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mercoledì 1 giugno 2016

Nuovo Regolamento "SOP" per l’”Approccio Hotspot”. Circolari senza basi legali, non sanano prassi illegittime. Ci sarà pure un giudice a Berlino ?


Dopo l’avvio degli Hotspot in base a circolari adottate dal Ministero dell’interno a partire dal settembre del 2015, sono in arrivo nuove disposizioni amministrative dello stesso Ministero dell’interno, che dovrebbero disciplinare gli Hotspot e gli altri luoghi nei quali, in base ad una mera scelta discrezionale di polizia, si applicherà l'"approccio Hotspot", forse anche le navi se saranno utilizzate a questo scopo. Per la Conferenza Episcopale Italiana ( CEI) gli Hotspot sono luoghi di trattenimento amministrativo, in mare, ma anche in terra.

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Galantino-hotspot-luoghi-di-trattenimento.aspx

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Migranti-Alfano-risponde-a-Galantino-Non-possiamo-accoglierli-tutti-fb2a748d-f256-4ff9-ac1b-ec3c5ec023b6.html

Alfano si ripete ormai come un disco rotto, la CEI ha chiesto il rispetto delle regole dello stato di diritto, visto che altri non denunciano lo smottamento verso lo stato di polizia, in mare ed a terra.

http://www.huffingtonpost.it/2015/08/15/alfano-risponde-a-mons-galantino_n_7992430.html                                                                                         
 http://m.sky.it/tg24/video?v=286716                                                                                                       
http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/02/migranti,_perego_si_protezione_umanitaria,_no_hotspot/1234291

Queste le linee operative dettate per gli Hotspot dal Ministero dell'interno 

http://statewatch.org/news/2016/may/it-hotspots-standard-operating-procedures-it.pdf

HOTSPOTS: ITALY: Standard Operating Procedures (SOPs) applicable to ITALIAN HOTSPOTS (pdf):

"The SOPs for ITALIAN HOTSPOTS have been drafted by the Italian Ministry of the Interior, Department for Civil Liberties and Immigration, and Department of Public Security. The European Commission, Frontex, Europol, EASO, UNHCR and IOM provided valuable contributions to the preparation of this document. The procedures indicated in this document should be used as an operational guide for activities organised within Hotspots. In the event of discrepancies between this document and current legislation, the latter shall apply."

Official document on how the "hotspots" in Italy are supposed to function in practice, which agencies and institutions are involved, and what their different roles are. See also the same document in Italian: 

STANDARD OPERATING PROCEDURES (SOP) applicabili agli HOTSPOTS ITALIANI (pdf) and a presentation on how the relocation scheme is supposed to work (also in Italian): L’hotspot approach e la relocation (pdf)


Le “Standard Operating Procedures” (SOP) sono state redatte dal Ministero dell’Interno, Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione e Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Secondo quanto si legge nella intestazione del documento, “hanno fornito preziosi contributi” la Commissione Europea, Frontex, Europol, EASO, UNHCR e IOM. Le procedure indicate dovrebbero essere utilizzate “all’interno degli Hotspots”, anche se poi nel seguito del documento si fa riferimento ad un Approccio Hotspot che dovrebbe valere al di fuori dei luoghi indicati come Hotspot ( al momento soltanto a Lampedusa, Trapani e Pozzallo) e si avverte subito che “ in caso di discrepanze fra questo documento e la legislazione vigente,si applica quest’ultima”. E di simili “discrepanze”, come vedremo, se ne riscontrano tante.

Le Decisioni adottate in materia di “Hotspot Approach” dal Consiglio dell’Unione Europea nel mese di Settembre 2015 (decisione 1523 del 14 settembre 2015 e 1601 del 22 settembre 2015), richiamate nel documento redatto dal Ministero dell’interno contenente le SOP, non possono essere ritenute basi legali per provvedimenti amministrativi nazionali, come le circolari ministeriali o le ultime SOP in materia di Hotspots, che a loro volta rimangono prive di basi legali certe anche sul piano del diritto interno.

Già la Circolare adottata dal Ministero dell’interno, Dipartimento libertà civili ed immigrazione, l’8 gennaio 2016, ridimensionava la portata applicativa della circolare precedentemente adottata nel 2015 ( Circolare n.14106 del 6 ottobre 2015 ) , nel quadro della cd. Roadmap italiana.  Per dare immediata attuazione alle Decisioni del Consiglio europeo sopraindicate, ai fini di una Relocation che di fatto si è finora limitata a circa 700 persone, a partire da quella data, si consentivano prassi di trattenimento amministrativo, di respingimento e di accesso alla procedura di protezione internazionale, che si ponevano in contrasto con la legislazione vigente e con consolidati indirizzi giurisprudenziali.
Una pletora di respingimenti differiti con intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale venivano notificati a persone prive di qualsiasi informazione e in astratto meritevoli di accedere quantomeno alla procedura per il riconoscimento di una forma di protezione.

http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2015/11/Roadmap-2015.pdf

 Nella prassi, soltanto l’Hotspot di Trapani Milo, aperto il 2 gennaio 2016, dopo i primi giorni di improvvisazione, effetto del ridottissimo preavviso con il quale il Ministero dell’interno imponeva alla Prefettura la riconversione della struttura, già adibita a Centro di identificazione ed espulsione (CIE), assumeva una modalità di funzionamento conforme a legge ed ai regolamenti, con un drastico calo dei provvedimenti di respingimento differito notificati dalla Questura di Trapani, come poteva verificare la stessa Commissione di inchiesta sui centri per stranieri, nominata dalla Camera, in occasione della sua visita ispettiva del 18 maggio scorso.
Le strutture definite Hotspot di Lampedusa ( Contrada Imbriacola) e Pozzallo, invece, presentavano gravi problemi già denunciati in numerosi interventi delle organizzazioni non governative, anche per la presenza prolungata di minori non accompagnati, in condizione di grave promiscuità con gli adulti, e per la generale inadeguatezza delle strutture.

http://siciliamigranti.blogspot.it/2016/05/porto-empedocle-e-lampedusa-il.html

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/italia/896/Migranti-Msf-protesta-e-lascia-Pozzallo.html

http://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/migranti-sindaco-messina-dice-no-a-hotspot-governo-non-mi-ha-nemmeno-avvertito/241810/241810

Non risultano ancora garantiti i diritti di informazione individuale sanciti dal decreto legislativo n.142 del 2015 all’art. 3. Non è consentito che proseguano le pratiche di informazione “collettiva” attualmente in corso, preludio in molti casi di provvedimenti di respingimento “differito”, adottati ai sensi dell’art. 10 comma 2 del T.U. n.286 del 1998
Art. 3.
Informazione
1. L’ufficio di polizia che riceve la domanda provvede ad informare il richiedente sulle condizioni di accoglienza, con la consegna all’interessato dell’opuscolo di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, e successive modificazioni.
2. L’opuscolo di cui al comma 1 è consegnato nella prima lingua indicata dal richiedente o, se ciò non è possibile, nella lingua che ragionevolmente si suppone che comprenda tra quelle indicate nell’articolo 10, comma 4, del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 [1], e successive modificazioni.
3. Le informazioni di cui al comma 1 sono fornite, ove necessario con l’ausilio di un interprete o di un mediatore culturale, anche presso i centri di accoglienza, entro un termine ragionevole, comunque non superiore a quindici giorni dalla presentazione della domanda.
4. Le informazioni di cui al presente articolo comprendono i riferimenti dell’UNHCR e delle principali organizzazioni di tutela dei richiedenti protezione internazionale.

Da parte delle questure di Agrigento e di Ragusa si rilevava il numero più alto dei provvedimenti di respingimento differito, con conseguente dispersione nel territorio dei destinatari di quelle misure. Una parte consistente dei provvedimenti di respingimento differito adottati dalla Questura di Agrigento veniva poi sospesa dal Tribunale di Palermo. Sempre più critica la situazione nell’isola di Lampedusa, dove l’intera isola funziona da Hotspot, con il trattenimento prolungato, anche un mese ed oltre, di numerosi migranti, in parte anche minori, che si opponevano al prelievo delle impronte digitali, o nel caso dei minori, per la impossibilità di trovare una struttura di prima accoglienza.

Appare evidente che, per la posizione dei luoghi e per la conformazione delle strutture non è possibile proporre un modello unico di Hotspot, inteso come struttura fisica, cosa che sembra ormai avvertita anche dal Ministero dell’interno, anche se non si è ancora individuata una base legale sufficientemente certa, né si sono trovate soluzioni logistiche capaci di risolvere la grave emergenza in corso.

Le diverse circolari ministeriali in materia di Hotspot che si sono succedute nel tempo hanno solo cercato di ratificare le prassi di polizia che si attuavano già nella prassi, frutto di decisioni politiche non formalizzate in atti aventi forma di legge, e spesso corrispondenti a comportamenti materiali che non trovavano riscontro in provvedimenti formali, come tali notificati agli interessati ed immediatamente ricorribili.

La Circolare del Ministero dell’interno del 6 ottobre 2015, oltre a prevedere le varie ipotesi di Relocation in altri paesi europei, che sono rimaste ancora del tutto inattuate, forniva una prima descrizione delle attività che si sarebbero dovute svolgere all’interno degli Hotspot, individuando anche le strutture che si sarebbero dovute attrezzare come area Hotspot, e quidi i due Centri di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di Lampedusa-Contrada Imbriacola e di Pozzallo (Ragusa) ed il Centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Trapani Milo, con una accresciuta dotazione di posti, circa il doppio della capienza precedente. La circolare riservava uno spazio enorme alla discrezionalità di polizia nella selezione dei migranti, nei tempi di espletamento delle pratiche di identificazione, nelle modalità di prelievo delle impronte digitali e della registrazione delle persone.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/02/a-lampedusa-il-nuovo-approccio-hotspot.html

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/02/fuocoammare-lampedusa-galera-selettiva.html

La successiva circolare ministeriale dell’8 gennaio 2016 recepiva alcune critiche espresse dalle associazioni e dalle principali agenzie umanitarie sulla gestione dei primi Hotspot, in particolare di quello “sperimentale” di Lampedusa.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/il-ministero-dellinterno-interviene-con.html

Nelle più recenti disposizioni ministeriali, definite SOP,  STANDARD OPERATING PROCEDURES, viene confermato che le persone condotte negli Hotspot o ristrette in altre strutture nelle quali si pratichi il cd. Approccio Hotspot, sono sottoposte a limitazioni della loro libertà personale per una durata di tempo assolutamente indeterminata e sostanzialmente rimessa alla discrezionalità delle autorità di polizia.  
Ed infatti si prevede che:

Il periodo di permanenza nella struttura,dal momento dell’ingresso, deve essere il più breve possibile, compatibilmente con il quadro normativo vigente

Cosa si intende per "quadro normativo vigente" ? La doverosa subordinazione delle disposizioni amministrative alla norma di legge, o il rispetto della riserva di legge nella disciplina della condizione giuridica dello straniero, imposta dall'art. 10 della Costituzione italiana ?

Le recenti disposizioni ministeriali in materia di Hotspot, definite "SOP", introducono passaggi procedurali che, soprattutto in tempi di arrivi più consistenti, non sembra si possano concludere nell’arco di pochi giorni, come conferma l’esperienza degli Hotspot già avviati in Puglia ed in Sicilia, con la sola eccezione del centro di Trapani Milo.

Uscita dall’Hotspot
Trasferimento in una struttura di accoglienza secondaria (regional hub ,strutture
temporane ecc.)
Oppure
Per le persone che non abbiano manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale e non abbiano diritto di rimanere sul territorio nazionale, compilazione del foglio notizie previsto nella direttiva rimpatri (cosiddetto“allegato 4”) e successiva emissione dei provvedimenti di respingimento del Questore o
Espulsione del Prefetto. Tali provvedimenti, a seconda dei casi, potranno essere eseguiti, ove ne ricorrano le condizioni,immediatamente,oppure mediante il trasferimento in un CIE o, nel caso di indisponibilità dei posti, mediante l’ordine
del Questore a lasciare il territorio nazionale in 7 giorni.
Ove ne ricorrano i presupposti i provvedimenti di espulsione o di respingimento
verranno eseguiti anche mediante il rimpatrio volontario o l’emissione di misure alternative al trattenimento.
Salvo il verificarsi di afflussi eccezionali che impongono l’adozione di iniziative
diverse,la persona può uscire dall’Hotspot solo dopo essere stata foto-segnalata
concordemente con quanto previsto dalle norme vigenti, se sono stati completate
tutte le verifiche di sicurezza nei database, nazionali ed internazionali, di polizia.
La persona è avviata alle procedure funzionali alla definizione della posizione giuridica di:
(1)  Richiedente asilo;(2) richiedente asilo che può fruire della procedura di ricollocazione;(3) minore straniero non accompagnato, vittima di tratta o persona con vulnerabilità oppure (4) persona destinataria di un ordine di rimpatrio eventualmente destinataria di un divieto di ingresso

Occorre ricordare al riguardo i precisi limiti al trattenimento amministrativo degli immigrati irregolari dettati dalla Direttiva Europea 2008/115/CE e dalla normativa interna, in particolare dagli articoli 13 e 14 del T.U. n. 286 del 1998. Ed altri limiti  e relative garanzie di difesa, sono posti dal decreto legislativo n.142 del 2015 al trattenimento amministrativo dei “richiedenti protezione internazionale”, tra i quali, ai sensi dell’art. 2 dello stesso decreto, vanno annoverati anche tutti coloro che hanno manifestato, con qualunque mezzo, la volontà di chiedere la protezione internazionale. In base a questo impianto normativo, non derogabile da una circolare, il trattenimento amministrativo, identificabile in qualunque limitazione della libertà personale, non può verificarsi al di fuori dei limiti segnati dall’art. 13 della Costituzione italiana.

Articolo 13

La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalid.a nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.


Di fatto le ultime istruzioni contenute nelle SOP confermano le prassi di polizia già in corso negli Hotspot e nei luoghi destinati a tale funzione, anche per quanto concerne le misure limitative della libertà personale e l’adozione dei provvedimenti di espulsione eo di respingimento.
Non si modifica però la normativa vigente, né si potrebbe fare per circolare o altro atto amministrativo, e il richiamo alla Roadmap del Ministero dell’interno del 28 settembre 2015, come i richiami alle decisioni del Consiglio dell’Unione Europea non possono legittimare un notevole contrasto tra quanto previsto ( e già praticato) dal Ministero dell’interno e disposizioni normative che non risultano certo abrogate.
Appare evidente come la Roadmap richiamata dalle circolari ministeriali, non è un atto a carattere legislativo che possa modificare norme di legge o Regolamenti dell’Unione Europea, e che anzi, ove dovesse contrastarvi, risulterebbe del tutto illegittima ed inefficace.

http://www.asgi.it/notizia/hotspot-e-ricollocamento-la-road-map-dellitalia/

La distinzione tra “migranti economici” e richiedenti asilo non può competere esclusivamente alle autorità amministrative, sia pure con il concorso dell’UNHCR e dell’agenzia europea EASO: Il decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo della Direttiva 2013/33/UE sull’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale e della Direttiva 2013/32/UE sulla qualifica della protezione internazionale) qualifica come richiedente asilo/protezione internazionale colui che ha “manifestato la volontà di chiedere tale protezione” (cioè prima ancora di avere verbalizzato la richiesta) e chiarisce che le misure di accoglienza si riferiscono ai “richiedenti   protezione   internazionale   nel   territorio nazionale, comprese le frontiere e  le  relative  zone  di  transito, nonché le acque territoriali, e dei  loro  familiari  inclusi  nella domanda di protezione internazionale” (art. 1, comma 1) e che le misure di accoglienza “si applicano  dal momento della manifestazione della volontà” (art.1, comma 2).
Nessuna norma di fonte europea o vigente nell’ordinamento interno, attribuisce alle forze di polizia la facoltà di distinguere tra richiedenti asilo (inespellibili) e migranti economici irregolari (espellibili), semmai il decreto legislativo n.142 del 2015 conferma proprio il contrario, sicché le procedure indicate nelle circolari sopraindicate ed adesso ribadite nelle SOP, possono configurare prassi illegittime contrarie alla normativa italiana ed europea e dunque possibile fonte di responsabilità civile, penale ed amministrativa.  
L’intero documento diffuso dal ministero dell’interno con la sigla SOP in materia di Hotspot si basa più sul maggiore rigore delle misure di trattenimento e di allontanamento forzato, che sul rilancio della prospettiva del rilancio della ricollocazione in altri paesi europei, che già costituiva lo scorso anno la ragione principale ( sulla carta ) per l’introduzione del cd. Hotspot Approach. Una prospettiva che dovrebbe passare attraverso una modifica del Regolamento Dublino, per essere realmente attuata con efficacia vincolante per gli stati, modifica che ancora non si vede all’orizzonte. Le nuove norme regolamentari in materia di identificazione dei migranti e di trattenimento ai fini della selezione tra richiedenti asilo e “migranti economici” si tradurranno presto in forti tensioni all’interno dei centri di prima accoglienza e quindi in un collasso dell’intero sistema di accoglienza italiano, a fronte di un crescente numero di arrivi e di un contemporaneo blocco di tutte le possibilità di passaggio o di trasferimento verso altri paesi europei. Rimane assai dubbio il richiamo all’uso della forza per il prelievo delle impronte digitali. Un richiamo che appare in contrasto frontale con quanto sancito dall’art. 13 della Costituzione italiana.

E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.

Secondo quanto previsto adesso nelle cd. "SOP" sulle modalità di comportamento all'interno degli Hotspot:
Fino all'adozione di nuova normativa da parte del Governo italiano, si applicano la
Circolare del Ministero dell'Interno N. 400/A//2014/1.308 del 25.09.2014 e le relative disposizioni sulle attività di foto segnalamento tenendo conto che a tal fine, ove si renda necessario, è doveroso un uso della forza proporzionato a vincere l’azione di contrasto, nel pieno rispetto dell’integrità fisica e della dignità della persona.

Le linee di comportamento diffuse dal ministero dell’interno sembrano ratificare la possibilità di trattenimento dei migranti che rifiutano di farsi identificare, anche in assenza di uno specifico provvedimento individuale notificato all’interessato ed immediatamente ricorribile.
Si deve al contrario rilevare che i rilievi fotodattiloscopici non possono avvenire con misure limitative della libertà personale fuori delle ipotesi previste dalla legge di trattenimento in un centro di identificazione e di espulsione disposto nei confronti di straniero già espulso (art. 14 d. lgs. n. 286/1998), o nei confronti di richiedenti asilo che abbiano presentato la domanda di asilo quando erano già destinatari di provvedimenti di espulsione o sottoposti a provvedimento di trattenimento (cioè che chiedano asilo dopo quei provvedimenti), o che siano ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica (avendo subito condanne per determinati reati) o se pericolosi socialmente o sospetti terroristi, o nel caso di rischio di fuga (se il richiedente asilo ha, precedentemente alla domanda di asilo, fornito sistematicamente false generalità al solo scopo di impedire l’esecuzione o l’adozione del provvedimento di espulsione) (art. 6 d. lgs. n. 142/2015). Al di fuori di quelle ipotesi, dunque, non è legittimo alcun trattenimento dei richiedenti asilo.

La normativa italiana non consente in alcun modo di utilizzare la forza per vincere la resistenza passiva dei cittadini stranieri che si rifiutano di farsi identificare, come già chiarito in numerosi documenti dell’ASGI .

Il Ministero dell’interno chiarisce la portata del cd. “Hotspot Approach” e ribadisce in sostanza quanto avviene negli ultimi mesi:

L’Hotspot  può essere inteso in due diverse accezioni: Strutturalmente,si tratta di un’area designata, normalmente (ma non necessariamente) in prossimità di un luogo di sbarco, nella quale, nel più breve tempo possibile e compatibilmente con il quadro normativo italiano, le persone in ingresso sbarcano in sicurezza, sono sottoposti
Ad accertamenti medici, ricevono una prima informativa cartacea sulla normativa in materia di immigrazione e asilo e quindi vengono controllate e pre-identificate, e, dopo essere state informate sulla loro attuale condizione di persone irregolari e sulle possibilità di richiedere la protezione internazionale, vengono foto-segnalate.
Successivamente ricevono informazioni accurate sulla procedura di protezione internazionale, sul programma di ricollocazione e sul rimpatrio volontario assistito.
Vengono dunque avviate, nel caso abbiano richiesto protezione internazionale, alle procedure per l’attribuzione di tale status, comprese quelle di ricollocazione per gli aventi titolo che ne abbiano fatto richiesta, altrimenti verso le procedure di espulsione.
Saranno adottati accorgimenti specifici per soggetti portatori di esigenze particolari per i quali sussiste un divieto di rimpatrio.
All’uscita dall’Hotspot le persone vengono avviate, nel caso di richiesta di Protezione Internazionale, verso le procedure per l’attribuzione di tale status, comprese quelle di ricollocazione, ovvero avviate verso le procedure di espulsione, ovvero verso procedure dedicate alla protezione di casi di vulnerabilità.

Dal punto di vista organizzativo, l’hotspot rappresenta un metodo di lavoro in team, all’interno del quale le autorità italiane, ovvero il personale delle Forze di Polizia, il
personale sanitario e le organizzazioni internazionali e non governative lavorano a
stretto contatto ed in piena cooperazione con i team europei di supporto, composti
da personale incaricato da Frontex, Europol, EASO (Ufficio europeo di supporto per
l’Asilo), al fine di assicurare una gestione procedimentalizzata delle attività, standardizzata e pienamente efficiente, avendo di mira l’interesse a garantire le soluzioni più sostenibili per le persone in ingresso.
Altri soggetti, incluse le organizzazioni non governative, sulla base di singole autorizzazioni rilasciate dal DLCI, avranno diritto all’accesso per l’erogazione di
specifici servizi, appositamente richiesti, senza alcun pregiudizio per lo svolgimento
delle attività di polizia.
Le Agenzie europee Frontex, EASO e Europol lavorano in maniera tra loro coordinata e complementare e sono al fianco delle autorità italiane.
In particolare l’ausilio di Frontex è nel campo della identificazione, registrazione e
foto-segnalamento delle persone in ingresso, mentre EASO ed UNHCR forniscono
ausilio alle autorità italiane nella prima identificazione delle persone vulnerabili
nonché nella procedura di richiesta di protezione internazionale e di ricollocazione.
Europol è invece impegnata nella attività di ricerca di informazioni di particolare
rilevanza per le indagini e per la facilitazione della condivisione dei database.

Al punto B delle SOP si aggiunge che l’Approccio Hotspot e le procedure che lo caratterizzano si possono applicare anche al di fuori dei luoghi definiti come Hotspot. Nessuna novità, esattamente come avviene da mesi nelle questure e in alcuni luoghi di sbarco, con la presenza degli agenti di Frontex.

Fatte salve le prerogative del Questore quale titolare della direzione, responsabilità
e coordinamento, a livello tecnico operativo, dei servizi di ordine e di sicurezza
pubblica e dell'impiego a tal fine della forza pubblica e delle altre forze eventualmente poste a sua disposizione, le presenti procedure operative standard
si applicano con riferimento a tutti gli operatori chiamati a svolgere la propria at- tività all’interno degli hotspots. Ciò non preclude l’applicazione di queste procedure
in situazioni diverse dagli hotspots formalmente identificati come possono essere, ad esempio, i luoghi di sbarco diversi dagli hotspot attivi.
Inoltre,si ravvisa l’opportunità di considerare queste linee operative come di portata
potenzialmente generale, indicativa di un possibile modello per la gestione di
qualsiasi flusso misto in ingresso

Come perno centrale dell’Approccio Hotspot si prevede dunque il supporto dell’Agenzia Frontex, anche ai fini di possibili rimpatri, senza considerare le modalità attuative e il sistema di garanzie imposte dalla Direttiva Europea 2008/115/CE, in materia di rimpatri, che non viene neppure richiamata. Come non vengono richiamate le norme interne che sono attuative di quelle contenute nella Direttiva rimpatri, a partire dagli articoli 10,13 e 14 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, successivamente modificati proprio per dare attuazione alle Direttive europee.

Gli stessi estensori delle istruzioni operative sugli Hotspots avvertono chiaramente che le procedure di preidentificazione possano portare ad una esclusione di alcune categorie di migranti sulla base della nazionalità, e dunque avvertono:

Si evidenzia che l’attività di pre-identificazione, inclusa l’attribuzione della nazionalità, non è in nessun caso idonea a determinare l’attribuzione,in capo
all’individuo, di uno status giuridico definitivo e non preclude comunque l’esercizio
del diritto di richiedere, anche successivamente a tale fase, la protezione internazionale. Meccanismi di referral delle persone che manifestano la volontà
di chiedere protezione internazionale devono essere garantiti (Es: manifestazione
volontà alla polizia scientifica, referral Ufficio Immigrazione anche attraverso
un ruolo proattivo da parte di tutti i soggetti che operano all’interno dell’Hotspot).

Se si guarda alla normativa vigente, ed alle correlate norme regolamentari, per quanto riguarda i Centri di primo soccorso ed accoglienza oggi riconvertiti in Hotspot, come quelli di Pozzallo e Lampedusa, occorre considerare l’art. 23 del Regolamento di attuazione del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998 e successive modificazioni, approvato con DPR 394 del 1999, che non risulta ancora espressamente abrogato.

Art. 23 (Attività di prima assistenza e soccorso)
1. Le attività di accoglienza, assistenza e quelle svolte per le esigenze igienico-sanitarie, connesse al soccorso dello straniero possono essere effettuate anche al di fuori dei centri di cui all’articolo 22, per il tempo strettamente necessario all’avvio dello stesso ai predetti centri o all’adozione dei provvedimenti occorrenti per l’erogazione di specifiche forme di assistenza di competenza dello Stato.
2. Gli interventi di cui al comma 1 sono effettuati a cura del prefetto con le modalità e con l’imputazione degli oneri a norma delle disposizioni di legge in vigore, comprese quelle del decreto-legge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito dalla legge 29 dicembre 1995, n. 563.

Se negli Hotspot si avviano procedure tendenti all’espulsione ( stranamente nelle istruzioni ministeriali non si fa riferimento al respingimento disciplinato dall’art. 10 del T.U. 286 del 1998), occorrerebbe considerare quantomeno l’art. 14 del Testo Unico sull’immigrazione e gli articoli 20, 21 e 22 del Regolamento di Attuazione n.394 del 1999 disciplinano le modalità di trattenimento amministrativo degli stranieri, comunemente riconosciuta come una limitazione della libertà personale, a partire dalla sentenza della Corte Costituzionale n.105 del 2001. Al riguardo sono imposti dalla legge, in base alla riserva di giurisdizione, tempi assai stretti per l’adozione dei decreti, adottati dal questore, di trattenimento e per la successiva convalida da parte dell’autorità giurisdizionale ( 48 + 48 ore dall’inizio del trattenimento). Tutto questo impianto normativo non può essere completamente cancellato dal nuovo Approccio Hotspot, frutto di determinazioni politiche del Consiglio dell’Unione Europea, ancora prive di un riscontro legislativo a livello di diritto interno.

http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2016/01/fallisce-la-relocation-e-gli-hotspots.html

Nelle nuove istruzioni  distribuite dal Ministero dell’interno si prevede poi l’ingresso negli Hotspots e comunque nei luoghi destinati a tale pratica, delle autorità consolari dei paesi terzi, cosa gravissima, se si pensa alle persone che, pure trattenute in quei luoghi subito dopo gli “sbarchi”, spesso in assenza di una corretta informazione individuale, sono titolari del diritto di chiedere asilo. Si prevede al riguardo ed una notevole attività da parte dell’UNHCR, in collaborazione con l’agenzia EASO, per separare i migranti economici dai richiedenti asilo. Tutto questo dovrebbe avvenire in poche ore, con gli agenti consolari ed i funzionari di polizia dei paesi di transito all’interno delle strutture di prima accoglienza. Queste procedure non consentono di fare emergere le situazioni individuali dei singoli migranti.

http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/Approfondimenti/Pagine/Emergenza-umanitaria-in-Europa.aspx

Occorre ricordare il notevole ritardo tra la manifestazione di volontà tendente alla richiesta di protezione internazionale, ed il momento della sua formalizzazione da parte delle autorità di Polizia. In base all’art.2 del d.lgs. n.142 del 2015 si deve ritenere come richiedente protezione chiunque abbia manifestato una volontà in tal senso, e dunque chiunque manifesti anche solo verbalmente, o con altri segni, tale volontà, deve avere riconosciute tutte le garanzie che sono previste in favore dei richiedenti asilo, a partire dal diritto a non incontrare i rappresentanti consolari dei paesi di origine.

http://www.academia.edu/23166256/Chiedere_asilo_in_tempo_di_crisi._Accoglienza_confinamento_e_detenzione_ai_margini_d_Europa

http://habeshia.blogspot.it/2015_05_01_archive.html

Le misure in arrivo dal Viminale in materia di Hotspot, definite ancora una volta con un acronimo tratto dall’inglese, SOP, che alla maggior parte degli italiani appare assolutamente incomprensibile, come del resto lo stesso termine Hotspot, scorretto anche per il contenuto letterale, oltre che giuridico, sono provvedimenti amministrativi che rimangono privi di base legale in una materia che tocca la libertà personale.Le circolari adottate dal ministero dell’interno, come quelle adottate lo scorso anno, contengono disposizioni non conformi a legge ed alla Costituzione italiana, che stabilisce la “riserva di legge” per i provvedimenti che riguardano la condizione giuridica degli stranieri. 
Non si rispetta neppure la riserva di giurisdizione imposta dall’art.13 della Costituzione italiana, e le misure comunque limitative della libertà personale non sono contenute in provvedimenti formali e risultano sottratte a qualsiasi controllo giurisdizionale. Gravemente violati conseguentemente i diritti di difesa riconosciuti ad ogni persona, quale che sia il suo stato giuridico sul territorio, dall’art.24 della Costituzione.
Non basta una decisione politica del Consiglio dell'Unione Europea o una circolare ministeriale per dare base legale a misure amministrative come i nuovi regolamenti contenuti nelle SOP sull’”Approccio Hotspot”, provvedimenti amministrativi che rimangono dunque al di fuori dello stato di diritto.

Fulvio Vassallo Paleologo
Associazione Diritti e frontiere
ADIF


OXFAM, ASGI, A BUON DIRITTO: “Negli hotspots gravi violazioni dei diritti dei migranti”

Depositata il 10 dicembre 2015 un’interrogazione parlamentare dal Presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi. Le tre organizzazioni chiedono al Governo chiarimenti in merito alle procedure di trattenimento, identificazione e registrazione delle domande d’asilo dei migranti appena sbarcati, adottate nel Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Pozzallo in provincia di Ragusa.
Roma, 10/12/2015 – Privazione della libertà personale dei migranti sbarcati, cui viene impedito di uscire dal Centro di Accoglienza senza nessun intervento da parte di un giudice, come imporrebbe la legge. Interviste sommarie per distinguere tra richiedenti protezione internazionale e migranti economici, effettuate dalle forze di polizia a persone ancora sotto shock a causa del lungo viaggio e dei pericoli affrontati. Nessuna informazione circa la possibilità di richiedere protezione internazionale, diritto previsto dalla normativa per chi arriva sulle nostre coste spesso sfuggendo a situazioni di conflitti e violenza.
Sono le irregolarità denunciate da Oxfam, Asgi e A Buon Diritto in merito all’operato degli “hotspots”, procedure che – sottolineano le organizzazioni – non sono attualmente previste dalla normativa comunitaria, pur essendo state annunciate dall’Agenda europea sull’immigrazione a maggio.
La denuncia è contenuta nell’interrogazione parlamentare depositata il 10 dicembre 2015 dal senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, con la collaborazione di Oxfam Italia, Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e A Buon Diritto.
In particolare viene chiesto conto al Governo di quanto sta avvenendo all’interno del Cpsa (Centro di Prima Accoglienza per Immigrati) di Pozzallo (Ragusa), recentemente identificato come uno dei nuovi “hotspots” voluti dall’Unione Europea per rafforzare le procedure di identificazione dei migranti in arrivo. Diverse associazioni che lavorano sul territorio, nonché un recente report di Medici Senza Frontiere (Msf), hanno denunciato come ai migranti non siano fornite le informazioni necessarie per poter avanzare richiesta di protezione internazionale e sia impedito di uscire dalla struttura.
Molte delle associazioni che lavorano in Sicilia come partner di Oxfam hanno denunciato che i migranti vengono di fatto detenuti in strutture dove, in assenza di ordinanza di un giudice, non potrebbero essere trattenuti per più di 48 ore”, sostiene Elisa Bacciotti, direttrice del dipartimento Campagne di Oxfam Italia. “Nessuna informazione viene fornita rispetto alla possibilità di chiedere protezione internazionale nel nostro paese, come invece esplicitamente previsto dalla normativa europea – continua Bacciotti – .Il diritto di asilo in questo modo viene completamente calpestato”.
La nuova procedura hotspots, che prevede il rafforzamento delle operazioni di identificazione e registrazione dei migranti tramite l’affiancamento di funzionari dell’Unione Europea accanto alle nostre forze di polizia, di fatto lede il diritto di chiedere protezione internazionale, non è prevista dalle norme comunitarie ed è certamente contraria a quelle nazionali – afferma Lorenzo Trucco, presidente dell’ASGI- e ormai sono centinaia i casi di c.d. “respingimenti differiti”: persone sbarcate sulle coste siciliane, spesso ancora traumatizzate dal viaggio e da quanto vissuto in Libia, sottoposte a sommarie interviste di cui non comprendono la finalità e infine oggetto di un decreto di espulsione senza che la loro situazione individuale venga minimamente presa in considerazione”. “Abbiamo già inviato una lettera al Ministero dell’Interno, - continua l’avvocato Trucco - avanzando le nostre richieste per la tutela dei migranti arrivati sulle nostre coste. Dopo il report di Msf, questa interrogazione ci sembra un atto dovuto.



“Approccio Hotspot”, preoccupazione del Tavolo Nazionale Asilo. Chiesto incontro ad Alfano

Comunicato stampa del Tavolo Nazionale Asilo ( Novembre 2015)

Nell’ambito del sistema Hotspost, il Tavolo Nazionale Asilo ha espresso - in una lettera al Ministro dell’Interno Alfano - grande preoccupazione sull’applicazione, riscontrata da molte Associazioni, nei centri di sbarco e nei punti di accoglienza di prassi contrarie alla normativa interna e internazionale. Su questi problemi, il Tavolo ha richiesto un incontro urgente al Ministro.
La lettera inviata al ministro Alfano.
il Tavolo Nazionale Asilo, a seguito della Decisione 2015/1523 e della Decisione 2015/1601 del Consiglio dell’Unione europea, ad un mese dalla applicazione del cosiddetto “approccio Hotspot”, quest’ultimo introdotto senza alcuna base giuridica, manifesta le proprie perplessità e preoccupazioni per le prassi amministrative che vengono adottate dalle FF.OO. nei centri di prima accoglienza e soccorso situati nei punti di sbarco in Sicilia (segnalazioni provenienti da Pozzallo e Catania).
In meno di un mese abbiamo assistito allo stravolgimento delle norme giuridiche e delle prassi consolidate con cui venivano accolti i migranti soccorsi in mare.
La Decisione presa dal Consiglio dell’Unione europea indirizzata secondo la lettera dell’art. 78 comma 3 TFUE agli Stati Membri al fine di sostenere lo sforzo italiano e greco sotto la pressione dei flussi migratori, rischia di sostanziarsi di fatto in un mutamento non codificato delle nostre norme interne ed in particolare del d.Lgs 25/2008 ( decreto procedure) e ss. modifiche.
Il Tavolo Nazionale Asilo esprime la propria viva e profonda preoccupazione sull’applicazione, riscontrata da molte Associazioni, nei centri di sbarco e nei punti di accoglienza di prassi , contrarie alla normativa interna e internazionale.
In particolare le maggiori preoccupazioni riguardano il trattenimento iniziale dei migranti, le garanzie personali durante il fotosegnalamento, la mancata informativa resa al migrante appena sbarcato circa la possibilità di richiedere la protezione internazionale, la limitazione dell’accesso alle procedure di asilo in base alla sola nazionalità, senza una reale istruttoria personale, la immediata consegna di un decreto di respingimento, il rifiuto di alcune Questure di esaminare le domande di asilo successivamente al decreto respingimento.
Risulta che tali procedure amministrative verrebbero applicate in maniera assai diffusa nei punti di approdo e primo soccorso senza alcuna giustificazione normativa, violando i diritti fondamentali delle persone coinvolte. Inoltre in questo modo i migranti respinti e non inseriti nel circuito dell’accoglienza vengono lasciati alla gestione degli enti locali aggravandone la situazione ed alimentando, altresì, sentimenti xenofobi da parte delle popolazioni residenti.
Il Tavolo Nazionale Asilo preoccupato della violazione indiscriminata dei diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo, sollecita:
- L’applicazione della normativa nazionale ed internazionale vigente e l’abolizione delle prassi illegittime e lesive dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti;
- l’apertura di vie d’accesso sicure e legali che permettano alle persone in fuga da guerre e persecuzioni di raggiungere gli Stati membri dell’Unione europea;
- la creazione di un sistema di asilo comune europeo con uguali diritti per tutti i rifugiati, rispettoso dei diritti fondamentali di solidarietà e libertà per tutti i migranti, un sistema garante della libertà di circolazione e di movimento all’interno della Comunità Europea nonché promotore di un incremento dei diritti civili e politici dei cittadini stranieri sul suolo europeo.
Al fine di rappresentare le preoccupazioni e le istanze il Tavolo Nazionale Asilo chiede, un incontro urgente ringraziando sin d’ora dell’attenzione che vorrà prestare alla presente.
Il Tavolo Nazionale Asilo:
Acli, Amnesty International Italy, Arci, Asgi, Caritas, Casa Dei Diritti Sociali – FOCUS, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio, Consiglio Italiano per i Rifugiati – CIR, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – FCEI, Save The Children



ASGI AL MINISTERO DELL’INTERNO: Modificare subito le prassi amministrative per garantire sempre i diritti di ogni straniero soccorso in mare e sbarcato: ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua condizione giuridica, manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, non essere respinto o espulso soltanto per la sua nazionalità, non essere trattenuto soltanto per identificazione Documento del Consiglio direttivo del 21/10/2015

Dopo che il Consiglio europeo ha approvato nel settembre 2015 le decisioni sulla ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Stati dell’Unione europea, in Italia le forze di polizia e le autorità di pubblica sicurezza sembrano avere modificato le prassi circa il soccorso, l’identificazione e l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei migranti stranieri soccorsi e sbarcati. Le nuove prassi paiono motivate anche dall’obiettivo imposto dal Ministero dell’Interno di attuare in Italia gli Hot Spot (metodi o luoghi, la cui istituzione e attività è di per sé priva di alcuna efficacia giuridicamente vincolante in Italia perché nessuna norma italiana o dell’UE li precisa) e gli impegni presi dal Governo italiano nella Italy’s road map inviata il 15 settembre alla Commissione europea per poter fruire della ricollocazione dei richiedenti asilo sbarcati in Italia (impegni privi di qualsiasi efficacia giuridica diretta nel diritto nazionale perché sono inseriti in un mero documento di lavoro riservato). Tali nuove prassi adottate spesso comportano atti illegittimi e lesivi dei diritti di cui godono i migranti e i richiedenti asilo soccorsi in mare e sbarcati sul suolo italiano. In particolare si segnalano molti casi di provvedimenti di respingimento adottati dai Questori nei confronti di stranieri soccorsi in mare e sbarcati sul territorio italiano, attuati prima che potessero effettivamente manifestare la loro volontà di presentare domanda di asilo. Tali provvedimenti sono stati adottati soprattutto in Sicilia e nell’ambito dei cd. “Hotspot” di recente attivazione (a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Lampedusa), che sembrano configurati come luoghi chiusi nei quali operano le forze di polizia italiane, supportate dai rappresentanti delle agenzie europee (Frontex, Europol, Eurojust ed EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), in cui gli stranieri appena sbarcati in Italia sono sottoposti a rilievi fotodattiloscopici ai fini della loro identificazione e sarebbero poi distinti e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di accoglienza per richiedenti asilo oppure sarebbero destinatari di un provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul territorio italiano senza alcuna misura di accoglienza non essendo comunque possibile alcun rimpatrio. In proposito occorre ribadire l’esigenza di garantire sempre i diritti fondamentali degli stranieri soccorsi e sbarcati, nei cui confronti invece talvolta si adottano atti illegittimi e perciò si chiede al Ministero dell’Interno di intervenire subito per farli cessare immediatamente e per provvedere in modo generale a colmare eventuali lacune e a prevenire interpretazioni o prassi non conformi alle norme vigenti in modo da evitare discrezionalità eccessiva e il ripetersi di atti illegittimi, anche impartendo precise direttive o circolari o predisponendo norme regolamentari. 1. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato ha il diritto di ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua situazione giuridica e ha il diritto di manifestare in qualsiasi momento (anche quando già si trova da tempo in Italia) la volontà di presentare domanda di asilo. A tale fine le autorità che provvedono al soccorso e allo sbarco devono con la massima cautela e comprensione (anche in rapporto alle condizioni di salute e ai traumi patiti nel viaggio e nel salvataggio) dedicare tempo per comprendere la situazione di ogni persona straniera soccorsa e la sua provenienza, la sua età, i suoi legami familiari, i motivi del viaggio verso l’Italia, la presenza di familiari in Italia o in altri Stati UE, le circostanze del viaggio e dell’eventuale naufragio. Nel fare ciò è evidente che lo straniero deve potersi esprimere nella sua lingua e deve ricevere informazioni precise e complete sulla sua condizione giuridica nella sua lingua. In particolare deve comprendere modi e tempi per manifestare la volontà di presentare domanda di asilo e deve comprendere tempi e modi delle procedure di presentazione della domanda in Italia, incluse le procedure di identificazione, nonché delle possibilità (o impossibilità) di presentare domanda di asilo in altri Stati dell’UE e delle possibilità di essere ricollocato come richiedente asilo in altro Stato UE. Si ricorda che il decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo della Direttiva 2013/33/UE sull’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale e della Direttiva 2013/32/UE sulla qualifica della protezione internazionale) qualifica come richiedente asilo/protezione internazionale colui che ha “manifestato la volontà di chiedere tale protezione” (cioè prima ancora di avere verbalizzato la richiesta) e chiarisce che le misure di accoglienza si riferiscono ai “richiedenti protezione internazionale nel territorio nazionale, comprese le frontiere e le relative zone di transito, nonché le acque territoriali, e dei loro familiari inclusi nella domanda di protezione internazionale” (art. 1, comma 1) e che le misure di accoglienza “si applicano dal momento della manifestazione della volontà” (art.1, comma 2). In proposito si ricorda che le navi italiane in mare aperto sono comunque considerate territorio italiano dall’art. 4 del codice della navigazione, sicché di queste misure la persona deve potere fruire fin dal suo soccorso a bordo delle navi. Nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione, lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, alla quale consegue il diritto ad avere tutte le informazioni sull’accoglienza e sulla possibilità di contattare le organizzazioni umanitarie, anche ai centri alle frontiere (come prescrive l’art. 10-bis d.lgs. n. 25/2008, introdotto dal d.lgs. n. 142/2015). Nessuno sa, dunque, se lo straniero abbia potuto effettivamente manifestare la volontà di chiedere la protezione internazionale, in quanto non vi è alcun controllo né sulle navi, né negli uffici di polizia, né nei centri di accoglienza.
Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato in Italia e sprovvisto di titoli per il soggiorno non può essere respinto od espulso senza una valutazione completa della situazione della persona o soltanto perché le autorità di pubblica sicurezza presumono che la sua nazionalità o lo Stato di provenienza non abbia alcuna rilevanza ai fini di un’ipotetica domanda di asilo o sulla base di accordi bilaterali conclusi in forma semplificata con gli Stati di origine Non è possibile comprendere quali siano i criteri in base ai quali ogni straniero soccorso e sbarcato è poi distinto tra richiedente asilo o migrante economico e a tal fine non può essere sufficiente neppure ciò che dice lo straniero stesso senza un accertamento approfondito della sua situazione. Anche la Cassazione ha ribadito il dovere della Pubblica amministrazione di informare tutti i cittadini stranieri al loro arrivo della possibilità e del significato di avanzare una domanda di protezione internazionale ed anzi ha espressamente affermato il principio secondo cui “qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria per favorire l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento” (Cass., sez. VI civ., ord. 5926 del 25.03.2015). Infatti i provvedimenti di respingimento disposti dai Questori sono motivati in modo assai sommario senza alcuna descrizione precisa e individualizzata della situazione dell’interessato che potrebbe essere comunque inespellibile a seguito di altre circostanze che le autorità devono rilevare d’ufficio anche a prescindere da una sua manifestazione di volontà di presentare domanda di asilo, perché p.es. nel suo Paese sarebbe oggetto di persecuzione (divieto di espulsione o respingimento previsto dall’art. 19, comma 1 del d. lgs. n. 286/1998) o di violenze o di conflitti o di torture o di trattamenti inumani o degradanti (divieto imposto ad ogni Stato dall’art. 3 CEDU). In ogni caso una persona che entri irregolarmente nel territorio dello Stato, ma che manifesta la volontà di presentare domanda di asilo in via generale non può mai essere destinatario di un provvedimento di respingimento (art. 10, comma 4, e art. 19, comma 1 d. lgs. n. 286/1998). Inoltre allorché una persona manifesti volontà di presentare domanda di asilo dopo che ha già ricevuto un provvedimento di respingimento ha comunque diritto di restare sul territorio dello Stato fino alla decisione definitiva sulla sua domanda (art. 7 d. lgs. n. 25/2008) e il Questore deve comunque revocare il provvedimento che in base all’art. 10, comma 4 d. lgs. n. 286/1998 cessa di avere efficacia in caso di applicazione delle norme sul diritto di asilo; in tali ipotesi va altresì revocato, perché privo di ogni base giuridica anche l’ordine di lasciare il territorio nazionale impartito dal questore ai sensi dell’art. 14, comma 5-bis d. lgs. n. 286/1998 e dunque in tali casi non si può neppure disporre il trattenimento di questo straniero per il solo fatto che non ha ottemperato a tale ordine. Peraltro, ogni provvedimento di respingimento deve ritenersi comunque nullo allorché lo straniero sia stato ammesso nel territorio dello Stato per necessità di pubblico soccorso quando è stato soccorso in acque internazionali ed è giunto in Italia soltanto perché trasportato in Italia da una nave che l'ha soccorso in virtù degli obblighi previsti dal diritto internazionale del mare. In ogni caso, le persone salvate e sbarcate che sono oggetto di respingimento (ma ciò avviene anche in diversi aeroporti e porti italiani) sono stranieri che avrebbero dichiarato di essere migranti economici e che perciò consapevolmente dichiaravano di non volere protezione e di essere quindi migranti economici.


Tuttavia più probabilmente si è trattato di casi di fraintendimento derivante dal fatto che taluni stranieri sono analfabeti o non comprendono bene la lingua con cui si parla loro o i moduli che sono loro forniti, il che è stato verosimilmente favorito dalle forze di polizia, che (tra l'altro) in questi giorni hanno apprestato un formulario da sottoporre ai richiedenti al loro arrivo, strutturato in forma di risposta multipla relativa alle ragioni per le quali si è deciso di venire in Italia, in cui compaiono diverse possibili risposte legate a motivazioni economiche, ma non l'intenzione di richiedere protezione internazionale. Al contempo, è noto come nel corso dell'ultimo anno moltissimi cittadini egiziani e tunisini sbarcati in Sicilia siano stati rimpatriati forzatamente nell'immediatezza del loro arrivo, subito dopo una intervista condotta tramite un mediatore delle forze dell'ordine dalla quale emergeva che l'interessato non voleva avanzare domanda di protezione internazionale ma era giunto in Italia per ragioni esclusivamente economiche. L'intervista era condotta senza la presenza di un avvocato o di un organo di garanzia. Appare poco plausibile che nessuno di questi stranieri avesse voluto presentare la domanda di protezione internazionale, mentre è ragionevole supporre che le forze di polizia abbiano indotto lo straniero ad essere frainteso. In definitiva, nessuna norma attribuisce alle forze di polizia la facoltà di distinguere tra richiedenti asilo (inespellibili) e migranti economici irregolari (espellibili), sicché i fatti che si ripetono con costanza in questi giorni sono realisticamente da imputare a una prassi illegittima delle forze dell'ordine contraria alla normativa italiana ed europea e configurante verosimilmente un comportamento illecito. Occorre dunque cambiare fin da subito questa prassi, modificare i formulari di preidentificazione prevedendo espressamente anche la richiesta di asilo e di protezione internazionale ed anzi fare in modo che in tutti i valichi di frontiera e nei luoghi preposti alla raccolta delle domande di asilo e/o all'identificazione degli stranieri giunti irregolarmente sia comunque previsto in modo chiaro e riconoscibile (anche scritto in varie lingue conoscibili agli stranieri) un canale o uno sportello che consenta sempre la presentazione delle domande di asilo. In ogni caso è forte il dubbio che la selezione tra richiedenti asilo e “migranti economici” avvenga sulla base di affermazioni fatte nell’immediatezza del soccorso dagli stranieri che spesso si trovano in situazione di disorientamento o di impaurimento e che non sono completamente informati delle conseguenze delle loro affermazioni oppure sulla base della nazionalità dichiarata dagli stranieri sbarcati o meramente supposta, il che però viola sia il diritto d’asilo (che consente a chiunque di avere accesso alla procedura per l’esame della propria domanda da parte della competente autorità, cioè in Italia le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale), sia il divieto di espulsioni o respingimenti collettivi, previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti umani, reso esecutivo in Italia con d.p.r. 14 aprile 1982, n. 217, la cui violazione da parte dell’Italia è già stata accertata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’ha condannata perché sulle navi o nei centri di primo soccorso e accoglienza il respingimento è stato disposto senza alcuna forma di esame individuale di ogni straniero o da parte di personale impreparato per effettuare delle interviste a ciascuno e senza che i respinti abbiano avuto a disposizione degli interpreti o dei consulenti legali e ciò per la Corte è sufficiente per affermare l’assoluta assenza di garanzie sufficienti per valutare realmente ed individualmente la situazione dei migranti presi a bordo o soccorsi a terra. (si vedano le sentenze della Cedu 21.10.2014, caso 16643/09 Sharifi e altri contro Italia e Grecia, caso 27765/09 23.02.2012 Hirsi Jamaa ed altri c. Italia). In particolare, la Corte, proprio a proposito di respingimenti disposti dal Questore nei confronti di stranieri (tunisini) soccorsi e ospitati in un centro di primo soccorso e accoglienza, ha affermato che il divieto di espulsioni collettive è violato ogniqualvolta decreti di respingimento siano disposti nei confronti di stranieri della medesima nazionalità che si trovino in analoghe circostanze e non contengano alcun riferimento alla situazione personale degli interessati ovvero non si possa provare che i colloqui individuali sulla situazione specifica di ogni straniero si siano svolti prima dell'adozione di questi decreti, ovvero allorché gli accordi bilaterali con i loro Stati di provenienza non sono stati resi pubblici e prevedano il rimpatrio dei migranti irregolari tramite procedure semplificate, sulla base della semplice identificazione della persona interessata da parte delle autorità consolari (si veda la sentenza della CEDU 1.09.2015 Khlaifia e altri c. Italia nella causa n. 16483/12). In proposito è inquietante che nel documento Italy’s Roadmap si affermi che il Ministero dell’Interno sta cercando di stipulare Accordi veloci con alcuni paesi per agevolare i rimpatri forzati; tra essi vi sono Paesi dai quali provengono gran parte dei richiedenti asilo in Italia (Gambia, Costa d’Avorio, Pakistan, Bangladesh) e che hanno diritto di accesso alla procedura per l’esame della domanda ed eventualmente a rivolgersi all’Autorità giudiziaria in caso di esito negativo. Si tratta, in ogni caso, di accordi che comportano atti di natura politica (trattandosi spesso di accordi con regimi non democratici) o che incidono su materia coperta da riserva di legge e perciò devono essere comunque sottoposti a legge di autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere ai sensi dell’art. 80 Cost., in mancanza della quale la loro applicazione è del tutto illegittima. 3. Ogni straniero soccorso in mare e sbarcato può essere sottoposto ad identificazione soltanto nei casi, nei modi e nei termini previsti dalle norme UE e dalle norme italiane, ma in generale non può essere sottoposto a misure coercitive per i rilievi fotodattiloscopici, né può essere trattenuto con misure coercitive al solo fine di essere identificato Il regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 (entrato in vigore il 20 luglio 2015) istituisce il sistema EURODAC e prescrive di effettuare i rilievi fotodattiloscopici nei confronti di stranieri di età non inferiore a 14 anni che abbiano presentato domanda di protezione internazionale (art. 9), o che siano fermati dalle competenti autorità di controllo in relazione all'attraversamento irregolare via terra, mare o aria della frontiera in provenienza da un paese terzo e che non siano stati respinti, o che rimangano fisicamente nel territorio e che non siano in stato di custodia, reclusione o trattenimento per tutto il periodo che va dal fermo all'allontanamento sulla base di una decisione di respingimento (art. 14) e in entrambi i casi i rilevamenti devono essere effettuati quanto prima e devono essere trasmessi al sistema centrale EURODAC entro 72 ore. In presenza di tali obblighi identificativi da parte delle autorità la legislazione italiana consente agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza al più di accompagnare gli stranieri per l’identificazione (art. 4 testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, art. 6, comma 4 d. lgs. n. 286/1998) e in particolare l’identificazione del richiedente asilo può essere effettuata presso luoghi aperti e non già presso luoghi “chiusi”, cioè deve avvenire presso i centri di primo soccorso e accoglienza (art. 8, comma 2 d. lgs. n. 142/2015) o presso i centri governativi di prima accoglienza (art. 9 d. lgs. n. 142/2015) o presso le questure (art. 11, comma 4 d. lgs. n. 142/2015), salve le ipotesi di richiedente asilo che sia trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione. Infatti, i rilievi fotodattiloscopici non possono avvenire con misure limitative della libertà personale fuori delle ipotesi previste dalla legge di trattenimento in un centro di identificazione e di espulsione disposto nei confronti di straniero già espulso (art. 14 d. lgs. n. 286/1998), o nei confronti di richiedenti asilo che abbiano presentato la domanda di asilo quando erano già destinatari di provvedimenti di espulsione o sottoposti a provvedimento di trattenimento (cioè che chiedano asilo dopo quei provvedimenti), o che siano ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica (avendo subito condanne per determinati reati) o se pericolosi socialmente o sospetti terroristi, o nel caso di rischio di fuga (se il richiedente asilo ha, precedentemente alla domanda di asilo, fornito sistematicamente false generalità al solo scopo di impedire l’esecuzione o l’adozione del provvedimento di espulsione) (art. 6 d. lgs. n. 142/2015). Al di fuori di quelle ipotesi, dunque, non è legittimo alcun trattenimento dei richiedenti asilo. Anche il regolamento UE che istituisce EURODAC ingiunge di effettuare i rilievi quanto prima, mentre il termine di 72 ore riguarda soltanto la trasmissione dei rilievi già fatti agli organismi europei e non autorizza di per sé alcuna forma di trattenimento. Inoltre ogni eventuale imposizione al richiedente asilo a non lasciare un determinato luogo o a soggiornare in un altro determinato luogo può derivare soltanto dagli obblighi di permanenza notturna nei centri governativi di accoglienza (art. 10 d. lgs. n. 142/2015), mentre in tutti gli altri casi altri vincoli non sono previsti e al singolo richiedente asilo non trattenuto in un CIE può essere al più soltanto imposto l’obbligo di un determinato luogo di residenza o di una area geografica in cui circolare, ma tali eventuali restrizioni devono essere prescritte volta per volta dal Prefetto del luogo in cui la domanda è stata presentata o in cui si trova il centro con atto scritto e motivato e comunicato ad ogni richiedente asilo (art. 5, comma 4, d. lgs. n. 142/2015). Perciò, qualsiasi altra forma di privazione della libertà in questa fase è da considerarsi illegittima per violazione dell’art. 13 Cost. (probabilmente configurando un reato di sequestro di persona) al di fuori delle ipotesi di accompagnamento presso gli uffici di polizia previsti per tutti coloro (italiani o stranieri) che rifiutino di farsi identificare (art. 11 d.l. 21.03.1978, n. 59, conv. in legge n. 191/1978) e al di fuori del fermo identificativo previste per tutti i cittadini (anche italiani), ipotesi nelle quali l’accompagnamento e il fermo sono da effettuarsi sotto il controllo costante della magistratura penale e con la possibile partecipazione di un difensore e comunque per un periodo non superiore alle 24 ore. Non sono previste, in altre termini, nuove forme di detenzione o di trattenimento. Conseguentemente, sono da ritenersi illegittime le pratiche occasionalmente utilizzate nel centro di Pozzallo nel recente passato (e testimoniate da importanti organizzazioni no profit) e soprattutto sono illegittime le intenzioni del Governo italiano che nella RoadMap ha assicurato alle istituzioni europee che in questi centri di primo soccorso i cittadini stranieri saranno privati della loro libertà fino al momento della identificazione. La normativa italiana non consente in alcun modo di utilizzare la forza per vincere la resistenza passiva dei cittadini stranieri che si rifiutano di farsi identificare. L'Asgi ha già avuto modo di stilare un documento in cui dettagliatamente si evidenzia l'impossibilità da parte delle forze dell'ordine di fare uso della forza per costringere i cittadini stranieri a sottoporsi al rilevamento delle impronte. I comportamenti contrari a tale divieto assumono un rilievo penale (maltrattamenti, lesioni o altro). Pertanto si chiede che il Ministero dell’Interno provveda immediatamente e nelle apposite linee guida sui centri di accoglienza per richiedenti asilo chiarisca la natura giuridica degli hotspot, fermo in ogni caso il rispetto del diritto di asilo garantito dall’art. 10, comma 3 Cost. e delle riserve assolute di legge e delle riserve di giurisdizione per le misure restrittive della libertà personale previste dall’art. 13 Cost., e che negli “hotspot” sia consentita una immediata e completa informazione circa il diritto di chiedere la protezione internazionale, senza che in essi avvenga alcuna forma di artificiosa selezione tra richiedenti asilo e migranti economici senza discriminazioni basate su criteri vietati dalla legge e consentendo che in tali strutture sia sempre garantita la presenza dell’UNHCR e delle associazioni umanitarie.

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Presentazione

Un blog perché la cronaca quotidiana non diventi assuefazione, per contrastare la rimozione di problemi che sono prodotto di scelte politiche e di prassi amministrative che si nascondono dietro le retoriche dell'emergenza e della sicurezza. Prima di Lampedusa, prima dello sbarco, cronache di viaggi che spesso terminano in tragedie, poi notizie raccolte nei luoghi di sbarco e di accoglienza, dove si diffonde la detenzione informale e dove i diritti fondamentali dei migranti vengono compressi da una discrezionalità che si sottrae a qualsiasi controllo giurisdizionale, infine testimonianze di viaggio verso altri paesi, per trovare quel futuro e quella dignità che lItalia non garantisce più. E dunque fatti, persone, non numeri o dati, un racconto quotidiano che diventa memoria, ma anche impulso per modificare, in Italia ed in Europa, il quadro legislativo e le procedure applicate.


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