hanno fatto sapere come «ancora una volta ci troviamo innanzi all'ennesima forma arbitraria di detenzione dei migranti»; pur essendo stata aperta una ulteriore commissione territoriale le procedure per il rilascio degli status continuano ad essere molto lente; la prima firmataria del presente atto, pur avendo fatto presente che dai colloqui informali con i migranti è emerso che la tipologia di dieta alimentare del Centro di prima accoglienza non è consona alle loro abitudini, con conseguenti malesseri fisici dagli stessi lamentati, come la dissenteria, ha constatato che nulla in tal senso è stato fatto, neanche la semplice sostituzione della pasta con il riso–: se il Ministro interrogato intenda intervenire sul fenomeno «immigrazione» in modo strutturale e non solo emergenziale, come finora è stato fatto, adoperandosi affinché chi di competenza garantisca nel Centro di prima accoglienza di Pozzallo servizi di assistenza alimentare, rispettando le differenti culture delle persone ospitate e aumentando il numero delle commissioni territoriali, così da poter velocizzare l'iter burocratico per il rilascio dello status di rifugiato e di asilo politico; se non ritenga opportuno verificare, d'intesa con gli enti territoriali competenti, la gestione e la trasparenza dei contratti pubblici d'appalto dei servizi offerti e riferire l'esito dei sopralluoghi effettuati nelle strutture, pubblicando i dati sul sito istituzionale del Ministero dell'interno; se non intenda supportare gli enti locali nella creazione di un presidio stabile e nel miglioramento del CPSA, inidoneo ad ospitare i migranti per oltre 48 ore, come invece accade spesso, nonché nel velocizzare le procedure di trasferimento al fine di evitare inutili tensioni tra forze dell'ordine e migranti; se ritenga necessario vigilare e monitorare le strutture affinché nelle stesse vengano rispettati i diritti umani fondamentali. (4-03479) 

http://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_03479_17

Nel corso del 2014, all’interno del CSPA di Pozzallo continua il prelievo forzato delle impronte. Ecco alcune immagini durante le proteste dei migranti durante le procedure di fotosegnalamento.
https://www.youtube.com/watch?v=dqzdDGWE_-M

La Circolare ministeriale del 26 settembre 2014, prevedeva in un allegato, poi riprodotto in un foglietto distribuito ai migranti trattenuti nel centro, il prelievo delle impronte digitali “anche con il ricorso all’uso della forza”. Da quel momento, salve rare eccezioni per allentare la tensione, il centro funzionerà a porte chiuse, con ua totale limitazione della libertà personale di migranti trattenuti all’interno della struttura per giorni e talora per settimane, anche se minori non accompagnati, in assenza di qualsiasi provvedimento formale e di convalide giurisdizionali.


Partono le prime interrogazioni al Parlamento Europeo, ma non ci sono chiarimenti sulle basi legali del trattenimento prolungato all’interno di una struttura che dovrebbe essere destinata al soccorso ed alla prima “accoglienza” dopo lo sbarco.
http://meridionews.it/articolo/33766/picchiati-con-lelettricita-il-caso-pozzallo-a-bruxelles-interrogazione-di-spinelli-sulle-presunte-violenze-polizia/

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2014/10/il-ministero-dellinterno-non-risponde.html
http://barbara-spinelli.it/2015/05/13/interrogazione-sulluso-della-forza-nel-prelievo-delle-impronte-dei-migranti-a-pozzallo-e-lampedusa/

http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/05/29/succede-pozzallo/
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2015-007777+0+DOC+XML+V0//IT

La tensione all'interno del centro di prima accoglienza e soccorso di Pozzallo aumenta ancora per effetto delle identificazioni consentite alle autorità consolari dei paesi con i quali l'Italia ha stretto accordi di riammissione, autorità consolari accompagnate da interpreti che mentre erano in corso le procedure di identificazione e prima che fosse consentito accesso alle procedure di protezione internazionale, potevano entrare all'interno della struttura, ai fini dell'attribuzione della nazionalità e del successivo rimpatrio forzato, come è avvenuto negli anni con centinaia di egiziani e nigeriani. Nel mese di agosto del 2015, una visita della Campagna LasciateCientrare, già autorizzata dal Ministero dell'interno, veniva rinviata a data da destinarsi da parte della prefettura di Ragusa, proprio con la dichiarazione scritta che all'interno della struttura erano in corso le identificazioni consolari, e che dunque si sarebbero verificate possibili tensioni. Come se non bastasse a creare tensioni il ricorso all'uso della forza nel prelievo delle impronte digitali.

  20 agosto  2015 
                                                
   Spett.le Referente “Campagna LasciateCIEntrare”                    
                                                                              p.c.       alla Questura di Ragusa  


     OGGETTO: richiesta di accesso al C.P.S.A. di Pozzallo.

                       “Campagna LasciateCIEntrare”

                       Si fa riferimento alla richiesta di autorizzazione  per l’accesso al C.P.S.A. di Pozzallo di una delegazione di giornalisti, avvocati ed attivisti,  per i giorni 21 agosto e 15 settembre 2015, per la quale il  superiore Ministero dell’Interno ha fornito il proprio favorevole avviso.

                      Al riguardo, tuttavia, la Questura di Ragusa informa che domani 21 agosto c.a., inizieranno le operazioni di identificazione dei migranti presenti presso il predetto CPSA, cui parteciperanno le Autorità Consolari di riferimento.                   

                    Alla luce di quanto precede, dunque, per tali sopraggiunte esigenze, al momento non si ravvisano le condizioni  necessarie e compatibili con tale attività di identificazione, nonché per la  sicurezza dei Signori  Delegati.
                   Tale accesso, previe intese con questo Ufficio, potrà avvenire ad operazioni di identificazione completati che, si presume, si protrarranno per vari giorni.
                                                                                                 P.IL PREFETTO
                                                                                             Il Viceprefetto Vicario

Alla fine del 2015, nel mese di dicembre, giunge il richiamo della Presidente della Camera Laura Boldrini, già portavoce in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che si esprime contro il prelievo forzato delle impronte digitali nelle operazioni di foto segnalamento dei migranti che sono sbarcati in Italia per ragioni di soccorso.

Roma, 30 dicembre 2015 - "Siamo stati chiamati a fare di piu' per le impronte digitali, per identificare le persone che arrivano: ritengo che sia giusto farlo, ma e' anche vero che ci sono problemi a volte insormontabili, quando le persone si rifiutano di dare le impronte digitali perché vogliono raggiungere un altro paese, dove hanno magari parenti o migliori condizioni di accoglienza. E' difficile utilizzare la forza e non credo che sia questo il modo".


Appare ormai evidente quanto l’avvio degli Hot Spots voluti dal Consiglio Europeo risulti di difficile realizzazione e di modesto impatto operativo, al punto che due dei cinque hotspot previsti in Sicilia, ad Augusta (Siracusa) e a Porto Empedocle ( Agrigento) non hanno mai aperto i battenti. Ed adesso si sta cercando di delocalizzareil cd. "'approccio Hotspot", con la istituzione di Hotspot galleggianti.

Dopo avere parlato di "campi di concentramento" a proposito dei nuovi Hot Spots, il capo del Dipartimento libertà civili del Ministero dell'interno Morcone, precisava la sua posizione. Appariva evidente fin dal principio che per coloro che rifiutavano il prelievo forzato delle impronte digitali, subito dopo lo sbarco, si sarebbe prospettato l’internamento in un centro di detenzione amministrativa. Si taceva però la circostanza che a fronte di circa 5.000 posti previsti per i nuovi Hot Spots da attivare in Italia, il sistema dei CIE (centri di identificazione ed espulsione) non garantiva più di 500-700 posti, e risultava in parte inagibile, come nel caso del CIE di Trapani Milo. In realtà, nei confronti di chi si rifiutava di rilasciare le proprie impronte digitali si praticavano forme diverse di limitazione della libertà personale, al di fuori dei casi previsti dalla legge e senza alcun controllo giurisdizionale, sulla base di misure discrezionali di polizia, come nel caso, ad esempio di profughi trattenuti nel CPSA di Contrada Imbriacola a Lampedusa per oltre un mese. E per chi non trovava posto nei CIE o nei Centri di prima accoglienza utilizzati in funzione detentiva, veniva adottato un provvedimento di respingimento differito con “intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale”.

http://www.asgi.it/approfondimenti-speciali/migranti-nei-futuri-hotspot-gia-emessi-centinaia-di-respingimenti-differiti/

Le prospettive sulla rilocazione di 120.000 migranti da Grecia ed Italia verso altri paesi europei, una linea di intervento, che si sarebbe dovuta assortire alla entrata in funzione degli Hot Spots sortivano intanto effetti minimi, nell’ordine di qualche centinaio di persone. La decisione della Germania di garantire accoglienza ad oltre un milione di persone, se profughi siriani, eritrei o irakeni, rompeva tutti gli assetti delle frontiere europee ed innescava una reazione difensiva da parte di molti paesi che si rifiutavano a dare corso alle operazione di “rilocation” proposte dalla Commissione Europea. Durante tutta l’estate si moltiplicavano le barriere ed i muri tra i diversi paesi europei, con la sospensione parziale della libertà di circolazione dettata dal Regolamento Schengen, e più di recente con lo sbarramento della frontiera tra Grecia e Macedonia. L’inasprimento dei controlli sulla cd. “rotta balcanica” determina adesso una ripresa delle partenze dalla costa libica, dopo una fase di forte calo, dovuto anche alle condizioni sempre più critiche della sicurezza su territori nei quali si espandeva la presenza militare dello stato islamico.


http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-com-on-relocation-deal.pdf

 
 https://euobserver.com/migration/130401
http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-summit-refugee-crisis-prel.pdf

La disciplina dei nuovi Hotspots resta intanto priva di una base legale, tanto a livello europeo quanto a livello italiano. In Italia si è ritenuto di potere adottare normative sulla base di circolari ministeriali o prefettizie, mentre la materia è interamente soggetta alla riserva di legge imposta dall’art. 10 della nostra Costituzione.
La realtà in Sicilia ed in altre regioni è rimasta molto lontana dalla progettazione degli Hot Spots e di fatto si è consolidata una politica di selezione e di respingimento.
 
http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-com-managing-refugee-crisis-com-490-annex-1.pdf 

http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-com-managing-refugee-crisis-com-490-annex-2.pdf 

http://eulawanalysis.blogspot.be/2015/09/hotspots-for-asylum-applications-some.html

 Nei nuovi Hot Spot che "ci chiede l'Europa", si è avviata intanto una stretta collaborazione tra gli agenti di EASO, Agenzia europea che dovrebbe "supportare" l'Italia nella "gestione" dei richiedenti asilo, e quelli di Frontex che dovrebbe organizzare i voli di rimpatrio per quelli che saranno definiti "migranti economici", oppure provenienti da "paesi terzi sicuri", con la presenza di consoli che vanno e vengono per identificare gli uni e gli altri. Ed a velocizzare le operazioni dovrebbero arrivare le pattuglie europee denominate RABIT. Di fatto si è violata la Convenzione di Ginevra e si sono violate le Direttive dell’Unione Europea che non impongono all’Italia l’adozione di una lista di “paesi terzi sicuri” e che non discriminano a seconda della nazionalità chi entra a qualsiasi titolo nel territorio dello stato e vanta il diritto soggettivo perfetto di accedere quanto meno ad una procedura di asilo.


http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/proposal-implementation-
package/docs/communication_on_managing_the_refugee_crisis_annex_3_en.pdf
http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/09/rimpatri-forzati-ed-accordi-con-i-paesi.html

La Commissione Europea, su mandato del Consiglio, aveva chiarito, al di fuori di un autentico processo legislativo, e dunque senza alcun valore vincolante per gli stati,  come dovrebbero funzionare queste nuove strutture di prima identificazione e di selezione dei migranti, con una netta separazione dei richiedenti asilo dai cd. migranti economici, ma le prassi applicate rimangono eterogenee e distanti dal rispetto degli standard richiesti a livello europeo.


http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/proposal-implementation-

package/docs/communication_on_managing_the_refugee_crisis_annex_3_en.pdf
http://eulawanalysis.blogspot.be/2015/09/hotspots-for-asylum-applications-some.html 

IL CIR: GLI HOTSPOT SONO I NUOVI CIE! 
Roma 24 settembre 2015
Comunicato stampa
CIR: Consiglio Europeo luci e ombre, mancano misure fondamentali per proteggere le persone
Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) giudica gli esiti del Consiglio Europeo e della politica comunitaria in materia di asilo insufficienti.
Riconosciamo che per la prima volta in Europa si delineano delle risposte comuni alla crisi che sta investendo il continente. Di fronte alle migliaia di persone intrappolate ai confini di vari Paesi membri, in assenza di risposte di accoglienza e protezione adeguate, si gettano le basi per superare il Sistema Dublino attraverso la ricollocazione di 120mila persone. Un fatto epocale, ma una misura che non è sufficiente di fronte alla sfida che ci troviamo ad affrontare.
“In primo luogo appare molto limitante che siano considerati eleggibili per il ricollocamento solo richiedenti asilo ritenuti in “chiaro bisogno di protezione”, ovvero provenienti da 2-3 nazionalità. Un altro rischio è che questa misura non diminuisca minimamente i movimenti secondari all’interno dell’Unione, ma ne cambi solo le rotte. Temiamo che il richiedente asilo non cercherà più di arrivare in Germania dalla Grecia, ma dalla Lituania. Noi proponiamo che ogni ricollocamento sia obbligatoriamente legata o ai legami familiari e culturali delle persone o a un chiaro progetto di integrazione personalizzato e finanziato dall’Unione Europea in Stati Membri attualmente, in molti casi, impreparati a ricevere e integrare rifugiati” dichiara Christopher Hein Portavoce del CIR.
“Nel disegno presentato, inoltre, il ricollocamento funziona solo se collegato al meccanismo degli hot spot che dovrebbero essere i punti in cui viene garantito il fotosegnalamento di quanti arrivano in Europa. Il CIR insiste nel chiedere che in questi luoghi tutti i cittadini stranieri in arrivo siano informati sul diritto di chiedere asilo, come previsto dalla normativa italiana e comunitaria, e che siano, in tempi molto brevi, intervistati attraverso colloqui individuali per valutare i loro legami familiari e culturali al fine del ricollocamento. Temiamo invece che questi luoghi, che sembrerebbero inevitabilmente di detenzione amministrativa, divengano dei nuovi CIE” continua Fiorella Rathaus Direttrice del CIR.
Ma in particolare preoccupa l’assenza, in tutto il programma delineato dalle istanze comunitarie, di modalità di ingresso legali per le migliaia di rifugiati che premono ai confini europei. Non si parla delle vie legali di accesso come: l’utilizzo di visti umanitari, un programma di reinsediamento che dia risposte numeriche adeguate alle esigenze dettate dalla crisi siriana, la possibilità di chiedere asilo dalle rappresentanze consolari. Come CIR siamo convinti che questa sia l’unica via per garantire il rispetto della vita e la protezione dei rifugiati che cercano di arrivare in Europa.
“È stato gettato un primo mattone per la costruzione di un vero sistema d’asilo comune in Europa. Ora è di fondamentale importanza che la reale protezione delle persone venga messa al centro di questo disegno” conclude Hein.

Il tema della libertà personale e dei controlli giurisdizionali, imposti peraltro dall’art. 13 della nostra Costituzione, risulta assai delicato, investendo la materia del trattenimento amministrativo che è sottoposto a precisi limiti procedurali, anche in base all’art.5 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo
Diritto alla libertà e alla sicurezza
1.Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge:
(f) se si tratta dell’arresto o della detenzione regolari di una persona per impedirle di entrare illegalmente nel territorio, oppure di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione.
2. Ogni persona arrestata deve essere informata, al più presto e in una lingua a lei comprensibile, dei motivi dell’arresto e di ogni accusa formulata a suo carico.
3. Ogni persona arrestata o detenuta, conformemente alle condizioni previste dal paragrafo 1 c del presente articolo, deve essere tradotta al più presto dinanzi a un giudice o a un altro magistrato autorizzato dalla legge a esercitare funzioni giudiziarie e ha diritto di essere giudicata entro un termine ragionevole o di essere messa in libertà durante la procedura…(omissis).

Per quanto riguarda il trattenimento amministrativo nei vecchi CIE la Corte di Cassazione mette paletti ben precisi che limitano la discrezionalità delle forze di polizia. Occorre considerare che per molti migranti qualificati negli Hot Spots come “migranti economici”, come nel caso di cittadini marocchini, non ci sono effettive probabilità di espulsione, a fronte della scarsa collaborazione degli agenti consolari o diplomatici dei paesi di origine. Di fatto si ribalta la previsione della Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri che stabilisce limiti precisi alla detenzione amministrativa prima dell'esecuzione delle misure di allontanamento dal territorio dello stato.

http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/nei-cie-solo-in-vista-dellespulsione 

Senza un sistema efficace di rimpatrio che garantisca i diritti fondamentali che spettano a tutti, anche ai cittadini stranieri irregolari, e senza centri di detenzione che possano garantire il trattenimento di coloro, e saranno migliaia di persone, che dovessero essere considerate come "migranti economici" o provenienti da "paesi terzi sicuri", tutta questa manovra (finora pubblicitaria) sugli Hot Spot si trasformerà nell'ennesimo tentativo fallito di controllo delle frontiere senza tenere in minimo conto la necessità ormai inderogabile di stabilire canali legali di ingresso per lavoro ( che non sia la ridicola carta blu per i migranti altamente specializzati) e canali umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni. Anche le risorse economiche stabilite per queste politiche appaiono del tutto irrisorie rispetto alle dimensioni sociali ed umane delle migrazioni forzate oggi in corso.


http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/proposal-implementation-package/docs/communication_on_managing_the_refugee_crisis_annex_7_en.pdf

 Se i governanti europei avessero avuto un minimo di coraggio, oltre che di sano realismo, sarebbero state possibili altre scelte, come l'applicazione della Direttiva 2001/55/CE prevista proprio per i casi di "afflusso massiccio di profughi" ed una riforma sostanziale del Regolamento Dublino, con la creazione di un vero  proprio "diritto d'asilo europeo". Si è preferito invece andare in direzione opposta, con misure di polizia e con accordi con i paesi di transito, anche quando sono governati da personaggi di dubbia propensione democratica come Erdogan, nel caso della Turchia. E poi ci si affida ad operazioni militari già fallimentari come EUNAVFOR MED.


http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-meijers-cttee-eunavfor.pdf

http://www.statewatch.org/news/2015/sep/ep-refugees-military-action-prel.pdf


2) Dai centri di primo soccorso ed accoglienza (CPSA) ai nuovi Hot Spots. Cambiano i nomi non variano la sostanza e le procedure.

Dietro l’operazione mediatica imbastita sugli Hot Spots, centinaia di minori stranieri non accompagnati, molte giovani ragazze provenienti dall’Africa sub sahariana, sono a rischio di abbandono e potenziali vittime di tratta.

I nuovi Hot Spots ( che si sarebbero dovuti aprire entro la fine di novembre, in Italia ben cinque nella sola Sicilia, a Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani ed Augusta) finalizzati esclusivamente al prelievo delle impronte digitali ed alla distinzione tra richiedenti asilo e "migranti economici", anche nella loro attuale configurazione di centri di prima accoglienza, non stanno garantendo il rispetto dei diritti fondamentali dei soggetti più vulnerabili, per il loro sesso, per l'età minore o perchè sono state già vittime di tratta o di torture. All'interno di queste strutture opera soltanto personale di polizia o rappresentanti delle associazioni convenzionate che sono strettamente legate ( da una convenzione appunto) al ministero dell'interno ed alle Prefetture.


http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/le-autorita-respingono-potenziali.html?spref=fb 

Gli Hot Spots permettono di aggirare il precetto fondamentale della Convenzione di Ginevra e delle Direttive europee in materia di protezione internazionale, ribadito fino all'ultimo decreto legislativo 142/2015 entrato in vigore il 30 settembre scorso, secondo cui il diritto di chiedere asilo è un diritto inalienabile della persona, un diritto soggettivo che non può essere negato per interi gruppi a seconda della cittadinanza, un diritto che non può essere escluso da una valutazione discrezionale della polizia, magari poche ore dopo l'ingresso nel territorio dello stato.

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2015-09-15&atto.codiceRedazionale=15G00158&elenco30giorni=false 

http://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/protezione-internazionale-le-nuove-norme-analizzate-dallasgi/ 

 Nessuno rompe muro di silenzio che caratterizza queste strutture nelle quali si arriva persino a vietare una visita già autorizzata perchè le identificazioni in corso da parte delle autorità consolari potrebbero determinare situazioni di tensione. Autorità consolari che hanno libero accesso nei centri di prima accoglienza, prima che sia possibile identificare i soggetti vulnerabili e prima che sia consentito a tutti, sulla base di una corretta informazione, la formalizzazione di una richiesta di asilo.

  
                                                                                                           
La situazione all'interno del CPSA di Pozzallo non è dunque mutata con la sua trasformazione in HOT SPOT.  Le identificazioni attraverso il prelievo delle impronte digitali avvenivano già a settembre del 2014 e continuano ad avvenire anche adesso, quando occorre arrivano anche le autorità consolari a preparare i rimpatri, le rilocazioni in altri paesi europei, dopo l'operazione gestita direttamente dal ministro Alfano a Lampedusa, non si sono ripetute. Si continuano a verificare invece i respingimenti collettivi con provvedimenti fotocopia adottati dai questori di diverse province siciliane.

La durata del trattenimento nei nuovi HOT SPOTS, quando non vi sia la disponibilità al prelievo immediato delle impronte digitali, come già avveniva peraltro nelle altre strutture di prima accoglienza, si protrae ben al di là dei termini massimi di legge e non ci sono strumenti per garantire i diritti fondamentali davanti ad una istanza giurisdizionale. Tutto rimane rimesso alla discrezionalità delle autorità di polizia in evidente contrasto con i principi affermati negli articoli 3,10,13 e 24 della Costituzione italiana. Per non parlare della montagna di leggi, Direttive dell'Unione Europea e Convenzioni internazionali che vengono violate, a partire dalla Convenzione di New York a garanzia dei diritti dei minori che stabilisce la presunzione di minore età e l'obbligo in capo alle autorità amministrative, di considerare, in ogni provvedimento che adottano, "il superiore interesse del minore".


http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/visita-al-centro-di-prima-accoglienza.html 

Quando negli Hot Spots non ci sono più posti, come si sta già verificando, coloro che vengono ritenuti dalla polizia come "migranti economici" non vengono neppure messi nelle condizioni di fare richiesta di asilo e di formalizzare una istanza di protezione internazionale o umanitaria,  ricevono dal questore un provvedimento di respingimento differito,  seguito nella maggior parte dei casi dalla "intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale". Di fatto la sanzione di una condizione di invisibilità e di clandestinità, perchè da quel momento in poi le persone con quel foglietto in mano non potranno più trovare accoglienza all'interno del sistema di accoglienza ( CPA, CPSA e CARA, Centri SPRAR) italiano. E non potranno certo raggiungere entro sette giorni la frontiera di Fiumicino Aeroporto, come si indica nei provvedimenti di respingimento distribuiti dalle questure, senza mezzi economici e senza documenti di identità.

http://siciliamigranti.blogspot.it/2015/10/migranti-respinti-catania-e-siracusa.html 

http://catania.meridionews.it/articolo/37310/storie-di-migranti-da-lampedusa-al-foglio-di-via-sul-barcone-ci-hanno-detto-di-seguire-le-stelle/ 

Alcuni di quei centri che dovrebbero funzionare come Hot Spot ( quelli di Lampedusa, ed a breve quelli di Pozzallo, in provincia di Ragusa, e di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento), si riempiono periodicamente anche di minori stranieri non accompagnati, che rimangono all'interno di queste strutture per un tempo indeterminato in violazione di tutte le norme di legge e di regolamento che stabiliscono limiti precisi ai casi di trattenimento amministrativo attuato dalle forze di polizia. Altre volte, coloro che sono identificati allo sbarco come minori vengono condotti direttamente in centri di prima accoglienza, in alcuni casi si tratta di centri per minori, in altri invece, anche a seguito della difficoltà di accertare esattamente l'età al momento dello sbarco, e spesso perchè i trafficanti li hanno indirizzati a dichiarare la maggiore età, sono condotti in centri per adulti. 
  
Evidentemente le attività di monitoraggio al momento dello sbarco non riescono ad individuare immediatamente e ad offrire adeguata protezione ad un numero crescente di giovani, soprattutto donne, che hanno già subito abusi di ogni genere nei paesi di transito, in particolare in Libia, e che una volta entrate in Italia sono abbandonate in strutture spesso prive persino del mediatore linguistico. Per non parlare della cronica mancanza di psicologi e di medici specializzati nella cura dei traumi da tortura e stupro. 

Alcune questure siciliane, inoltre, come quelle di Agrigento e Siracusa, continuano ad adottare provvedimenti di respingimento “differito”, ai sensi dell’art. 10 comma 2 del T. U, 286 del 1998, nei confronti di ragazze e donne nigeriane appena arrivate in Italia, quando anche le minori dichiarano di essere maggiorenni, che vengono quindi trasferite in centri di identificazione ed espulsione, soprattutto a Ponte Galeria (Roma). È qui che tali provvedimenti vengono convalidati. Con il rischio per queste migranti di subire una successiva deportazione in Nigeria, senza avere avuto accesso alla procedura di asilo e senza neppure avere avuto la possibilità di impugnare il provvedimento di respingimento adottato da una questura lontana oltre mille chilometri dal luogo di trattenimento

Secondo una inchiesta pubblicata da L’Espresso, nei primi cinque mesi del 2014 erano sbarcate in Italia 218 donne nigeriane, tutte giovanissime, 1400 in tutto l’anno. 
Nei primi cinque mesi del 2015 ne sono già arrivate 698, tre volte tante, più che in tutto il 2014. Secondo l’OIM, il 70 per cento delle ragazze che arrivano in Italia dalla Nigeria è destinata alla prostituzione. Ma molte di loro non accettano questa semplificazione e chiedono comunque rispetto per quella che avvertono talvolta come una scelta necessitata. Moltissime chiedono un’attività lavorativa, una qualche possibilità di inserimento e, quando questa prospettiva sfuma, anche se sono state precedentemente inserite in qualche percorso di protezione, tante ragazze decidono di abbandonarlo e spesso scompaiono di nuovo nel nulla. I contatti telefonici con qualche connazionale coinvolto nel traffico, del resto, non sono difficili.

Sempre più spesso nelle mani dei trafficanti cadono anche minori non accompagnati, che sono poi coloro che dopo lo sbarco tendono a scomparire più facilmente. Nell’ultimo anno si calcola che quasi la metà dei minori stranieri non accompagnati giunti in Italia si sia allontanato dalle strutture di prima accoglienza, si tratta di giovani tra i 14 ed i 17 anni, molte ragazze, tutti esposti al rischio dello sfruttamento e della violenza.

La vicenda delle 66 ragazze nigeriane arrivate a Lampedusa nel mese di luglio del 2015 e poi trasferite nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, da dove, il 17 settembre, ventidue di loro sono state deportate in Nigeria, dimostra l'entità del disastro umano e delle gravi violazioni delle norme interne ed internazionali che  si vanno accumulando a carico del governo italiano. Queste pratiche di trasferimento di giovani donne nigeriane sbarcate in Sicilia dopo essere state soccorse in mare e quindi trasferite nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, proseguono ancora, con il supporto di agenti di FRONTEX.

http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/167-accoglienza-detenzione-ed-espulsione-12-ottobre-ore-17-30-casa-internazionale-delle-donne-via-della-lungara-19-roma 

In tutte le visite effettuate dalla Campagna LasciateCientrare nei centri di accoglienza per richiedenti asilo si sono scoperti casi di minori non accompagnati accolti in situazione di promiscuità con gli adulti.


http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/163-report-della-campagna-lasciatecientrare-dal-cara-e-cie-di-pian-del-lago-caltanissetta 

Molte minori nigeriane hanno già il numero di telefono dei trafficanti in Italia, e anche a Palermo uomini che appartengono al giro della prostituzione riescono ad entrare in contatto con le ragazze appena sbarcate ed a convincerle ad allontanarsi con loro dai centri, per finire poi sbattute per strada. Sempre più esposta la posizione degli operatori volontari e dei cittadini solidali che si battono contro le reti dei trafficanti ma anche contro tutte quelle prassi amministrative che impediscono una immediata protezione delle vittime e mantengono poteri discrezionali illimitati in capo alle autorità di pubblica sicurezza.

Occorrerebbe soprattutto che il governo adotti finalmente il Piano nazionale anti-tratta con previsioni specifiche come quella secondo cui “è importante che nei luoghi di primo contatto (UDS, Questure e postazioni delle FF.OO, aeroporti e luoghi di sbarco, centri di ascolto e servizi sociali, CIE, CARA) sia presente, o facilmente reperibile, personale qualificato e appositamente formato, in grado di instaurare da subito un rapporto fiduciario con le vittime”. Se queste sono le intenzioni, occorre finalmente passare dalle parole ai fatti, dotare il piano di risorse finanziarie adeguate ed adottarlo senza ritardi, riconoscendo il lavoro e le capacità professionali delle associazioni indipendenti che non hanno mai smesso di occuparsi delle vittime di tratta .
Rimangono solo sulla carta le norme di comportamento imposte dalla Direttiva 2011/36/UE in materia di "prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e protezione delle vittime", che richiederebbero una valutazione delle persone caso per caso, senza l'adozione di misure standardizzate di carattere collettivo, come il trattenimento arbitrario ai fini del prelievo delle impronte, magari sulla base della provenienza nazionale. Come rimangono sulla carta gli organismi di monitoraggio e di informazione in frontiera, che, attraverso un lavoro sinergico di psicologi, mediatori e consulenti legali, dovrebbero consentire una individuazione più immediata delle vittime, piuttosto che il mero rinvio ad un ufficio di polizia per il rilievo delle impronte digitali.

 

3) Hot Spots ed accesso alla procedura di protezione internazionale, dalla riserva di legge al diritto per “circolare”.

 

Le nuove direttive del ministero dell'interno applicate all’interno degli Hot Spots violano la normativa vigente in materia di accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale. Non esistono "paesi terzi sicuri" verso cui respingere collettivamente i "migranti economici". Il diritto di asilo è un diritto soggettivo individuale. In materia è la legge e non l’autorità amministrativa che può stabilire condizioni e limiti per l’esercizio del diritto, anche in base all’art. 10 della Costituzione italiana.


Nelle ultime settimane del 2015 si è registrata la conferma di prassi amministrative contro la legge.

http://www.asgi.it/notizia/hotspot-e-ricollocamento-la-road-map-dellitalia/

Contro queste prassi applicate dalle autorità di polizia giova ancora richiamare la giurisprudenza della Corte di Cassazione.

 Cassazione, Sezioni Unite, 9 settembre 2009, n. 19393. 
La Corte afferma inoltre che «la situazione giuridica soggettiva dello straniero che richieda il permesso di soggiorno per motivi umanitari, pertanto gode quanto meno della garanzia Costituzionale di cui all’art. 2 Cost., sulla base della quale, anche ad ammettere, sul piano generale la possibilità di bilanciamento con altre situazioni giuridiche costituzionalmente tutelate, [...], esclude che tale bilanciamento possa essere rimesso al potere discrezionale della P.A., potendo eventualmente essere effettuato solo dal legislatore, nel rispetto dei limiti costituzionali». 

E tutti coloro che fuggono dalla Libia in questo periodo dovrebbero ottenere quanto meno il riconoscimento della protzione umanitaria, senza passare dalle Commissioni terrritoriali, ma sulla base di un decreto che il governo dovrebbe adottare in base all'art. 20 del T.U. 286 del 1998, in presenza di un afflusso massiccio di sfollati.
 Nel 1999 ( Kosovo)e nel 2011 ( Emergenza nordafrica) questi decreti furono adottati, non si comprende perchè oggi il governo Renzi, di fronte ad una gravissima crisi umanitaria indotta anche dai tempi troppo lunghi delle procedure in Italia, mentre l'Unione Europea non considera neppure l'ipotesi di modificare l'iniquo Regolamento Dublino III, non possa fare altrettanto.


Corte d'Appello di Cagliari Ordinanza del 18 - 31 maggio 2012 n. 51:

 in materia di Emergenza Nordafrica,  secondo la quale, ai fini del riconoscimento di uno status di protezione,  non risulta manifestamente infondata l’equiparazione fra i cittadini libici e coloro che, pur non libici, vivevano stabilmente da anni in Libia. A fronte delle torture e delle sevizie inflitte ai migranti trattenuti nei campi e nei capannoni di concentramento in Libia, in considerazione delle condizioni fisiche e psichiche nelle quali arrivano i migranti dopo traversate sempre più pericolose, si dovrebbe dunque riconoscere almeno la protezione umanitaria a tutti coloro che riescono a fuggire da un paese nel quale non è neppure garantita la sicurezza degli osservatori e degli operatori umanitari occidentali, al punto che anche l’OIM e l’UNHCR hanno dovuto sospendere le attività in territorio libico avviate negli anni precedenti.
  
La giurisprudenza italiana è orientata verso la fissazione di limiti rigorosi alla discrezionalità amministrativa. Ecco una recente ordinanza  della Corte di Cassazione ( Ordinanza 25 marzo 2015, n. 5926) davvero importante, che dovrebbe limitare la prassi dei respingimenti immediati in frontiera eseguiti prima che si sia data la possibilità di essere informati sulla possibilità di chiedere asilo e di accedere alla procedura per il riconoscimento di uno status di protezione.

 Ordinanza 25 marzo 2015, n. 5926

Sezione VI civile
Ordinanza 25 marzo 2015, n. 5926

Presidente: Di Palma - Estensore: De Chiara

PREMESSO
1. - Il Giudice di pace di Roma ha convalidato il decreto di trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione emesso il 18 febbraio 2014 dal Questore di Siracusa nei confronti del sig. A.I., di nazionalità nigeriana, in esecuzione del respingimento disposto in pari data.
Il sig. I. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi di censura. L'amministrazione intimata non si è difesa.
Con relazione ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c. il Consigliere relatore ha proposto il rigetto del ricorso. La relazione è stata ritualmente comunicata al P.M. e notificata all'avvocato del ricorrente, il quale ha presentato memoria.
CONSIDERATO
2. - Il ricorrente premette di essere stato destinatario, in quanto privo di documenti di riconoscimento, di decreto di respingimento del Questore di Siracusa in data 18 febbraio 2014, dopo essere stato quello stesso giorno soccorso in mare dal personale della nave San Giusto della Marina Militare ed essere quindi sbarcato irregolarmente sul territorio italiano. Unitamente al respingimento gli era stato notificato il decreto di trattenimento presso il CIE di Ponte Galeria a Roma. Articola quindi i seguenti motivi di censura:
I) violazione degli artt. 2, commi 5 e 6, 10, comma 2, lett. b), 14, commi 1 e 5, e 13-bis d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, dell'art. 2, comma 1, d.P.R. 16 settembre 2004, n. 303, nonché degli artt. 3, 6, 20 e 26 d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25 e dell'art. 10 Cost., essendo stato violato il suo diritto ad essere informato tempestivamente sulla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, dato che era stato immediatamente respinto senza ricevere tali informazioni, con conseguente preclusione, di fatto, del diritto di accedere alla procedura;
II) violazione degli artt. 13, comma 8, e 14, commi 4 e 5, d.lgs. n. 286 del 1998, cit., degli artt. 3, 6, 20 e 26 d.lgs. n. 25 del 2008, cit., dell'art. 7, par. 3 e 14, della direttiva 2003/9/CE, dell'art. 18 della direttiva 2005/85/CE, nonché dell'art. 31 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 in relazione all'art. 117 Cost., sostenendo che non poteva essere convalidata la misura del trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione (C.T.E.) avendo egli diritto ad essere ospitato, invece, in un centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.), nella qualità di richiedente protezione internazionale conseguente alla violazione del suo diritto ad essere informato della possibilità di presentare la relativa domanda, come palesato all'udienza di convalida davanti al Giudice di pace;
III) violazione degli artt. 5, 6, par. 1, e 13 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché dell'art. 1 del Protocollo aggiuntivo n. 7 alla medesima Convenzione, in relazione all'art. 117 Cost., per essersi il Giudice di pace limitato all'esame del provvedimento di trattenimento, trascurando l'esame del sottostante provvedimento di respingimento, la cui illegittimità, per i motivi di cui sopra, si riverbera sul primo, che ne costituisce esecuzione.
3. - I motivi, da esaminare congiuntamente data la loro connessione, sono fondati nei sensi che seguono.
3.1. - L'obbligo di informare gli stranieri, giunti irregolarmente sul territorio di uno Stato dell'Unione Europea, sulle procedure da seguire per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale, cui aspirino, è stato esplicitamente sancito della direttiva2013/32/UE del 26 giugno 2013 (genericamente richiamata nella memoria di parte ricorrente), il cui art. 8 recita: «Qualora vi siano indicazioni che cittadini di paesi terzi o apolidi tenuti in centri di trattenimento o presenti ai valichi di frontiera, comprese le zone di transito alle frontiere esterne, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, gli Stati membri forniscono loro informazioni sulla possibilità di farlo. In tali centri di trattenimento e ai valichi di frontiera gli Stati membri garantiscono servizi di interpretazione nella misura necessaria per agevolare l'accesso alla procedura di asilo».
L'obbligo d'informazione sulle procedure di asilo è sancito anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che nella motivazione della sentenza 23 febbraio 2012, ric. n. 27765/09, Hirsi Jamaa c. Italia (puntualmente richiamata nella memoria di parte ricorrente), al § 204 annota: «La Corte ha già rilevato che la mancanza di informazioni costituisce uno dei principali ostacoli all'accesso alle procedure d'asilo (vedi M.S.S., prima citata, § 304). Ribadisce quindi l'importanza di garantire alle persone interessate da una misura di allontanamento, le cui conseguente sono potenzialmente irreversibili, il diritto di ottenere informazioni sufficienti a consentire loro di avere un accesso effettivo alle procedure e di sostenere i loro ricorsi».
Per completezza può aggiungersi che al § 304 della sentenza della Corte di Strasburgo 21 gennaio 2011, ric. n. 30696/09, M.S.S. c. Belgio e Grecia, sopra richiamato, si legge: «The Court notes in this connection that the applicant claims not to have received any information about the procedures to be followed. 
Without wishing to question the Government's good faith concerning the principle of an information brochure being made available at the airport, the Court attaches more weight to the applicant's version because it is corroborated by a very large number of accounts collected from other witnesses by the Commissioner, the UNHCR and various non-governmental organisations. In the Court's opinion, the lack of access to information concerning the procedures to be followed is clearly a major obstacle in accessing those procedures».3.2. - In siffatto quadro normativo e giurisprudenziale, se deve per un verso negarsi che le norme nazionali prevedano espressamente il dovere d'informazione ai valichi di frontiera invocato dal ricorrente, o che sia nella specie direttamente applicabile la previsione di tale dovere contenuta nel richiamato art. 8 della direttiva 2013/32/UE (la quale non era stata ancora recepita alla data del decreto di respingimento e trattenimento per cui è causa e il relativo termine, ai sensi dell'art. 51 della direttiva stessa, scadrà soltanto il prossimo 20 luglio), non può tuttavia continuare ad escludersi che il medesimo dovere sia necessariamente enucleabile in via interpretativa facendo applicazione di regole ermeneutiche pacificamente riconosciute, quali quelle dell'interpretazione conforme alle direttive europee in corso di recepimento e dell'interpretazione costituzionalmente orientata al rispetto delle norme interposte della CEDU, come a loro volta interpretate dalla giurisprudenza dell'apposita corte sovranazionale.
Ed invero nessun ostacolo testuale alla configurazione di un dovere d'informazione sulle procedure da seguire per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale, come delineato dal richiamato art. 8 della direttiva 2013/32/UE, conforme alle indicazioni della giurisprudenza CEDU, è dato scorgere nella normativa nazionale, e in particolare negli artt. 3, comma 2, 6, comma 1, e 26, comma 1, d.lgs. n. 25 del 2008, o nell'art. 2, comma 1, d.P.R. n. 303 del 2004, che specificamente fanno riferimento alla presentazione delle domande di protezione internazionale all'ingresso nel territorio nazionale.
Poiché l'avvenuta presentazione di una domanda di protezione internazionale sarebbe ostativa al respingimento, quest'ultimo è illegittimo allorché sia stato disposto senza il rispetto di tale preventivo dovere d'informazione, che ostacola di fatto il tempestivo esercizio del diritto a richiedere la protezione internazionale, e tale illegittimità si riverbera anche sul conseguente provvedimento di trattenimento, inficiandolo a sua volta.
Può in definitiva enunciarsi, avuto riguardo ai termini della fattispecie in esame e conformemente al disposto della direttiva europea di cui sopra, il seguente principio di diritto: qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per agevolare l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento.
3.3. - Tanto premesso, va altresì richiamato il più recente orientamento di questa Corte in tema di poteri di sindacato del giudice della convalida del decreto di trattenimento sul provvedimento espulsivo che ne è presupposto.
Con ordinanza 5 giugno 2014, n. 12609, questa Corte si è adeguata agli sviluppi della giurisprudenza CEDU (in particolare le sentenze 8 febbraio 2011, ric. n. 12921/04, Seferovic c. Italia, e 10 dicembre 2009, ric. n. 3449/05, Hokic e Hrustic c. Italia) in tema di interpretazione dell'art. 5, § 1, della Convenzione, quanto alla definizione della nozione di arresto o detenzione "regolari" disposti nel corso di un procedimento di espulsione. Precisando il proprio consolidato orientamento, secondo cui al giudice della convalida del trattenimento o accompagnamento coattivo dell'espulso alla frontiera non è consentito alcun sindacato di legittimità sul sottostante provvedimento espulsivo, del quale deve limitarsi a verificare soltanto l'esistenza e l'efficacia, questa Corte ha affermato che tale giudice è investito anche del potere di rilevare incidentalmente, ai fini della decisione di sua competenza, la "manifesta" illegittimità del provvedimento espulsivo, da intendersi in concreto nei sensi ricavabili dalla medesima giurisprudenza CEDU.
3.4. - Il Giudice di pace, perciò, avrebbe dovuto darsi carico di verificare la fondatezza della censura (cui si fa cenno nel sintetico verbale dell'udienza di convalida) d'illegittimità del decreto di respingimento per non essere stato il ricorrente informato sulla possibilità di presentare una domanda di protezione internazionale, e avrebbe dovuto verificarne, per quanto possibile, la fondatezza e comunque statuire su di essa.

Di una tale verifica o statuizione, invece, non vi è traccia nel provvedimento impugnato, che va pertanto cassato senza rinvio essendo spirato il termine perentorio previsto dall'art. 14 d.lgs. n. 286 del 1998, cit., per la convalida del trattenimento.
3.5. - Le spese processuali dell'intero giudizio, sia di merito che di legittimità, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa senza rinvio il provvedimento impugnato e condanna l'Amministrazione intimata al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 1.100,00, di cui Euro 1.000,00 per compensi di avvocato, quanto al giudizio di merito, e in Euro 1.600,00, di cui Euro 1.500,00 per compensi di avvocato, quanto al giudizio di legittimità, oltre spese forfetarie e accessori di legge e con distrazione in favore del difensore antistatario avv. S. F.

Nella vigente normativa italiana in materia di asilo e protezione internazionale non ci sono basi legali per stabilire una lista di paesi terzi sicuri o per qualificare a priori i migranti come "migranti economici" a seconda della nazionalità.


http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00917237.pdf


4)  La conferma del Consiglio di Stato. Le autorità italiane violano le norme in materia di prima accoglienza ed accesso alla procedura di protezione internazionale. La denuncia di MSF sul CPSA di Pozzallo.

Con la sentenza n. 4199 dell’8 settembre 2015, il Consiglio di Stato ha stabilito importanti principi in tema di diritto all’informazione a favore del richiedente asilo. In particolare nella sentenza si afferma che le garanzie partecipative connesse alle procedure di riconoscimento della protezione internazionale non possono subire deroghe e devono comprendere tutte le informazioni dettagliatamente previste dal regolamento UE n. 604/2013. Colui che presenta la domanda di protezione, dunque, deve ricevere per iscritto ed in una lingua a lui comprensibile tutte le informazioni relative alla conseguenze della sua domanda, ai criteri di determinazione dello Stato competente per l’esame, alla possibilità di presentare informazioni relative a familiari già presenti, alle modalità di impugnazione e alla tutela legale, al trattamento dei suoi dati personali. Per tale motivo non possono considerarsi rispettate le garanzie di informazione per il semplice fatto che il richiedente abbia svolto con l’ausilio di un mediatore il colloquio in cui aveva la possibilità di chiedere informazioni senza che vi sia la prova che tali informazioni siano state effettivamente fornite.

"Nello specifico, l’articolo 4 del Regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (Nuovo Regolamento di Dublino) prevede il diritto di informazione degli stranieri che avanzano domanda di protezione internazionale, specificando al comma 1 l'obbligo di adempiere ad una serie di prescrizioni (tra le quali rientra lo svolgimento del colloquio personale) e, al comma 2, che “le informazioni di cui al paragrafo 1 sono fornite al richiedente per iscritto in una lingua che il richiedente comprende o che ragionevolmente si suppone a lui comprensibile. A questo fine gli Stati membri si avvalgono dell’opuscolo comune redatto conformemente al paragrafo 3”.
Le prescrizioni dell’appena richiamato comma 2 - circa la obbligatorietà della informazione preventiva e per iscritto in lingua accessibile allo straniero, su tutti i contenuti determinati nell’elenco di cui al comma 1 dello stesso articolo - sono tassative. 
Esse pertanto non possono considerarsi rispettate solo per il fatto che lo straniero interessato ha svolto il colloquio personale, in presenza di un mediatore culturale, che costituisce solo una delle diverse garanzie informative previste. 
La possibilità di richiedere informazioni non equivale all’obbligo di essere informati per iscritto in modo sistematico e oggettivo, come avviene attraverso la consegna di un documento appositamente predisposto a questo scopo, quale l’“Opuscolo” espressamente previsto dalla norma europea, che mira a garantire la certezza che la informazione sia stata fornita in forma appropriata e oggettiva. Per il Consiglio di Stato, allora, non è stato sufficiente di certo, a tal fine, che lo straniero abbia avuto la possibilità di richiedere a persone competenti le informazioni che riteneva necessarie. 
Per domandare, bisogna anche sapere “cosa domandare” e, in situazioni complesse come quelle in esame, specie nel contesto di ordinamenti e lingue a cui si è quasi sempre totalmente estranei, sapere cosa bisogna domandare per tutelare i propri diritti non è affatto evidente o intuitivo. 
La garanzia predisposta dall’art. 4, comma 2, del citato regolamento UE n. 604/2013, che nel caso di specie è stata violata, assume quindi, anche sul piano sostanziale, un carattere essenziale ed inderogabile." ( Rodolfo Murra )


http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/settembre/1442140433996.html

Questa la circolare del Ministero dell'interno sui nuovi HOT SPOTS, una circolare contro legge
http://www.piemonteimmigrazione.it/mediato/images/news_materiali/circolare_ministero_interno_n_14106_del_6_10_2015_hotspot_accoglienza.pdf 

Da Medici senza Frontiere arriva l'ennesima conferma delle gravi violazioni dei diritti dei migranti commesse all'interno del Centro di primo soccorso ed accoglienza (CPSA) di Pozzallo, che adesso qualcuno vorrebbe ridefinire come Hot Spot solo perchè sono arrivate le squadre di agenti di Frontex.

 
 http://archivio.medicisenzafrontiere.it/pdf/Rapporto_CPI_CPSA_Pozzallo_final.pdf 


http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/comunicato-stampa/rapporto-pozzallo-condizioni-inaccettabili-servono-risposte-urgenti-e


http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/494865/Migranti-Msf-denuncia-A-Pozzallo-condizioni-di-accoglienza-inaccettabili 

http://it.peacereporter.net/articolo/30554/Italia,+Pozzallo+il+centro+della+vergogna

 
http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/05/28/lesposto-sui-trattenimenti-a-pozzallo-e-lampedusa/




5) Le ultime circolari del Ministero dell'interno e le prassi applicate.

nei primi giorni di quest'anno, sembrerebbe l'8 gennaio, il Ministero dell'interno - Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, abbia adottato una ennesima Circolare "urgente" rivolta ai prefetti, e, tra gli altri destinatari, al Capo della polizia, con oggetto "Garanzie e modalità nell'accesso alla procedura di asilo", con la quale, sulla base delle preoccupazioni espresse da diverse organizzazioni non governative "sulle modalità,talora accelerate", con le quali i migranti sbarcati in Italia che non appaiono in una situazione di "clear need of international protection" "dopo l'identificazione" ricevono un ordine di allontanamento, si richiama l'art. 8 della Direttiva 2013/33/UE e si ribadisce il dovere di informazione sulla possibilità di chiedere protezione internazionale o umanitaria.
Dal sito www.asgi.it

http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2016/01/2016_Ministero_Interno_accesso_asilo_garanzie_modalita.pdf

La Circolare richiama l'Ordinanza del 25 marzo 2015 n.5926 della Corte di Cassazione, che afferma la nullità dei decreti di respingimento e trattenimento quando siano mancate informazioni e servizi di interpretariato " nella misura necessaria per favorire l'accesso alla procedura di asilo a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento".

La Circolare ribadisce quanto già previsto dalla legge, secondo la quale le domande di asilo non possono essere respinte o escluse dall'esame, per il solo fatto di non essere presentate tempestivamente ( art. 8, comma 1 del d.lgs. 25 del 2008).

La Circolare ricorda poi come l'art. 29 del d.lgs.25 del 2008 abbia affidato solo alle Commissioni territoriali e non alla polizia di frontiera il compito a valutare le domande ed a decidere sugli eventuali casi di inammissibilità, nei soli casi previsti dalla vigente normativa (domanda reiterata, in assenza di nuovi elementi, domanda già presentata da un soggetto già titolare di protezione internazionale).

La Circolare ricorda poi tutte le garanzie procedurali previste in favore dei richiedenti asilo" volte ad assicurare l'effettività del sistema di protezione", a partire dal diritto all'interprete e dal diritto all'assistenza legale, oltre che di non essere espulso soltanto in ragione della propria nazionalità.

La Circolare ribadisce che l'Italia "non ha ritenuto di adottare una lista di paesi c.d. sicuri, proprio in attuazione del principio costituzionale contenuto all'articolo 10", che impone una valutazione individuale delle domande di asilo, caso per caso, senza valutazioni legate alla provenienza nazionale.

La Circolare smentisce la categoria dei cd. migranti economici, utilizzata per escludere a priori la possibilità di accesso alla procedura di asilo, sulla base di una valutazione discrezionale delle forze di polizia, affermando che " non esistono nel nostro ordinamento "categorie" cui attribuire o negare a priori la protezione internazionale, ma solo casi di persone che, indipendentemente dalla loro nazionalità, in presenza dei presupposti previsti dalla legge, possono avere diritto alle garanzie contenute nella Convenzione di Ginevra".

Quest'ultimo riferimento appare tuttavia troppo restrittivo, e la medesima considerazione può valere anche per chi chiede la protezione ma può conseguire soltanto la protezione sussidiaria o la protezione umanitaria. E questo in base al fondamentale principio di non discriminazione ( art. 3 Cost.) tra i diversi richiedenti le varie forme di protezione internazionale.

In conclusione la Circolare chiarisce che "il non consentire la presentazione della domanda di protezione internazionale costituisce una chiara violazione di legge".

Si può osservare che finalmente il Ministero dell'interno riafferma il principio di legalità con riferimento all'ammissione alla procedura ed alla stessa procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, raccogliendo le gravi preoccupazioni espresse dalle organizzazioni governative indipendenti.

Rimane privo di base legislativa il prelievo delle impronte digitali con il ricorso all'uso della forza, introdotto con Circolare del Ministero dell'interno del 26 settembre 2014, ma fino ad oggi privo di un riscontro normativo a livello europeo, mentre in un documento dello scorso settembre la Commissione Europea dava atto del fatto che nella metà dei 28 paesi UE ( e tra questi possiamo annoverare l'Italia) NON esistono norme specifiche che consentono l'identificazione dei migranti irregolari, o che comunque hanno fatto ingresso irregolare, prima della domanda di protezione, con il ricorso all'uso della forza.

http://scuolasuperioreavvocatura.it/wp-content/uploads/2014/11/19.-Identificazione-e-fotosegnalamento.pdf

Si deve però rilevare che, all'evidente scopo di evitare una selva di condanne da parte dell'autorità giudiziaria ordinaria, che ha già sospeso numerosi decreti di respingimento adottati sommariamente dalle questure siciliane, si continua a procedere "per circolari" su un terreno delicatissimo, come quello che attiene al diritto di asilo e della libertà personale dei richiedenti, con provvedimenti amministrativi come le circolari ministeriali, in una materia che è presidiata dalla riserva di legge (art. 10 della Costituzione).

Interventi successivi di regolamentazione amministrativa attuati con diverse circolari possono produrre contrasti che non sarà facile risolvere, tenendo anche conto del fatto che negli Hotspot ( aree attrezzate di sbarco) disciplinate al momento soltanto dalla Circolare del Ministero dell'interno del 6 ottobre scorso, operano anche agenti di Frontex e dell'agenzia europea EASO per il supporto ai paesi in particolare difficoltà con un numero elevato di richieste di asilo.

Circolare n. 14106 del 6 ottobre 2015 Ministero dell'Interno



http://www.immigrazione.biz/circolare.php?id=957

http://www.immigrazione.biz/upload/Roadmap_2015.pdf

http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/press-material/docs/state_of_play_-_hotspots_en.pdf

Altri esempi del diritto per circolari


Ministero dell’interno -Commissione nazionale per il diritto di asilo
Circolare prot. 00003716 del 30.7.2015
Oggetto: Ottimizzazione delle procedure relative all’esame delle domande di protezione internazionale. Ipotesi in cui ricorrono i requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari

Si fa riferimento alla direttiva dell’On. sig. Ministro in data 3 luglio 2015 concernente l’implementazione delle attività delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.
Al riguardo, nell’ambito dei compiti di “indirizzo e coordinamento delle Commissioni territoriali”, lo scrivente ritiene opportuno fornire alle SS.LL. alcune indicazioni per i casi in cui, ai sensi dell’art. 32, co. 3, del d.lgs. n. 25/2008, pur non ricorrendo le ipotesi per il riconoscimento della protezione internazionale, possano ricorrere i requisiti per il rilascio, al cittadino straniero richiedente asilo, del permesso di soggiorno per protezione umanitaria previsto dall’art. 5, co. 6, del d.lgs. n. 286/1998.
Si richiamano, a tal fine, alcune sentenze della Suprema Corte.
Con sentenza n. 11535, del 21.4.2009. la Suprema Corte aveva chiarito“[...] l’attribuzione alla Commissione di tutte le competenze valutative della posizione del richiedente asilo, da quella diretta all’ottenimento della protezione maggiore [...] a quella generante una protezione sussidiaria [...] sino a quella, residuale e temporanea, di cui al più volte richiamato art. 5, co. 6, del d.lgs. n. 286 del 1998 [...] lascia residuare al questore nulla più che un compito di mera attuazione dei deliberati assunti sulla posizione dello straniero dalla Commissione stessa […]”.
Con sentenza n. 10686, del 26.6.2012, la Corte di cassazione precisa che “[...] il diritto di asilo è oggi interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti di protezione, ad opera della esaustiva normativa di cui al d.lgs. n. 251 del 2007 (adottato in attuazione della direttiva 2004/83/CE) e del d.lgs. n. 286 del 1998, art. 5, co. 6 sì che non si scorge alcun margine di residuale diretta applicazione della norma costituzionale”.
Con la sentenza n. 16221, del 24.9.2012, la Corte ha, poi, stabilito che «[...] sia la Commissione territoriale, alla quale spetta la prima valutazione della domanda dì protezione internazionale, sia gli organi della giurisdizione ordinaria di merito, (Cass. 24544 del 2011 e 26841 del 2011), sono tenuti a valutare l’esistenza delle condizioni poste a base delle misure tipiche e della misura residuale del permesso umanitario, utilizzando il potere-dovere d’indagine, scandito dal d.lgs. n. 25 del 2008, art. 8, co. 3, e quello valutativo della credibilità delle dichiarazioni del richiedente, precisato nel d.lgs. n. 251 del 2007, art. 3, con forte attenuazione del regime ordinario dell’onere della prova».
La Suprema Corte, con la sentenza n. 15466, del 7.7.2014, afferma anche che «Si tratta del riconoscimento da parte delle Commissioni territoriali o del giudice del merito dell’esistenza di situazioni “vulnerabili” non rientranti nelle misure tipiche o perché aventi il carattere della temporaneità o perché vi sia un impedimento al riconoscimento della protezione sussidiaria, o, infine, perché intrinsecamente diverse nel contenuto rispetto alla protezione internazionale ma caratterizzate da un’esigenza qualificabile come umanitaria (problemi sanitari, madri di minori ecc.)».
La Corte, in sintesi, ritiene che:
1) le fattispecie rilevanti ai fini della protezione umanitaria sono diverse da quelle prese in considerazione dalle due forme di protezione, sussidiaria o dello status di rifugiato;
2) si deve trattare di situazioni di vulnerabilità;
3) ricorre l’ipotesi di vulnerabilità anche quando vi sia un impedimento (una causa di esclusione) al riconoscimento della protezione internazionale;
4) deve verificarsi un’esigenza qualificabile come umanitaria (problemi sanitari, madri di minori, etc.)
Giova rammentare alle SS.LL. che la vigente normativa prevede, poi, relativamente al permesso di soggiorno per protezione umanitaria, le seguenti modalità di rilascio:
a) a seguito di un rigetto della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione territoriale, con trasmissione degli atti al questore, in presenza di gravi motivi di carattere umanitario;
b) a seguito di revoca o cessazione di uno status di protezione internazionale da parte della Commissione nazionale, con trasmissione degli atti al questore, attesa la sussistenza di gravi motivi di carattere umanitario;
e) qualora uno straniero, privo del titolo di soggiorno, non possa essere espulso o respinto in virtù del divieto previsto dall’art. 19, co. 1, del TU sull’immigrazione, previo parere della competente Commissione territoriale;
d) a seguito di istanza di un cittadino straniero, anche sprovvisto di altro titolo di soggiorno, al questore con documentate, oggettive e gravi situazioni personali che non ne consentano l’allontanamento dal territorio nazionale.
Peraltro, nel ribadire la necessaria valutazione individuale sulla necessità del rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, si chiariscono i contenuti delle categorie enunciate dall’art. 5, co. 6, del d.lgs. n. 286/98 che prevede il relativo rilascio quando “[...] ricorrano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”.
Al riguardo, si richiamano la “Convenzione europea dei diritti dell’uomo” (CEDU), il “Patto internazionale sui diritti civili e politici” del 16.12.1966, nonché la “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” del 10.12.1984.
Pertanto, per quanto concerne le fattispecie di riconoscimento della protezione umanitaria, si delineano, pur non ritenendoli necessariamente esaustivi, i seguenti casi:
1) esposizione alla tortura o a trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio del richiedente. A tal fine, si richiamano l’art. 3, della CEDU, l’art. 7 del “Patto internazionale sui diritti civili e politici”, l’art. 3, della “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” nonché la sentenza della “Corte europea dei diritti dell’uomo” del 28.2.2008, che afferma che la proibizione, in termini assoluti, della tortura o di pene e trattamenti inumani e degradanti sia uno dei valori fondamentali delle società democratiche. Tale proibizione non prevede limitazioni e non subisce alcuna deroga, così come, previsto dall’art. 15 della CEDU. Essendo tale divieto assoluto, quali che siano i comportamenti delle persone coinvolte, il tipo di reato di cui è ritenuto responsabile il ricorrente è ininfluente alla valutazione di cui all’art. 3 della CEDU;
2) gravi condizioni psico-fisiche o gravi patologie che non possono essere adeguatamente trattate nel Paese di origine.
3) temporanea impossibilità di rimpatrio a causa dell’insicurezza del Paese o della zona di origine, non riconducibile alle previsioni dell’art. 14, lett. c), del d.lgs. n. 251/2007;
4) gravi calamità naturali o altri gravi fattori locali ostativi ad un rimpatrio in dignità e sicurezza;
5) situazione familiare del richiedente asilo che deve essere valutata ai sensi di quanto previsto dall’art. 8 della CEDU concernente il diritto al rispetto della vita privata e familiare. I legami personali e familiari devono essere particolarmente significativi in base alla loro durata nel tempo e alla loro stabilità.
Le casistiche sopra specificate potranno costituire un utile orientamento nelle delicate decisioni che le SS.LL. sono chiamate ad adottare che, si ricorda, dovranno essere individuali, adeguatamente motivate nonché suscettibili di rivalutazione in sede di richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno in scadenza.
Peraltro, qualora in sede di audizione di un richiedente asilo dovessero emergere i presupposti per la possibile concessione di un permesso di soggiorno ad altro titolo, nonché nei casi espressamente previsti dall’art. 32, co. 3 bis, del d.lgs. n. 25/2008, si invitano le SS.LL. ad informarne l’interessato nonché le autorità compenti al rilascio dei suddetti titoli.
Nel caso le SS.LL. dovessero notare, pur in permanenza di salutazioni individuali, l’emergenza dì fenomeni di carattere tendenzialmente generalizzato nelle zone di provenienza dei richiedenti la protezione internazionale (ad es. calamità naturali o deterioramento delle condizioni di sicurezza) dovranno informarne questa Commissione nazionale che fornirà, eventualmente, le necessarie indicazioni a carattere generale.
Si confida nella consueta collaborazione delle SS.LL. e si ringrazia.
Il presidente Trovato


Ministero dell’interno -Commissione nazionale per il diritto di asilo
Circolare prot. 00003718 del 30.7.2015
Oggetto: Ottimizzazione delle procedure relative all’esame delle domande di protezione internazionale. Casi di manifesta infondatezza dell’istanza

In riferimento alla direttiva dell’on. sig. Ministro in data 3 luglio 2015 concernente l’implementazione delle attività delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, si forniscono alle SS.LL., alcuni chiarimenti circa la procedura di rigetto di una istanza di protezione internazionale per manifesta infondatezza.
Il concetto di domanda manifestamente infondata, come noto, è stato introdotto con il d.lgs. n. 159, del 3.10.2008, che ha inserito, all’art. 32, co. 1, del d.lgs. n. 25/2008, il comma b bis) che prevede il rigetto della domanda “[…] per manifesta infondatezza quando risulta la palese insussistenza dei presupposti previsti dal decreto legislativo 19.11.2007, n. 251, ovvero quando risulta che la domanda è stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o respingimento”.
Pertanto, in caso di rigetto per i predetti motivi, viene meno, in caso di impugnazione, la sospensione automatica dell’efficacia del provvedimento, trovando applicazione il co. 4, lett. d) dell’art. 19, del d.lgs. 150/2011, che contempla tale caso tra quelli nei quali l’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato può essere sospesa su istanza di parte.
Atteso che il rigetto per manifesta infondatezza può essere adottato solo dopo una completa intervista personale del richiedente asilo, si pregano le SS.LL. di voler valutare le sotto indicate motivazioni che inducono il richiedente a lasciare il proprio Paese di origine, in particolare:
- in caso di difficoltà economiche, queste non devono essere riconducibili ad una situazione di persecuzione o di forte discriminazione;
- in caso di procedimenti penali in corso, occorre valutare se tali casi rientrino nelle previsioni di cui all’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 e se la pena prevista, per la sua entità e per le modalità di erogazione, non possa essere definita “atto di persecuzione” o “danno grave”.
Ulteriori casi di rigetto per manifesta infondatezza concernono:
- le istanze di asilo prive di qualsiasi elemento di concretezza, ossia quando le dichiarazioni del richiedente risultino fraudolente al di là di ogni ragionevole possibilità di dubbio;
- le istanze reiterate che, pur essendo ammissibili perché non formalmente identiche e/o prive di nuovi elementi rispetto all’istanza precedente, si presentino palesemente prive di ogni requisito di attendibilità e, dunque, palesemente strumentali al proseguimento dei benefici riservati al richiedente asilo.
Per l’applicazione della seconda fattispecie prevista dalla normativa, è necessario considerare se l’istanza di protezione internazionale non sia stata presentata per nessun altro scopo se non quello, appunto, del ritardare o impedire l’espulsione.
Peraltro, la decisione per manifesta infondatezza di un’istanza di protezione internazionale non pregiudica un eventuale e contestuale provvedimento di concessione di protezione umanitaria essendo diverse le fattispecie rilevanti ai fini della protezione umanitaria, da quelle prese in considerazione dalle due forme di protezione sussidiaria o dello status di rifugiato.
Si invitano, quindi, le SS.LL., attese le conseguenze di un’eventuale decisione per manifesta infondatezza, a volersi attenere alle seguenti indicazioni:
1) la decisione di rigetto per manifesta infondatezza, proprio a causa della natura stessa dell’istituto, che esclude valutazioni divergenti, deve richiedere l’unanime consenso di tutti i componenti del Collegio;
2) sono escluse da tali fattispecie le istanze di persone portatori di esigenze particolari ai sensi dell’art. 8, co. 1, del d.lgs. n. 140/2005 (soggetti vulnerabili);
3) sono parimenti esclusi i casi per i quali si renda necessario un controllo sulla credibilità del richiedente.
Si confida nella consueta collaborazione delle SS.LL. e si ringrazia.

Il presidente: Trovato

Rischio di contraddizioni, e di difformità di interventi tra diversi uffici di questura o di prefettura, che appare evidente dopo la Circolare adottata lo scorso mese di ottobre a seguito dell'adozione del Decreto legislativo 142 del 2015, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonché della Direttiva 2013/32/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale.

La incertezza dei rapporti tra le forze di polizia italiane e gli agenti "europei" di Frontex e di Easo, in assenza di chiari richiami legislativi, come l'incerta natura giuridica degli Hotspots, e gli scarsi risultati dei Tavoli regionali di coordinamento, soprattutto in regioni come la Sicilia, rischiano di mantenere nell'area della discrezionalità amministrativa una materia che riguarda diritti fondamentali della persona umana " che vanno riconosciuti al cittadino straniero comunque presente sul territorio nazionale" in base all'art. 2 del T.U. n.286 del 1998.

0 commenti:

Posta un commento

Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


Diritti sotto sequestro